Sul litorale ravennate centinaia di mirabolanti macchine volanti insieme ai loro rilassatissimi “padroni”, vivono per dieci giorni in armonia, in un sorta di città ideale. 

Testo e foto Paolo Simoncelli 

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Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

Alcuni anni fa, Claudio Cappelli, l’artista visionario legato a un filo, trascorse un pomeriggio col guatemalteco Raphael Coyote. In quella mite giornata di fine aprile, decine di aquilonisti da ogni angolo del mondo avevano già sguainato le loro silenziosissime “macchine volanti”. 

Erano i giorni del Festival Internazionale degli Aquiloni e Claudio cercava di convincerlo a far volare i suoi giganteschi barriletes ottagonali di bambù e carta colorata.  Il vento era buono, il cielo blu, il naso di migliaia di spettatori puntato alle nuvole.

In Guatemala però, gli aquiloni nascondono arcani significati. Sono i messaggeri divini che mettono in comunicazione i vivi coi defunti. Le famiglie allestiscono banchetti sulle tombe e poi li fanno volare sui cimiteri solo durante le feste in loro onore. E allora arrivarono a un compromesso. Raphael si limitò ad affidare al vento delle riproduzioni in scala ridotta. Non esiste episodio migliore per raccontare il significato spirituale che gli aquiloni hanno assunto nei secoli

In Giappone è usanza far volare un aquilone intorno alla casa del neonato e poi tagliare i fili all’alba perché il vento porti via gli spiriti maligni. In Thailandia servono ad allontanare le inondazioni e per questo ne fanno volare due, il maschio Chula, a forma di stella, e la femmina Papkao più piccolo, a forma di diamante.  

Ai Caraibi i pescatori usavano come stazioni meteorologiche rudimentali aquiloni ai quali venivano legati dei fischietti di canna. Quando il vento aumentava, incominciavano ad ululare, preannunciando in anticipo la tempesta. 

In India non fa in tempo a finire l’anno che già a metà gennaio, durante la festa di Makar Sankranti, una folla oceanica si riversa sui tetti di Ahmedabad. È il solstizio d’inverno e tutti sono impegnati a costruire pacifici aquiloni da combattimento. Bisogna immaginare una caotica città indiana di 3 milioni di abitanti che si ferma per riempire di colori gli orizzonti. Migliaia di aquiloni dai fili taglienti ricoperti di polvere di vetro eseguono una pacifica battaglia aerea, l’antico sogno, forse, di un mondo libero dai rumori di ogni guerra. 

In Cina bisogna andare molto più indietro nel tempo. Già 2500 anni fa poetici “cervi volanti” di seta e bambù erano il passatempo delle nobili dinastie. Poi la passione contagiò le masse. Tutti incominciarono a manipolare carta colorata per costruire aquiloni a forma di draghi, uccelli, divinità. Uno alzava gli occhi e vedeva il Long Tau Bai Zu, il millepiedi volante. Il Song Fan invece liberava in cielo una cascata di riso per propiziare buoni raccolti. 

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Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

L’idea di organizzare l’evento balenò a Claudio nel 1978, a New York. Passeggiava a Central Park, quando incontrò due giovani indaffarati a far volare aquiloni di carta e stoffa. Erano allegri, molto gentili. “Voi in Europa”, chiesero, “cosa fate per gli aquiloni?”. “Mah”, rispose, “non so”.

Di solito l’equazione aquiloni-bambino è la prima cosa che viene in mente. E invece l’età media di chi li fa volare sfiora la settantina. Fu un colpo di fulmine, la scoperta di un mondo impalpabile, fatto di vento e silenzio. L’idea di far incontrare aquilonisti da tutto il mondo cominciò a tormentarlo.

E così, due anni dopo, migliaia di aquiloni dei cinque continenti iniziarono a navigare nei bassi cieli del lungomare Grazia Deledda, a Pinarella di Cervia. Strano che nessuno ci avesse pensato prima.  

In fondo”, dice Claudio, “ovunque arriva un soffio di vento c’è qualcuno che fa un aquilone”. Chissà, forse il primo della storia fu il cappello che volò via dalla testa di un contadino, magari in una risaia dell’antica Cina.

Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

L’evento si svolge agli inizi di ogni primavera, poco prima che i villeggianti invadano le spiagge della riviera romagnola. Il mondo appeso ad un filo è un universo che stravolge le regole, il cielo al posto della Terra, la Terra al posto del cielo e in mezzo una foresta di fili che pare vogliano trascinarla via, verso mondi migliori. 

Gli aquiloni disegnano mappe senza confini e allora rivive ogni volta il messaggio di pace degli inizi degli anni ’90. Nella vicina ex Jugoslavia, c’era la guerra.

Gli aquiloni di Cervia volavano nel più stridente dei contrasti tra le scie dei cacciabombardieri F16 della base Nato di Pisignano diretti sull’altra sponda dell’Adriatico. Faceva uno strano effetto vedere sotto lo stesso cielo i simboli della pace e quelli della guerra. Gli uni rompevano il muro del suono, gli altri seguivano i binari del vento.

Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

Come ogni anno, da fine aprile ai primi di maggio, chi partecipa al raduno può ammirare calamari giganti, draghi, mostri, figure aliene, pesci palla, volti esotici, figure tribali, strane geometrie, eteree figure avvolte nei drappi rossi, installazioni eoliche in riva al mare.

Centinaia di mirabolanti macchine volanti insieme ai loro rilassatissimi “padroni”, vivono per dieci giorni in armonia, in una sorta di città ideale. E allora, secondo l’ancestrale credenza del mondo orientale, si alza la voce degli spiriti.

È lo spettacolo che va in scena da 46 anni. Niente rumori artificiali, soli sibili e fruscii. Sembra di tornare al Giappone dell’Ottavo secolo, quando il governatore di una terra sconvolta da conflitti tribali, affidò a una incruenta guerra di aquiloni il destino del suo territorio. Idea mai più applicata, aquiloni da combattimento al posto della guerra.

Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

Negli anni i più incredibili aquilonisti da ogni latitudine hanno lasciato le loro impronte sulla sabbia di Cervia, anime impalpabili, forse fuori luogo in un mondo che grida e s’affanna. Peter Lynn era uno di questi. Ingegnere neozelandese, aveva progettato il gigantesco Megabyte di 650 mq, lungo 55 metri e pesante 150 kg, il più grande aquilone del mondo. 

Quando entrava nel suo pancione, spariva come Pinocchio nel ventre della balena. C’erano l’argentino Alejandro Guazzetti, la russa Olga Alekseeva dal lago Baikal, la grande gallina del pakistano Iqbal Husain, Anoura Bernard dallo Sri Lanka, l’israeliano Danny Franck che faceva lievitare violini, gli aquiloni dipinti dell’inglese Nick James, Robert Trepanier con le sue creazioni zoomorfe.

Mentre l’artista quebecchese fa volare mucche, cani e cavalli governati da quattro cavi e poi volti e figure stilizzate.

Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

Oltre ad una delegazione dalla Cambogia, l’americano George Peters,potrebbe riempire il cielo di creature preistoriche, pterodattili, pterosauri e chissà cos’altro; lo svedese Johan Hallin che crea aquiloni con le piume degli uccelli ritrovate sulle spiagge del nord Europa, il modo migliore di restituire al cielo ciò che ha perduto.

Tra i grandi maestri giapponesi, considerati in patria monumenti nazionali, ricordiamo Makoto Ohjie, giardiniere esperto di bonsai e portavoce di una scuola aquilonistica millenaria.  

Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

Tutti però qui ricordano il compianto Ray Bethell, inglese di Stonehenge trapiantato in Canada, colui che più di ogni altro incarnava l’essenza dell’aquilonismo. A ottant’anni suonati era campione del mondo di volo multiplo, in grado di pilotare in sincronia, a ritmo di musica, tre aquiloni acrobatici.

Con due maniglie tra le mani, ognuna delle quali munita di due fili, più altri due fili che gli partivano dal bacino, Ray sembrava un burattino mosso dal vento. Resta un mistero come l’ultraottantenne di Vancouver, sordo come una campana, riuscisse a manovrare gli aquiloni in sincronia con le note musicali.

Naturalmente il pubblico non applaudiva perché il vecchio Ray non avrebbe sentito nulla. Si limitava a salutarlo con una ola da stadio. E lui si commuoveva. Ne è passato di tempo, eppure ogni anno chi arriva al festival continua a chiedere, “Ehi, dov’è Ray?”. E lui risponde dall’alto.

Festival Internazionale dell’Aquilone, Lungomare Grazia Deledda, Cervia ©Paolo Simoncelli

La cosa certa è che anche ogni aquilonista da più di cinquanta Paesi dei cinque Continenti riempie il cielo di Cervia di “macchine volanti”, fatte di semplice carta oppure di tela da spinnaker e fili di kevlar, il materiale di cui erano fatti i tiranti degli astronauti per le passeggiate lunari. “Oramai di aquilonisti ne arrivano troppi”, sorride Claudio. “Non sappiamo più dove metterli”.

La speranza di Ray che ci guarda dal cielo e di tutti gli aquilonisti, è che la scala anemometrica di Beaufort segni costantemente grado sei, tenendo lontano il libeccio, vento di terra poco adatto al volo. Dovesse accadere, gli aquiloni resterebbero incollati alla spiaggia.

Perderebbero all’improvviso tutti i loro poteri. Diventerebbero grandi uccelli senza più ali, in sintonia con l’haiku delpoeta giapponese Kubenta. “Chi ni erite Take ni tamashii Nakari keri”. Una volta toccato terra, lo spirito dell’aquilone, senza indugi, si allontana”.

Il Festival Internazionale degli Aquiloni avrà luogo sul lungomare Grazia Deledda di Pinarella di Cervia-Artevento, tel. 347.9424201 (Claudia Cappelli), www.artevento.com 

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