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L’Italia vissuta di Virginia Woolf

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L’Italia vissuta di Virginia Woolf
Satua di Viginia woolf a Tavistock Square, Londra ©Shutterstock

“Per quel che mi riguarda – io scrivo. L’istinto zampilla come linfa in un albero. Il difetto di gran parte della mia scrittura descrittiva è che tende a essere troppo definita”.

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Satua di Viginia woolf a Tavistock Square, Londra ©Shutterstock

Così si esprime la giovane Virginia, agli inizi della sua prodigiosa carriera di narratrice; nei taccuini e nei diari dei suoi viaggi, le descrizioni dei paesaggi saranno poetiche ed evocative e i commenti simpatici, sarcastici, profondamente umani; le annotazioni, impulsive e felici.

Non letteratura di viaggio, ma diari di viaggio di una delle più grandi autrici del Novecento, forse la più grande di tutte.

Una vita difficile

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Un ritratti di Virginia Woolf

Adeline Virginia Stephen nasce a Londra il 25 gennaio 1882 da genitori dotati, per così dire, di una certa vena artistica: il padre, Sir Leslie Stephen, è un critico e la madre Julia Prinsep una modella.

La prima giovinezza è turbata da due avvenimenti gravi che non mancheranno di condizionare profondamente la psiche di Virginia per il resto della sua esistenza: una tentata violenza sessuale – a soli sei anni d’età -da parte di uno dei suoi fratellastri (entrambi i genitori avevano avuto figli da precedenti matrimoni) e la morte della madre, con la quale aveva un forte legame affettivo, nel 1895.

La ragazza soffre quindi di nevrosi, malattia all’epoca di difficile cura. Appena ventenne, Virginia Stephen diventa una scrittrice stimata e seguita, grazie alle sue pubblicazioni su riviste letterarie.

Nel 1904 muore suo padre e nel 1912 sposa Leonard Woolf, un teorico della politica, con il quale, nel 1917, fonderà la casa editrice Hogarth Press proponendo opere di autori in seguito famosi: Katherine Mansfield e Thomas S. Eliot.

Con il cognome del marito, Virginia pubblicherà negli anni molte opere che la renderanno famosa: Kew Gardens e Notte e giorno nel 1919, romanzo questo accolto con grande entusiasmo dalla critica letteraria londinese.

Al 1925 risale uno dei suoi principali capolavori: La signora Dalloway e al 1927 Gita al Faro, considerato uno dei romanzi più belli di Virginia Woolf.

Un anno dopo realizza l’Orlando e nel 1929 scrive Una stanza per sé, in cui analizza la discriminazione femminile; l’attività letteraria prosegue tra il 1931 e il 1938, con la stesura dell’opera The Waves, seguita da The Years e Le tre ghinee.

Le crisi depressive di Virginia Woolf diverranno con gli anni sempre più acute, impedendole di vivere in serenità i grandi successi e la notorietà acquisita. Il 28 marzo del 1941 la scrittrice porrà fine alla sua esistenza annegando nel fiume Ouse, non lontano da Monk’s House, la casa di campagna nel Sussex.

Virginia Woolf e la scrittura di viaggio

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Una placca celebrativa in onore di Virginia Woolf a Castro Street, San Francisco ©Shutterstock

La scrittrice inglese, che molto ha viaggiato in giovane età all’inizio del secolo e negli anni Trenta dopo il matrimonio con Leonard Woolf, ha sempre sostenuto che non rientrava nei suoi interessi scrivere testi di viaggio secondo i canoni fissati dalla tradizione, come ad esempio opere descrittive, esaurienti, che mettono in fila i “fatti” in rigoroso ordine cronologico; e al riguardo annota: “…è difficile scrivere di Olimpia; il Baedecker conterebbe le statue; una dozzina di archeologi le classificherebbe in una dozzina di modi diversi; ma il lavoro finale deve essere compiuto da tutte le menti vergini che le vedono. I frontoni dei templi sono sistemati in fila lungo i due lati del museo; ma noi non intendiamo scrivere una guida turistica”.

Woolf considera il viaggio come un volo della mente e già da giovane sostiene come sia troppo facile, per uno scrittore, cadere nella tentazione costituita da quella che lei definisce scrittura descrittiva.

Queste le sue considerazioni, contenute in un taccuino del 1909, riempito a Firenze: “…la scrittura descrittiva è pericolosa e tentatrice. Produrre qualcosa è facile, richiede poca energia mentale. Si coglie un aspetto generale, ad esempio dell’acqua o del colore, e lo si annota.

Quest’unica caratteristica definisce il tono del pezzo. In realtà, probabilmente l’argomento è alquanto indefinibile, e non è assoggettabile a un trattamento impressionista più di quanto non lo sia il carattere di una persona. Ciò che registriamo è in effetti lo stato della nostra mente”.

La cifra stilistica di Virginia Woolf, impiegata per descrivere i suoi personalissimi viaggi, intesi come continua esplorazione più di caratteri e anime che di territori, è ben lontana dalla rigida osservanza del canone letterario osservato per i romanzi; lo rimarca in maniera originale e piacevolmente polemica, suggerendo a sé stessa come avrebbe dovuto descrivere un suo viaggio:“…avrei dovuto iniziare dicendo quando siamo partiti, quale strada abbiamo preso, il tipo di veicolo, le avventure lungo la via, e nel frattempo avrei dovuto dipingere il quadro del nostro procedere, correndo avanti con un pennello in mano, colorando in fretta i campi e il cielo”.

Virginia, l’Italia e gli italiani

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Un disegno della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze©Shutterstock

La Woolf raggiunge l’Italia per la prima volta nel settembre del 1904 insieme alla sorella Vanessa e al cognato Clive Bell. La prima impressione su Milano è lapidaria: “…non c’è molto da dire; è sobria, ricca di sorprese, ma polverosa”, forse con riferimento alle strade affollate e rumorose, giudicate in una sorta di perenne letargo, come i suoi passanti; una città, annota Virginia, cosi diversa da una città inglese di provincia, che tuttavia ha quasi tutti i balconi ricoperti da graziosi vasi di fiori.

Scendendo in Toscana, fa una sosta a Fiesole e non manca di parlare di una celebrità anglo-italiana, la Contessa Angelica Ramponi; ma lo fa alla sua maniera, in maniera efficace e cruda: “…è una donna massiccia, robusta, quasi tracagnotta con le sue guance di rosso scuro, segnate da un morso di cane, gli occhi sporgenti…nell’insieme ha un aspetto vigoroso, imperioso e perspicace al tempo stesso”.

Siena, negli appunti della scrittrice, è simile ai dipinti italiani del Duecento, con la gente che cammina su strade lastricate e ogni tanto canta e grida, fra schiocchi di fruste e rumori di zoccoli dei cavalli che passano sulle strade; questi pensieri rievocativi, con molta probabilità, le faranno scrivere che ciò che l’ha colpita del Duomo della città, più del monumento in sé, sono le liturgie praticate dal clero.

Il 15 ottobre il piccolo gruppo giunge a Perugia e ad Assisi e ancora una volta le annotazioni dell’inglese non mancano di stupire: più che parlare di Francesco, dedica interi paragrafi a scene di vita semplice tra le vie del borgo, ai sapori caserecci, alle strade piene di bandiere e ai palazzi più importanti dei vari centri umbri e toscani tutti illuminati.

La scrittrice visita un Paese che nei primi anni del secolo è affollato di mendicanti; nonostante ciò, ne ricava un’impressione positiva; vede persone di buon carattere, predisposte all’allegria, forse alla felicità; vede bambini coperti di cenci che giocano spensierati nei giardini; percepisce l’energia positiva che emana dalla gente e descrive tutto ciò con grande poesia ed efficacia, come testimoniano le sue parole: “…io conseguo un tipo diverso di bellezza, raggiungo una simmetria attraverso infinite discordanze, mostrando tutte le tracce del passaggio della mente per il mondo; e alla fine ottengo una sorta di insieme fatto di frammenti vibranti; questo mi pare il processo naturale, il volo della mente”.

Essenza e magia dei taccuini di viaggio, dei diari

Così riflette nel 1908 Virginia Wolf, all’inizio del diario di viaggio dedicato all’Italia: “…mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”.

La scrittura della Wolf è per conseguenza sciolta, precisa ed incisiva; non si preoccupa di ricorrere ad aggettivi forti e ripetuti, ma presta al contrario attenzione ai personali stati d’animo, addirittura ai propri sensi e sentimenti.

I diari italiani di Virginia sono un’opera notevole alla quale si è dedicata quasi quotidianamente, sia che stesse lavorando ai suoi romanzi o che soffrisse per le numerose crisi depressive.

Non tutti i diari dei viaggi italiani sono stati pubblicati, ma quelli conosciuti rivelano un modo diverso e originale con il quale la grande scrittrice inglese ha visto e descritto le molte città visitate e la gente che vi abita.

Libertas Dicendi n°358 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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