È uno Stato nello Stato, uno di quei luoghi dove religione, libertà e culture diverse s’incontrano dando origine alla sua grande ricchezza ma anche alle sue estreme contraddizioni.
Testo di Guido Lattuneddu e foto di Riccardo Lattuneddu

La California per gran parte della sua storia nasce e vive scivolando fra pagine e pagine di letteratura; molto probabilmente deriva il nome da Califerne, un’isola fantastica citata da Rodriguez de Montalvo nella sua Las sergas de Espandiàn nel XVI secolo.
In seguito diventa la terra promessa di contadini e disperati nelle opere di John Steinbeck e ancora, infiamma il nostro immaginario collettivo con la beat generation e tutti quegli ideali che oggi l’hanno resa la meta per eccellenza per chi vuole assaporare l’America quella vera – nel bene e nel male.
È il viaggio on the road per le strade del Golden State, la scelta giusta per chi vuole scoprire davvero questa terra. E il mezzo per un giusto compromesso fra comfort e avventura, è il van, in affitto, naturalmente
Le onde del Pacifico
Per raggiungere Santa Monica si prende il treno da Los Angeles; la tratta richiede un’ora abbondante. I grattacieli del centro città a poco a poco si abbassano fino a diventare il villaggio di casette colorate dalle staccionate sconnesse e le strade polverose della periferia.
Il Pleasure Pier di Santa Monica, dove per altro termina la famosa Route 66, è sempre preso d’assalto da famiglie e gruppi di teenagers; l’odore di salsedine dell’oceano si confonde a quello di fritto, hot dog e zucchero filato delle migliaia di Bubba Gump Shrimp Co, Smashies Burger e il Maria Sol in cima al molo.
La gente urla follemente sulle montagne russe del Pacific Park, beve bibite ultra-zuccherate o fuma un po’ d’erba fra le aiuole e le lunghe file di palme mosse dalla brezza.
La Ocean Avenue vibra di musica latina, le persone si affaccendano sornione dietro le loro attività principalmente legate alla vendita di costumi da bagno e a ogni genere di bigiotteria venduta a peso d’oro.
Hollywood è quel luogo in cui il detto “dalle stalle alle stelle” non è sempre qualcosa di positivo anzi: c’è chi ha fatto della stella di James Caan lungo la Walk of Fame il proprio letto.
La strada scorre lenta fra i palmeti e le villette a schiera di Beverly Hills per poi scendere giù fino alle tendopoli del centro città: una successione di rifiuti e umanità che ridimensiona molto l’idea vagheggiata del sogno americano.
Deserto, deserto e ancora deserto
C’è da chiedersi chi possa mai vivere in territori come quelli – al di fuori di scoiattoli e serpenti del deserto – dove le temperature superano puntualmente i 40 gradi e dove per fare qualsiasi cosa bisogna percorrere parecchie miglia.
A volte, in mezzo a distese di pietre roventi e ciuffi d’erba biondi come capelli, spuntano comunità di roulotte autarchiche e grandi cartelli scoloriti dalle tempeste di sabbia che annunciano lapidari “Bradbourgh: the ghost living city” o “No people, water or food in that direction”.
È allora che, dalle parti di Palm Springs e vicino al confine con l’Arizona, si incontra il primo parco del vostro road trip: il Joshua Tree National Park.
Intanto, vedrete il territorio impoverirsi fino a diventare una landa desertica punteggiata di cactus giganti, sporadiche casette di legno stile Western e ogni tanto un 7 eleven.
All’entrata del parco campeggia la scritta “DON’T DIE TODAY”, mentre il ranger vi guarderà soppesando mentalmente la vostra resilienza – poche volte si sbagliano.
L’ora e mezza successiva trascorrerà su Marte, fra vampate di calore, seguendo una febbricitante lingua d’asfalto bordeggiata da voluminose piante di yucca, saguaro e montagne formate da massi tondeggianti che ricordano macerie, o castelli di sabbia, in attesa di essere sommersi dalla marea.
Il Joshua Tree National Park offre l’allettante possibilità di visitare, al contempo, meraviglie botaniche e geologiche quali: l’Hidden Valley, la Skull Rock e il grazioso Cholla Cactus Garden – simile a qualsiasi altra cosa fuorché al giardino di casa vostra.
La giornata prosegue per infinite ore di guida attraverso le pianure sterminate del Mojave e della Death Valley che ridefiniscono qualsiasi idea di spazio aperto, fino alle sponde del lago Isabella a nord-est di Bakersfield e quelle del fiume Kern. Le notti nei deserti della California sono una tavola di stelle.
Hippies giù al fiume
La mattina è fresca e penetra silenziosa fra i rami degli alberi illuminando le montagne di colori delicati. Lungo le ampie anse del fiume si raggruppano molti campeggiatori: famiglie, ragazzi, hippies e paciose comitive di messicani.
La strada corre veloce fra paesaggi di una mutevolezza incredibile. Le montagne diventano colline, le colline pianure e ancora montagne.
Queste ultime prima si coprono di fattorie e allevamenti di mucche e poi di filari di piante da frutto.
Salendo di quota il paesaggio, che fino a quel momento aveva mantenuto una folta varietà di erbe di un sobrio color senape, inizia a incorniciare le curve della strada con solide sequoie.
La visita al Sequoia National Park ha più la consistenza di un pellegrinaggio attraverso i suoi idoli preistorici: le sequoie, appunto.
Si tratta di veri monumenti in grado di battere qualsiasi record possibile per una pianta, fra i quali la resistenza al fuoco che anzi è loro necessario per crescere e riprodursi.
Sono incredibili, i veri padri della nazione americana al punto tale da essere chiamati per nome: da Hyperion a Generale Sherman fino al più generico The Congress.
La strada, dalle parti del vicino King’s canyon simile a un passo di montagna himalayano, si riduce a un malconcio strato di asfalto, aggrappato appena a una parete di pietra grezza.
A Grizzly Falls poi, si sterza bruscamente in direzione Fresno e ancora oltre fino alla Cherry Valley e allo Yosemite. Fresno è una tappa intermedia che permette di interrompere la corsa verso la costa e la penisola di Monterey.
Nel regno degli orsi
A questo punto è bene condividere un’ansia comune a tutti i neonati campeggiatori delle foreste americane: gli orsi. Per quanto gli attacchi di questi animali non siano particolarmente frequenti, appena uno all’anno, ciò che spaventa maggiormente sono le indicazioni che fornisce una qualsiasi guida ai boschi d’America.
Il libretto invita senza indugio a parlare tranquillamente all’animale per cercare, testuali parole, di farlo sentire a proprio agio – ma stiamo scherzando?!
Poco oltre, se le parole non dovessero funzionare, la guida divide gli orsi – molto trumpianamente, bisogna ammettere – in due categorie: gli orsi neri, che suggerisce di combattere corpo a corpo con ogni mezzo a disposizione, e i grizzly con i quali non c’è proprio nulla da fare se non stendersi pancia a terra coprendosi con le mani il collo e sperare che la bestia abbia già mangiato. Saranno giornate interessanti quelle allo Yosemite, davvero.
La valle dello Yosemite National Park, con i suoi tremila chilometri quadrati di montagne, foreste e dislivelli che vanno dai seicento ai quattromila metri, viene scoperta per caso nel 1851 dalla brigata Mariposa durante l’inseguimento di un gruppo d’indiani nella Sierra Nevada.
Dentro al parco si può dare un’occhiata all’intera valle da diversi punti d’osservazione. Per iniziare si può visitare Tunnel view che poche miglia più avanti, oltre il Pohono bridge, si apre nel più epico panorama del Glacier Point.
Dalla piattezza irta di boschi del fondo valle spuntano improvvisamente colossi di granito bianco sbrecciati dalle intemperie come El Captain o l’Half Dome. Questo spazio dilatante nell’insieme dà l’impressione di stare in piedi sul bordo di una cartina.
A poche miglia dal Glacier e il Washburn Point, invece, si può ammirare Bridalveil Falls: una piuma d’acqua purissima che cadendo in delicate volute di vapore disegna arcobaleni.
La salita è uno sconnesso saliscendi di pietre levigate dai piedi e dalle stagioni, rese qualcosa di scivolosissimo, ma una volta in cima la fatica viene ricompensata da grandi pozze d’acqua freddissima, proiettate sulla vastità dell’orizzonte.
Fattorie solitarie
Lasciate le distese alberate dello Yosemite e della Cherry Valley ci si rituffa nell’afa delle polverose strade della California, una lenta successione di cittadine rannicchiate al centro di pianure solitarie, paesini che si assomigliano un po’ tutti fra loro: ordinati quartieri di case basse, un campo da baseball e la chiesetta – che non manca mai.
In poco tempo scorrono Midpines, Mariposa, Planada e Merced, posti desertici in cui nondimeno si può contare sempre su un vecchio diner che ormai, in tempi come questi, sono le ultime roccheforti dei veri valori americani: la bandiera a stelle strisce, la musica country ed Elvis Presley.
Fuori Fresno, nei dintorni di Madera, lentamente i caseggiati lasciano il posto a fattorie fluttuanti su campi di granturco, ovunque a perdita d’occhio.
I tramonti inondano di un’aura magica ogni cosa, l’aria cambia odore e colore – sembra uno di quei numerosi scorci di paesaggio usciti dal Canto della Pianura di Kent Haruf quando scriveva della sua Holt in Colorado.
Alcuni topi di campagna corrono saettando nelle loro tane fra ciuffi di erba talmente secca da scricchiolare sotto i piedi. Il vuoto avvolge ogni cosa e gli alti boschi dello Yosemite sono ormai un lontano ricordo.
Il Vicolo Cannery
Il cielo di Monterey è velato da nubi e un vento freddo proveniente dall’oceano spazza le vie della città. Improvvisamente è autunno; la torrida estate californiana è rimasta alle vostre spalle, nell’entroterra.
Monterey piace subito: niente folle congestionate, nessuna pubblicità dalle insegne luminose o alcun genere di esagerazione, solo cascanti filari di papaveri rossi che invadono il portico della maggior parte degli edifici. Insomma, una città ordinata e a grandezza d’uomo.
Barche a vela e motoscafi solcano le acque della baia davanti l’Old Fisherman’s Wharf lasciando dietro di sé scie impercettibili che le onde cancellano subito.
Sul vecchio molo trovano posto tante attività che propongono pesce e crostacei in tutte le forme, nell’aria aleggia un profumino invitante di fritto misto che finisce per confondersi con quello nauseabondo della vicina colonia di leoni marini, un nevrotico agitarsi di pinne e code, accompagnato da lamenti e sbuffi risentiti.
Alcune persone presso San Carlos Beach indossano la muta per fare un tuffo nell’oceano. L’acqua è grigia ed esplode in bolle di schiuma contro gli scogli che seguendo il lungomare portano fino al vicolo Cannery, celebre per aver ispirato le opere di uno dei colossi della letteratura americana, John Steinbeck che lo descrive con queste poche e oneste parole: “Il Vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità della luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno…”.
Hit the road Jack
Capitola e Santa Cruz sono popolate prevalentemente da una nutrita fauna di surfisti, animali da onde, che insieme a turisti, famiglie e pensionati, affollano tutto il litorale.
Non si può non innamorarsi di questa linea di costa: l’architettura, le villette con le palme e le vaporose nuvole di fiori, la linea semplice e i colori delicati, non sono i soliti prefabbricati dilaganti nel resto dello stato, ma sono vere e proprie opere d’arte simili a torte nuziali.
La gente parcheggia il van giù in spiaggia, gli sportelli aperti e le gambe ciondolanti, a fissare meditabonda la linea bianco azzurrina dell’orizzonte, le lunghe rientranze della costa e i giochi del mare.
La città, nel vecchio faro, vanta persino un museo del surf, una stanza un metro per un metro stipata di tavole da surf e vecchie fotografie, con un magnifico punto di fuga sul molo di Santa Cruz: una virgola di sabbia bianca su cui svettano le montagne russe del famoso parco giochi.
Da quelle parti, la sera, non esiste tramonto più bello di quello che si vede lungo la strada costiera Big Sur.
Il sole diventa un nocciolo rovente che manda una luce fortissima e il cielo e gli sprazzi di nuvole bianche strappate dal vento si colorano di un rosa dalle tonalità sensuali.
E dopo John Steinbeck, in quel luogo, a quell’ora si finisce inevitabilmente per riflettere su pochi pensieri di Jack Kerouac: “Se non scrivo quello che vedo effettivamente accadere su questo globo infelice racchiuso nei contorni del mio teschio penserò che il povero Dio mi abbia mandato sulla terra per niente.”
San Francisco: una città in salita
San Francisco, ad agosto, è fredda, dannatamente fredda e la corsa su uno dei suoi bus o cable cars è identica a una traversata transoceanica in nave con le onde contro: precipiti in basso poi risali velocemente in alto, iniziando a percepire un lieve senso di nausea.
La città è divisa in molte aree che vale la pena visitare per farsi un’idea un po’ più ampia della frenetica vita metropolitana. Mission District, per esempio, il quartiere latino, una delle aree storiche, è famosa per i suoi murales incentrati sui temi caldi dell’attualità, ma può rivelarsi al contempo una realtà scomoda per i più.
Ovunque, fra vecchi palazzoni a due piani, i colori dell’intonaco scrostati da tempo, la spazzatura sparsa dappertutto, si muove e respira un’umanità malata e dallo sguardo frastornato. Mission è forse uno dei luoghi in grado più di altri di far luce su certe contraddizioni insite nella società americana.
Tutt’altra cosa, invece, è il quartiere di Haight-Ashbury, luogo di nascita della controcultura negli anni ‘60, che dopo Mission fa tirare un sospiro di sollievo.
Le case assecondano dolcemente la pendenza delle colline e la mole dei dettagli in facciata le fa assomigliare a tanti templi in miniatura. Questo è lo stesso pensiero che viene fissando le Painted Ladies in Steiner St. vicino ad Alamo Square.
Se per pranzo, invece, foste alla ricerca di un pasto dal sapore esotico, potreste abbandonarvi alle infinite possibilità di Chinatown, la più grande degli Stati Uniti. Percorrendone le vie avrete la sensazione di aver lasciato l’America per una località sulle rive dello Yangtze.
Camminando a Marina, una porzione dell’area portuale di San Francisco stretta fra Fort Mason e l’epica linea rossa del Golden Gate, non può mancare la visita a una delle carceri più temute e tristemente famose: Alcatraz.
L’isoletta galleggia su un petalo di nebbia che si alza dalle acque grige dell’oceano. Un traghetto in mezzora vi trasporta dall’altro lato della baia e inizierete così la visita, una delle più suggestive che potrete mai sperare di fare in città.
Allora, seguendo il percorso negli ambienti spogli e umidi della prigione, fra le celle di massima sicurezza e le foto di criminali fra i più spietati della storia americana, si matura un forte senso di oppressione al pensiero di chi ha passato anni o una vita fra quelle mura.
Per fuggire da Alcatraz e concludere la giornata, si può prendere il bus 130 fino a Presidio Point per ammirare la golden hour fra il Golden Gate e la sponda di Sausalito. È quando il sole inizia a pattinare sui cavi metallici del ponte che si diventa consapevoli di quanto siano davvero pochi i momenti più americani di quelli.
La California è uno Stato meraviglioso che disorienta, prima privandoti di qualsiasi riferimento a corto raggio nei deserti dell’entroterra e poi stordendoti tutto d’un tratto con qualsiasi genere di seduzione quando impari a conoscere le città costiere dai ritmi rilassati, i litorali chilometrici, i boschi di sequoie millenarie e quella particolare stile di vita.
Il californiano celebra la vita, la sperimenta fino ai suoi limiti estremi. Questa ogni volta trova forme sempre diverse, dalle più semplici quale può essere un piccolo diner lungo una strada di campagna alle più complesse come la libertà e il senso da dare a questa parola.
In fondo la gente da quelle parti spera, crede che le cose possano essere – siano – sempre così e forse, ancora una volta, questo illudersi e tutte le diversità che caratterizzano lo stato sono ciò che rende l’intero paese anche una terra di grandi contraddizioni.
Informazioni utili:
Come arrivare: Da Milano partono voli con scalo in diverse città europee.
Andata: Milano Malpensa (MXP) – Parigi (ORY) volo con Vueling compagnia low cost spagnola / Parigi (ORY) – Los Angeles (LAX) con French Bee (compagnia francese low cost).
Ritorno: San Francisco (SA) – Lisbona (LIS) volo con Air Portugal / Lisbona (LIS) – Milano Malpensa (MXP) volo con Air Portugal.
Quando andare – Clima: il periodo migliore per andare in California è l’estate. Giugno e agosto, sono i mesi momento più adatti per visitare il Paese.
Dove dormire: ostelli e camping.
Documenti: passaporto, ESTA, assicurazione sanitaria e patente internazionale.
Lingua: inglese/spagnolo
Religione: cristiana
Valuta: dollaro americano
Abbigliamento: casual per la città, tecnico per i parchi (Le città sulla costa sono molto più fredde di quelle dell’entroterra, quindi bisogna prevedere vestiti pesanti).
Suggerimenti: è necessario prenotare i campeggi con largo anticipo (soprattutto nei parchi) e si può utilizzare Recreation.gov oppure, se si vuole conoscere le persone del luogo, si può cercare suHipcamp.
È necessario comprare il pass ai parchi che costa 80$ e può essere acquistato online oppure, una volta arrivati, in qualsiasi sito ricreativo federale al momento di pagare il biglietto d’ingresso.
Link utili: Escape Camper Vans – Hipcamp – Recreation.gov – Pass parchi nazionali
Testo di Guido Lattuneddu e foto di Riccardo Lattuneddu|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com






































