I viaggi in Libia del Principe Kamal d’Egitto: un’avventura che si rinnova



A distanza di 81 anni un gruppo di scienziati, ricercatori e giornalisti provenienti da 12 Paesi, ha ripercorso le principali tappe della spedizione commemorativa nel Gilf Kebir, in Libia, voluta dal Conte Laszlo Almasy.

Nei primi decenni del secolo scorso diversi coraggiosi individui, attratti dalla magia e dal fascino dei paesaggi desertici, si avventurarono nell’ignoto alla ricerca di un mondo tutto da scoprire, tracce del nostro passato e luoghi mitologici come la leggendaria oasi di Zerzura. Correva l’anno 1922 quando la straordinaria scoperta della tomba di Tut Ankh Amon attirò gli obiettivi della stampa internazionale e André Citroen organizzava la Trans-Sahara, la più importante spedizione scientifica mai effettuata nel deserto e in occasione della quale vennero utilizzati i leggendari mezzi semicingolati “Citroen Kegresse Autochenilles”. Il Principe Kamal El Din, che nello stesso anno aveva rinunciato al trono dinastico, seguì con interesse le cronache della spedizione e sull’onda dell’entusiasmo, nel 1923, decise di avventurarsi a sua volta con i mezzi semicingolati in quei luoghi del deserto dove nessuna automobile aveva ancora mai lasciato traccia: il Grande Mare di Sabbia. ll Principe di Kamal, con al seguito un gruppo di scienziati, fotografi e cartografi, tra cui il Conte ungherese Laszlo Almasy – il temerario esploratore che ha ispirato il personaggio de “Il paziente Inglese” – organizzò negli anni successivi ulteriori spedizioni, grazie alle quali riuscì a mappare quella parte del deserto sud-occidentale così arido e ancora avvolta nel mistero, scoprendo – nel 1926 – la maestosa grande barriera scura che si erge dalla sabbia, l’altopiano del Gilf Kebir.

A distanza di 81 anni un gruppo di scienziati, ricercatori e giornalisti provenienti da 12 Paesi – ha ripercorso le tappe della celebre spedizione commemorativa voluta da Almasy. L’iniziativa, chiamata Kamal Expedition è durata 12 giorni e ha coinvolto in tutto 104 persone. Partendo dall’Oasi di El Kharga le auto incolonnate hanno abbandonato definitivamente l’asfalto per affrontare sabbia, dune e rocce in direzione sud-ovest fino ai confini del Sudan, percorrendo complessivamente 2600 km. L’eccezionale carovana composta da 34 fuoristrada, trasportava un carico di oltre 7 mila litri di acqua, 18 mila litri di carburante ed una nutrita riserva di alimenti in scatola e vivande. La spedizione è nata come un progetto sperimentale per promuovere l’ecoturismo in uno degli ambienti più belli del Sahara – di grande interesse storico, naturalistico e antropologico – nella zona compresa tra l’altopiano del Gilf Kebir, il massiccio dell’Uweinat e il Grande Mare di Sabbia. Dal punto di vista geomorfologico si tratta di un’area molto importante in quanto include rocce e formazioni particolari e di origine antichissima in grado di rivelarci preziose informazioni sul passato del nostro Pianeta. Un ambiente con ecosistema raro costituito da piante straordinarie, meravigliosi uccelli e insetti che non ci si aspetta di trovare in uno degli angoli più aridi del Sahara. Sopravvive nei secoli una meravigliosa specie di pianta dalle grandi dimensioni, l’ Acacia Tortilis, un vero miracolo della natura oggetto di studio per la sua straordinaria capacità di adattamento ad un ambiente con una media di 5mm di pioggia all’anno.

Questo lontano e arido angolo di Sahara è anche uno splendido libro aperto sulla nostra preistoria: si ritrovano ovunque e ben conservati innumerevoli incisioni e pitture policrome rupestri in grado di rivelarci preziose informazioni sulla società pastorale neolitica ivi fiorita tra il 7.000 ed il 3.500 a. C., all’epoca in cui al posto della sabbia c’ erano la savana, i laghi, i corsi d’acqua e molti, molti animali – fra cui giraffe, struzzi, antilopi e mucche-.
Fu proprio il Conte Almasy a effettuare i primi eccezionali ritrovamenti nel 1933: la grotta cosiddetta dei nuotatori per la presenza di piccole raffigurazioni umane che sembrano fluttuare nell’acqua; nelle vicinanze di Wadi Sura – la valle dei dipinti – sono stati in seguito ritrovati numerosi altri siti con spettacolari rappresentazioni di animali, scene di caccia e di vita domestica. Ma sono degli ultimi 10 anni le scoperte più importanti, tra la meraviglia rilevata dall’italiano Massimo Foggini – definita “la cappella Sistina del Sahara”: un sito da lasciare senza fiato per la quantità di dipinti fra cui spiccano mani in negativo e le rappresentazioni ricorrenti di una bestia senza testa, oggetto di studio e interpretazioni, che viene collegata ad antichi testi funerari egizi.

Dalla preistoria alle tracce più recenti della nostra storia: il Parco Nazionale del Gilf Kebir conserva anche importanti testimonianze della seconda Guerra Mondiale, le piste di atterraggio note con il nome di G-Hills ed 8 Bells – segnalate utilizzando taniche di benzina per aviazione riempite di sabbia – sono fra le più spettacolari e interessanti da visitare. Nel Grande Mare di Sabbia le dune sono altissime – con pendenze che raggiungono anche i 45°- le cui sfumature ambrate cambiano di colore a ogni ora del giorno. Camminare sulla sabbia liquida diventa in alcuni punti un’impresa – con i piedi che sprofondano quasi fino alle ginocchia – e per fare galleggiare le auto ci vuole una notevole esperienza di guida sulla sabbia. E quando si pensa di avere visto quanto di più bello il paesaggio sahariano possa offrire, ci si ritrova nel Deserto Bianco. L’ultima tappa di Kamal Expedition ci ha regalato l’effetto a sorpresa di un paesaggio dalla bellezza indescrivibile. Gradualmente la sabbia soffice e dorata ha lasciato il posto a un ambiente dall’aspetto lunare, con grandi formazioni calcaree a forma di fungo poggiate sulla sabbia bianca e polverosa. Una notte di luna piena e la magia è fatta: sembra di essere in una dimensione virtuale, ma è tutto vero. Semplicemente è il deserto.

Testo e foto di Ivana Gabriella Cenci

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