Emilia Romagna e Toscana: tra i volti nascosti dell’Appennino

Le automobili guizzano come pesci luccicanti sull’autostrada della Cisa, bucando la pancia dell’Appennino. Superato lo stabilimento della Barilla, ultimo avamposto di un mondo industrializzato, la strada si inerpica sui monti e le località, quasi a presagire l’incanto che si cela dietro le pendici di questi giganti rocciosi, assumono i nomi leggendari di Ponte Partigiano, Rio Scansa Diavoli e Roccaprebalza. Le groppe selvagge dell’Appennino tosco-emiliano custodiscono un mondo dimenticato, fatto di lunghi racconti intorno al fuoco e di silenziosi ascolti. Il viaggiatore che ne volesse prendere parte dovrebbe rallentare la sua frenetica corsa e dirigersi verso Berceto, porta segreta che conduce a un mondo incantato: un piccolo paese che si annida sui monti tra Parma e La Spezia, nel cuore della via Francigena, dove instancabili fila di pellegrini percorrono a piedi la lunga strada che da Canterbury porta a Roma.


Il centro si snoda intorno a due istituzioni principali: la Cattedrale romanica, che conforta l’anima degli abitanti, e il Bar Romano che, tra lunghi sorsi di bargnolino, il liquore locale ricavato dal pruno, ne rallegra lo spirito. Da Berceto ci si addentra nelle viscere delle montagne, scavalcando di volta in volta Emilia e Toscana attraverso gli erti passi del Sillara, del Cerreto, del Lagastrello e delle Radici. La vista è incantevole. L’aria che soffia su queste montagne profuma ancora dell’odore salmastro del vicino mare. A oriente giace serena e addomesticata l’Emilia. A occidente i precipizi dell’Appennino convergono verso la verde vallata della Garfagnana, anticipando le abbaglianti vette marmoree della Alpi Apuane che si stagliano aguzze sul blu profondo del mar Tirreno. I suoi boschi sono popolati dalle storie dei partigiani della Brigata Stella Rossa che, con lo stesso impeto dell’acqua scrociante dei torrenti quando giunge furiosa a valle, inondano anch’esse la fantasia del viaggiatore. Ai rami degli alberi è ancora possibile scorgere i brandelli sfilacciati delle bandiere tricolore, mentre sulle dure cortecce è incisa la storia della Liberazione.


Gli abitanti di un paesino raccontano di quella volta che un giovane partigiano tanto fece girare a vuoto nei boschi i tedeschi diretti al suo villaggio, che li fece morire di stenti, facendo guadagnare la vita ai suoi compaesani, mentre a se stesso il soprannome di di El Furbètt. Si racconta poi di quando Pippo, aeroplano degli Alleati, volò senza tregua tra le montagne e i boschi per scovare le fila dei tedeschi in ritirata. A Sesta i muri delle case sono stati affrescati da un pittore visionario che, accanto ai suoi concittadini, raffigurò Juliette Greco, Gina Lollobrigida, Vittorio Gassman e persino la regina Soraya di Persia. Sul muro scrostato di una vecchia casa traspare la figura sbiadita di un antico Don Chisciotte con un cappellaccio a lunghe falde nere sul capo, che una vecchia del paese fece grattar via tempo addietro avendolo scambiato per il diavolo. La magia abita da sempre queste montagne. Sulle stalle sono scolpiti dei mascheroni in pietra per scacciare il malocchio dalle bestie. Alcune donne, le guaritrici, si tramandano oralmente la capacità di segnare e guarire i mali più disparati: la storta, l’anima rovesciata, lo stomaco sospeso e la paura.


Nei boschi di Groppodalosio si narra che, tra la notte di Natale e quella dell’Epifania, neri cavalieri galoppino senza tregua in cerca delle anime dei morti, e allora le pendici dei monti fischiano e ululano della loro oscura caccia. Il viaggiatore che decidesse di conoscere l’Appennino, scoprirebbe un forziere che racchiude affascinanti storie e leggende popolari. Le sue vette fiorite, su cui crescono insieme faggi, querce, abeti e i profumati pini marittimi, sono rimaste ancora incontaminate. Le sue pendici si snodano calme e silenziose lungo l’Italia mentre i lupi, selvaggi e attenti guardiani dei suoi picchi, custodiscono dagli sguardi indiscreti le sue incantevoli storie di magie e partigiani.

Testo di Elena Brunello | Foto di Stefano Branca ed Elena Brunello © RIPRODUZIONE RISERVATA

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