Viaggio attraverso la montagna d’acqua e pietra. Un itinerario sensoriale dai boschi di Fontegreca ai riflessi mitici del fiume Lete, dove la memoria disegna un paesaggio vivo e ancestrale.
Testo Claudia Orsino foto Andrea Caprarelli e Claudia Orsino

C’è un punto dell’Appennino meridionale in cui la Campania si fa montagna senza perdere il carattere dell’approdo. Il Matese non arriva con clamore. Si rivela per soglie: una curva che lascia intravedere un paese appoggiato alla roccia, un bosco che cambia improvvisamente odore, un fiume che compare e scompare come se custodisse un segreto. Oggi che il massiccio è entrato nella stagione del Parco Nazionale, questo territorio tra Campania e Molise chiede di essere attraversato con passo lento, più che consumato come una destinazione. È una montagna d’acqua, pietra, memoria e comunità. Una geografia appartata, ma non marginale, dove il viaggio ha ancora il valore di una scoperta.

La strada può cominciare da Fontegreca, borgo raccolto alle pendici del Monte La Rocca, con vicoli stretti, sottarchi, case in pietra e una verticalità discreta che accompagna il cammino verso il suo luogo più prezioso: la Cipresseta, il Bosco degli Zappini. Qui il paesaggio cambia registro.
Non siamo davanti a un giardino ordinato per lo stupore del visitatore, ma dentro un organismo vivo. Le radici dei cipressi si aggrappano alla terra, formano gradini naturali, trattengono l’umidità, guidano il passo. L’odore del muschio e delle erbe spontanee riempie l’aria. Il fiume Sava attraversa il bosco, alternando rivoli, cascatelle e piccole pozze dove la luce si frantuma tra le fronde.
La Cipresseta sorprende perché non ha nulla di scenografico nel senso artificiale del termine: è antica, fresca, ombrosa, resistente. Un luogo in cui la botanica diventa esperienza sensoriale.

Da Fontegreca si prosegue verso Prata Sannita, dove l’acqua non si limita a bagnare il paesaggio ma ne definisce l’identità. Il borgo medievale di Prata Inferiore è una piccola macchina del tempo: mura, portali, vicoli, cantine, terrazze affacciate sulla valle del Lete. Il castello domina l’abitato come una memoria rimasta vigile, mentre il fiume scorre più in basso con la sua natura carsica, capace di apparire, scomparire e riemergere.
Qui la geografia sembra avere un talento teatrale. Non è un caso che Prata abbia ospitato anche esperienze di arte pubblica e rigenerazione, come il Million Donkey Hotel, intervento del collettivo feld72 che ha trasformato stanze e vuoti del paese
in racconto, ospitalità, riflessione sullo spopolamento. Nel Matese, spesso, l’innovazione funziona quando non cancella le tracce, ma le ascolta.

Seguendo idealmente il Lete si sale verso Letino, uno dei paesi più alti della provincia di Caserta. Il nome invita alla mitologia, anche se la sua origine non va confusa frettolosamente con quella del fiume. Eppure è inevitabile che qui il Lete porti con sé un immaginario potente: l’oblio, la purificazione, l’acqua che cancella e prepara a una nuova vita.
Nella piana delle Secine il paesaggio si allarga tra pascoli, campi, masserie e rive ombreggiate. Il fiume nasce in quota, scorre lento, accompagna il cammino con un suono basso, quasi domestico. Ponti di pietra, salici, rive erbose e piccoli passaggi ricordano una montagna vissuta prima ancora che visitata.

Il lago di Letino introduce un’altra misura del viaggio. Le montagne si specchiano nell’acqua, i boschi chiudono l’orizzonte, il volo di un airone basta a mutare il ritmo della giornata. Da qui la salita restituisce affacci improvvisi: Prata, Ciorlano, Presenzano, i profili lontani degli Aurunci.
È il Matese verticale, fatto di versanti, tagli di luce, rocce sospese, ma anche di segni minimi: una croce dedicata a pastori e contadini, erbe aromatiche lungo il tratturo, il lavoro della mano umana che non vuole imporsi sulla montagna ma restare in dialogo con essa.

Letino merita una sosta vera. Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, il paese si arrampica inseguendo vicoli e scale, con il castello e il santuario di Santa Maria che sorvegliano il paesaggio dall’alto. Ma la sua identità non è soltanto panoramica.
A Letino passarono anche le inquietudini della storia politica italiana: nel 1877 la Banda del Matese, con Carlo Cafiero ed Errico Malatesta, diede vita a una delle prime insurrezioni anarchiche, episodio ancora inciso nella memoria del paese. Accanto alla storia, i riti comunitari continuano a dare forma al tempo: feste religiose, costumi tradizionali, racconti tramandati, memorie familiari che fanno del borgo un archivio vivo.

Viaggiare in questa parte del Matese significa capire che l’acqua non unisce solo luoghi, ma tempi diversi. Fontegreca racconta il tempo botanico, Prata quello storico e artistico, Letino quello mitico e comunitario. In mezzo ci sono strade strette, silenzi, boschi, tavole semplici, incontri.

Non è un itinerario per chi cerca l’effetto immediato. È una rotta per viaggiatori curiosi, disposti a lasciare spazio a ciò che non si mostra subito. Il Matese non recita la parte della destinazione perfetta. È più interessante: è una terra autentica, ruvida e gentile, dove ogni passo sembra ricordare che il viaggio non serve a fuggire dal mondo, ma a rientrarci con uno sguardo più attento.
Testo Claudia Orsino foto Andrea Caprarelli e Claudia Orsino|Riproduzione riservata © Viatoribus.com – © Latitudeslife.com










































