Sardegna, tra antiche rovine e il blu del mare

Un weekend di Sardegna tra passato e futuro, tra Barumini e Nora passando per Casa Zapata fin giù alle antiche saline dei Conti Vecchi. Paesaggi meravigliosi, la potenza dell’archeologia sullo skyline del blu del Mediterraneo, luoghi per ritrovare nel silenzio lo spazio dell’anima. Perché la Sardegna non è solo spiagge.

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©Anna Maria de Luca

Sono luoghi che parlano alla parte più ancestrale di noi quelli sardi, tra le antiche pietre nuragiche e fenicie, dove le acque delle saline si colorano di cielo e il mare lambisce quel che resta di antiche civiltà.

A Su Nuraxi, Barumini, si arriva facilmente atterrando a Cagliari. È il luogo migliore da cui partire per scoprire la civiltà nuragica e il suo importante ruolo nella diffusione della cultura micenea e poi fenicia, prima di scomparire sotto l’egemonia cartaginese e poi romana.

In realtà scomparsa non è mai: ecco quel che sopravvive alla polvere dei millenni si affaccia ai nostri occhi, in parte spiegata da decenni di studi, in parte ancora velata dal mistero.

Su Nuraxi, dal 1997 patrimonio Unesco, è noto in tutto il mondo per la sua massiccia torre centrale a tronco di cono, originariamente alta più di 18 metri, realizzata con pietre molto grandi disposte a secco in cerchi concentrici sovrapposti che si stringono verso la sommità.

E infatti nuraghi in dialetto nurese, significa nurra”, “mucchio di pietre”. Gestito dalla Fondazione Barumini sistema Cultura, Su Nuraxi è ad oggi il più famoso centro di nuraghi, complessi difensivi dell’Età del Bronzo caratteristici dell’isola.

Nato nel secondo millennio a.C. e occupato fino al terzo secolo d.C., si allargò col tempo, diventando un villaggio fortificato, abitato dalle famiglie dei soldati e da artigiani.

Seguendo l’evoluzione politica e sociale dell’isola, la torre fu poi inglobata in una struttura di altre quattro unite da un muro in pietra e con il cortile coperto da un tetto, circondati da una seconda cinta di mura.

La scuola di scavo e restauro, per rivitalizzare il passato

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Scuola di archeologia a Barumini ©Anna Maria de Luca

Si trova nel centro storico di Barumini, nell’ex caserma dei Carabinieri a cavallo,la Scuola di Scavo e Restauro Archeologico.

Inaugurata nel 2010 è vitale per il nuovo corso di laurea in restauro, in partenza all’università. Anni di ricerche e progetti didattici-scientifici hanno fatto di questo posto un luogo  di studio di respiro internazionale, in particolare con “Revitalization of Su Nuraxi archaeological finds”, progetto inserito nel quadro del Programma di Educazione al Patrimonio Mondiale dell’UNESCO che ha coinvolto giovani, provenienti da ogni parte del mondo, per attività di restauro dei reperti di Su Nuraxi.  

Nella scuola si mettono insieme “i cocci” del passato per ricostruirlo e capire, come bravi investigatori, la quotidianità di quei popoli politeisti, a partire dai corredi trovati nelle grandi tombe di pietra che ci raccontano molto di quelle vite semplici ma ben organizzate dall’aristocrazia guerriera, a difesa della tranquillità di contadini e pastori ma anche abili a commerciare con Fenici, Etruschi e Cartaginesi cosi come nel forgiare statue in bronzo.

Casa Zapata, la culla dell’archeologia

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Il portone di Casa Zapata ©Anna Maria de Luca

Porta il nome dell’antica e nobile famiglia aragonese degli Zapata, signori di Las Plassas, Barumini e Villanovafranca (fino alla soppressione del regime feudale) la residenza che dalla fine XVI secolo è diventata un simbolo dell’isola.

Il palazzo, con elegante giardino annesso, è stato realizzato tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo ed era la dimora del feudatario mentre risalgono ai primi del ‘900 le strutture usate come magazzini, stalle e casa del fattore.

Dal portone si affaccia sulla parrocchia della Beata Vergine Immacolata, la cui costruzione fu probabilmente commissionata dalla stessa nobile famiglia aragonese.

Dentro, un’ala dedicata all’archeologia, intitolata l’11 dicembre 2014 a Giovanni Lilliu, è il luogo ideale per la custodia e la valorizzazione degli importantissimi reperti rinvenuti nell’area archeologica Su Nuraxi. 

Nora, tra mare e Fenici

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Sardegna, area archeologica di Nora ©Anna Maria de Luca

Meravigliosa, sull’incantevole promontorio del capo di Pula, tra mare e stagni, l’area archeologica di Nora, fondata dai Fenici, alla fine dell’VIII o del VII secolo a.C., patria della famosa Stele di Nora (fine IX-inizi VIII sec. a.C.), dove si trovò l’attestazione più antica del nome Sardegna. 

Nora fu centro commerciale fenicio, punico e poi romano ed è una magia poter vedere oggi, la necropoli, il complesso abitativo e il tophet punico, il foro sul mare che conserva ancora le basi di statue scomparse nel tempo.

Il teatro,del I secolo a.C, è ancora ben conservato. Ci si arriva seguendo le antiche vie lastricate in ardesia, prima di giungere all’area delle terme, con i magnifici mosaici realizzati tra il II e il IV secolo d.C..

Potentissimi a livello visivo sono i resti di diverse strutture religiose come il Tempio di Tanit del periodo punico, il tempio n. 6 e il santuario di Esculapio del II-III secolo d.C..

Ma a Nora si vedono ancora anche le case in opus caementicium e africanum, con le loro cisterne d’acqua, i mosaici del III-IV secolo d.C.e prestigiosa doveva essere la casa dell’atrio tetrastilo.

Essendo vicina al mare, Nora veniva spesso attaccata da incursioni piratesche e vandaliche e cosi la città fu abbandonata  nell’VIII secolo d.C., per poi essere riscoperta a fine Ottocento, grazie agli studi di Nissardi e Vivanet. Si dovette aspettare poi la fine dei conflitti mondiali per vedere l’inizio degli scavi, dal 1952.

Le saline, paesaggi onirici nati da una visione

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Sardegna, saline dei Conti Vecchi ©Anna Maria de Luca

Infine, le saline dei Conti Vecchi. Paesaggi onirici, tra acqua e cielo, con il rosa dei fenicotteri che sui 2700 ettari dello stagno di Santa Gilla hanno trovato il proprio luogo di elezione per vivere.

Sono le saline più longeve della Sardegna: nate circa 90 anni far grazie alla vision dell’ingegnere Conti Vecchi che, giunto in Sardegna per il suo lavoro nelle ferrovie, seppe vedere in un luogo insano per la malaria un nuovo futuro.

E cosi progettò la bonifica dello stagno e vi impiantò, alla fine degli anni ’20, una enorme salina dalla quale far partire lo sviluppo sociale ed economico di un’area al tempo depressa.

Costruì non solo una realtà industriale florida, virtuosa e all’avanguardia ma anche tutta una comunità, la famosa “comunità del sale”, con case, scuole e strutture ricreative per le famiglie di proprietari, dirigenti e operai che convivevano nel villaggio di Macchiareddu.

Un complesso poi passato, negli anni Settanta, alla SIR Rumianca e nel 1984, a seguito della crisi energetica e industriale, ad Eni che ne avviò la riqualificazione e nel 2017 la affidò al FAI per la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico.

Gli ambienti storici  sono stati tutti ripristinati nell’aspetto originale, così com’erano negli anni ’30 e, a bordo di un trenino, è possibile visitare l’intera salina, in un viaggio che si snoda tra vasche salanti e candide montagne di sale, sotto lo sguardo incuriosito di centinaia di fenicotteri rosa.

Testo e foto di Anna Maria De Luca|Riproduzione riservata ©Latitudeslife.com

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