Concordia, immagini e ricordi

“Chi conosce la storia della Concordia sa che oltre alla viltà, alle menzogne e all’egoismo dimostrati da chi ha ingannato gli altri cercando poi di mettersi in salvo, ci sono stati i comportamenti eroici e poco raccontati di persone che hanno scelto di rischiare la propria vita per aiutare perfetti sconosciuti.”

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@Shutterstock

Così ha scritto Pablo Trincia, che insieme ad Antonio Carloni ha accompagnato con le parole la ricerca fotografica di Alessandro Gandolfi per il volume “Concordia”.

Una tragedia sempre viva nella memoria

Gli anni passano e gli avvenimenti si susseguono e si accavallano, giorno dopo giorno. Tutti ricordano la tragedia della nave Costa Concordia; forse non tutti hanno memoria di quanto fossero impressionanti i “numeri” di questo disastro marino che, nel momento in cui si è verificato, ha lasciato dapprima increduli efiduciosi che tutto si sarebbe risolto positivamente, che tutti si sarebbero salvati, così vicini all’isola com’erano;poi, in rapida sequenza, hanno fatto presa sentimenti contrastanti: com’è possibile un naufragio di questo genere, l’equipaggio dov’era…e quella nave sempre più inclinata sul fianco destro, ma no, si fermerà…i fondali sono così bassi!

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Il modello ufficiale più grande della Costa Concordia, realizzato in plastica e legno, di cui esistono solo due copie al mondo @Alessandro Gandolfi

Alla fine, l’angoscia per quello che si vedeva in tivù ha prevalso sopra ogni altro pensiero o speranza. Tutto è accaduto nella notte del 13 gennaio del 2012; a bordo c’erano 4229 viaggiatori, tra personale e crocieristi e alla fine sono decedute 32 persone. Scrive Antonio Carloni, nel libro dedicato alla Corcondia: “La memoria è l’ultima cosa che ci rimane di quell’evento. La Concordia non esiste più, è stata smantellata pezzo per pezzo, tonnellate di metallo sono servite a costruire ponti, edifici o altro ancora di cui non abbiamo più traccia.

La nave non c’è più ma esistono migliaia di oggetti che la notte della tragedia si trovavano al suo interno, o ne erano parte integrante. Quegli oggetti sono sparsi in tutta Italia, alcuni si trovano fuori dal Paese: sono “cose”, feticci del disastro che si portano dietro la memoria di quella sera”.

Dieci anni dopo, ecco l’illuminazione di Alessandro: tra un viaggio e l’altro nei luoghi e fra i lavori più ignorati della terra o nelle realtà di vita più difficili e insieme emozionanti che si possano immaginare (un centinaio di reportage fotografici, molti dei quali premiati) sempre con la pressante esigenza personale di documentare-testimoniare-avvicinare realtà ai più sconosciute, Alessandro si pone la domanda di cosa sia rimasto dopo quella tragica notte di gennaio: più niente della grande nave, del cui disfacimento fisico lui è stato testimone negli altiforni con il suo obiettivo; in compenso, una miriade di oggetti che la nave trasportava perché ne facevano parte o appartenevano a chi su quella nave viaggiava.

Una ricerca pensata, sviluppata e realizzata con professionalità, costanza e passione certosine: ricerca di oggetti e raccolta di piccole storie – curiose o drammatiche – fra i vari protagonisti attivi e passivi di quella notte e dei giorni, mesi, anni successivi quando tutto s’è sparpagliato: cose come persone.

Tutto in un libro; foto e parole per un avvenimento che ancora oggi si stenta a credere sia realmente accaduto.

Oggetti rinvenuti e conservati

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@Alessandro Gandolfi

Nella ricerca di protagonisti inanimati e vivi del naufragio, Alessandro Gandolfi ha scoperto che tutto ciò che la nave conteneva ha incontrato destini diversi. Molti oggetti sono rimasti nelle varie famiglie del Giglio, commoventi protagoniste attive della sciagura, mentre a Talamone, sulla costa, un deposito ne ha raccolti oltre tremila, recuperati un po’ dappertutto.

Alcuni hanno raggiunto località diverse, trasportati dalle correnti marine: nel febbraio del 2013 uno è stato rinvenuto all’isola d’Elba; nove mesi dopo un altro in una spiaggia dell’isola La Maddalena in Sardegna, mentre nell’aprile del 2014 un terzo oggetto è approdato nell’isola di Salina, in Sicilia.

Fra gli oggetti che avevano un legame più stretto con la vita della Concordia – fotografati da Alessandro – troviamo una ciambella di salvataggio arancione, rinvenuta sul molo del porto del Giglio insieme a giubbotti salvagente, cerate antivento, fasce rinforzate per calare le scialuppe di salvataggio in mare, oltre ad oggetti d’ogni genere. Al Capo Commissario di bordo Manrico Giampredoni appartenevano il berretto e le maniche strappate della sua divisa invernale; lui ha conservato la manica sinistra, mentre l’altra è oggi un ex-voto nel santuario di Nostra Signora del Mirteto, ad Ortonovo (La Spezia).

Fra i i cimeli più piccoli, che testimoniano delle attività svolte in crociera, sono state trovate o consegnate diverse carte magnetiche della Concordia, quelle che permettevano di aprire le porte e pagare vari servizi; divenute rare dopo il naufragio del 13 gennaio, si trovano ancor oggi in vendita in siti web e in aste online. Oltre alle carte, le fiches colorate del Casinò di bordo e un tenero papillon bordeaux che apparteneva a un cameriere.

Tra gli ultimi minuti oggetti recuperati, un piccolo cavallino in plastica di una giostra per bambini che si trovava nella sala giochi della nave; una statua del Bambino Gesù presente nella cappella della Costa Concordia che ora riposa in una chiesa del Giglio e un tabernacolo dorato, trovato dai Vigili del Fuoco all’interno della nave.

Persone e Testimonianze

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L’orologio del capitano Schettino @Alessandro Gandolfi

Da ultimo, gli oggetti legati alle persone che hanno vissuto la terribile avventura di quella notte di gennaio. Il fischietto attaccato al giubbotto di salvataggio, sul quale l’insegnante coreano Han Gi-Deok ha soffiato per ore dal ventre della nave; lui e la moglie sono stati trovati all’interno della cabina numero 303. Il santino, con raffigurata la Madonna Stella Maris, acquistato sulla nave da Mary Agostini e oggi prezioso portafortuna.

La vestaglia rosa che qualcuno ha lanciato dalla finestra di una casa del porto a Fabiola Cerullo, che si aggirava bagnata e infreddolita. Le scarpe con la suola di gomma indossate dal pianista di bordo Antimo Magnotta, per far più presa sui pedali del piano, a scapito dell’eleganza. Le scarpe l’hanno salvato quando la nave aveva i pavimenti umidi e inclinati; dopo la terribile esperienza, il pianista si è trasferito a Londra e ora suona il piano al Victoria and Albert Museum.

Ancora due testimonianze, che ben identificano il dramma di quei momenti: il sacrificio del trentenne Giuseppe Girolamo che, già seduto nella scialuppa di salvataggio, si alza e cede il posto ad Antonella Bologna e ai suoi due bambini; gesto altruistico che gli è costato la vita; Alberobello, paese originario di Giuseppe, chiede da tempo che la sua generosità venga riconosciuta con una onorificenza al valor civile.

Infine, Debora Incutti, testimone di risse incivili (pugni e calci) tra chi voleva salire sulle scialuppe o prendere un salvagente; un ricordo indubbiamente amaro. Due belle immagini di Alessandro completano il naufragio del Concordia: la campana nautica, preziosa compagna di navigazione di ogni natante, rubata pochi giorni dopo il naufragio, nonostante il relitto fosse controllato giorno e notte e l’orologio TAG Heuer Grand Carrera del Capitano Schettino, fermo alle ore 12:14 del 13 gennaio, macabro sigillo temporale di un avvenimento che rimarrà vivo nel tempo e nella memoria,Titanic del ventunesimo secolo.

(Concordia, di Alessandro Gandolfi. Fotografie di Alessandro Gandolfi, testi di Antonio Carloni e Pablo Trincia. Edizione Seipersei, € 35).

Libertas Dicendi n°377 del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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