Bali. Isola dalle due anime


Non è casuale che Bali, gioiello prezioso dell’arcipelago della Sonda, sia conosciuta come ‘l’isola degli dèi’: tutta la vita sociale infatti è scandita dal calendario religioso. La maggioranza dei balinesi costituisce un’enclave induista all’interno dell’Indonesia, nazione multietnica a maggioranza musulmana, ma qui tale religione mostra una sua propria specificità: si ritiene infatti che gli dèi facciano visita agli uomini in occasione di particolari riti.

Ecco che durante gli odalan (cerimonie dei templi), per esempio, gli dèi – le cui statue vengono persino vestite – vengono onorati con feste, musiche e danze. L’induismo praticato sull’isola inoltre è fortemente contaminato da pratiche animiste, secondo le quali tutto (grandi massi, alberi, corsi d’acqua) sarebbe abitato da esseri invisibili, i bula kala (spiriti della terra), energie demoniache che gli abitanti dell’isola placano con offerte di carne e bevande forti e cui dedicano, a scopo propiziatorio, piccoli santuari o templi: il misticismo impalpabile che si respira a Bali, e in Indonesia in generale, si declina appunto nei suoi, si dice, oltre 20.000 templi.

Tra tutti scelgo in particolare un luogo di pellegrinaggio straordinario ed incredibilmente frequentato a partire dal X secolo: il Pura Tirta Empul, dove sgorgano le acque del fiume Pekerisan, ritenute sacre e dotate di poteri magici. Queste undici sorgenti, originate dal grande vulcano Agung, punto culminante dell’isola, si raccolgono in particolari vasche usate dai fedeli per abluzioni purificatrici: è incredibilmente suggestivo osservare il silenzioso raccoglimento con cui intere famiglie e persone di ogni età si bagnano e sostano sotto i getti d’acqua delle fontane, ognuna delle quali sarebbe portatrice di un particolare potere. Il santuario, che copre un’area vastissima, si compone di numerosi ambienti, tutti all’aperto, disseminati nel verde, tra alberi secolari anch’essi venerati per le divinità che vi albergano. Ovunque offerte di fiori, frutti e incenso.

La spiritualità qui si fa veramente tangibile.Ma Bali mostra anche un’altra anima, cui l’antropologo statunitense Clifford Geertz dedicò ampi studi: quella legata al tetadjen, ossia il combattimento tra galli, ‘gioco’ bizzarro e sconcertante insieme, ossessione popolare illegale, ma di straordinaria potenza pur nella sua esistenza semisegreta. In realtà, questa apparenza cela un combattimento di uomini per gli uomini (le donne ne sono escluse), esibizione di prestigio e di virilità: il combattimento è veramente reale solo per i galli!  Assistere a un tetadjen, significa mostrare il proprio status: in caso di ricchezza, si esibiscono le alte cifre spese nel gioco, in caso di povertà il gioco consente comunque di competere con i ricchi. In un ring di 50 piedi quadrati insomma si svolge un melodramma studiatissimo nei minimi dettagli (piume, sangue, folle e soldi, ben sintetizza Geertz), in cui si fondono odio e crudeltà, violenza e morte, potere distruttivo dell’animalità scatenata e potere creativo della virilità eccitata nell’eterna lotta tra il male e il bene, tra la bestia e l’uomo.

Ciò che pertanto rende ‘profondo’ il combattimento di galli allora non è il denaro di per sé, ma quello che il denaro fa accadere, poiché permette di accedere a un luogo simbolico attraverso il quale vivere un’esistenza altra. Così i balinesi, intrinsecamente intrisi di spiritualità, solitamente composti e chiusi nel loro mondo che di fatto è un microcosmo, si inebriano nel vortice dell’inquietudine della preparazione, della scommessa, del combattimento e del risultato, non diversamente da come moltissimi altri loro simili in altre regioni del mondo si appassionano nell’andare allo stadio, nell’assistere a un combattimento tra pugili, tra toro e torero nell’arena, o a una gara tra bolidi in circuito, e davanti a un’arena di galli inferociti scoprono ciò che accadrebbe se la vita fosse altra da quella che invece vivono.

Testo e foto di Chiara Rossi

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