Calabria, viaggio in Bovesia

Un viaggio in una Calabria forse poco conosciuta ma di grande splendore, lì dove ancora oggi vive l’antico dialetto grecanico.

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Roccella Ionica ©Anna Maria De Luca

Nell’estremo sud della penisola si apre un’area preziosa ancora fuori dai grandi flussi turistici: la Bovesia, dove vive e palpita l’antico dialetto grecanico, noto come greco di Calabria.

Il versante Jonico meridionale dell’Aspromonte custodisce, immutata, la sua antica natura di “porta del Mediterraneo”.

Nuovi collegamenti

La novità è che, per arrivarci, la Regione ha aiutato l’aeroporto di Reggio Calabria a raddoppiare i voli ITA ed allargare i collegamenti Ryanair alle capitali europee.

Esplorare questa parte del nostro Belpaese è quindi oggi un’idea interessante, in particolar modo per chi vuole svernare nei weekend invernali dove c’è sempre il sole: nell’area ionica che ruota attorno a Bova, centro della cultura grecanica, tra i borghi più belli d’Italia.

La Calabria grecanica è uno scrigno non solo linguistico ma anche gastronomico ed architettonico, da Capo Zefirio a Reggio Calabria.

Fu infatti sulle coste della Calabria che i Greci svilupparono in modo particolare le città e le culture della Magna Graecia. Per molti secoli isola e roccaforte culturale, i paesi ai confini del Parco nazionale dell’Aspromonte, mantengono le più evidenti tracce della cultura magno-greca.

I Comuni

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Roccella Ionica ©Anna Maria De Luca

Quindici Comuni tra mare e montagna sono riusciti a resistere alla latinizzazione voluta dai Normanni a partire dall’XI secolo, dando vita ad una vera e propria koinè: Bagaladi, Bova, Bova Marina, Brancaleone, Bruzzano Zeffirio, Cardeto, Condofuri, Ferruzzano, Gallicianò (frazione di Reggio Calabria), Melito Porto Salvo, Montebello Ionico, Palizzi, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo e Staiti.

Per esplorare la culla secolare della minoranza linguistica ellenofona è bene partire da Bova, punto incredibile per gli itinerari da trekking lungo la fiumara dell’Amendolea, anticamente navigabile, che discende dalle limpide sorgenti del Parco Nazionale d’Aspromonte.

Secondo la leggenda, fu una regina armena a fondare Bova guidando le sue genti sull’antico monte Vùa, dalla cui latinizzazione deriverebbe il toponimo Bova (posto adatto al ricovero dei buoi): non è un caso se nello stemma della città compare un bue, insieme alla Madonna col Bambino aggiunti in epoca cristiana. 

Monti e colline scivolano sul mare formando potenti onde di roccia tra le quali gioca il vento profumato di bergamotto, l’“Oro Verde”, essenza base naturale della più raffinata produzione profumiera mondiale.

Il territorio

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Prodotti tipici della costa grecanica ©Anna Maria De Luca

Tra calanchi argillosi, i paesi grecanici spuntano tra monti, valli e fiumare. Non lontana è la Costa dei Gelsomini, dove nidifica la tartaruga Caretta Caretta: un ecosistema unico e prezioso dove la natura domina nella sua potenza sopra ai piccoli borghi poco popolati, sempre più meta di stranieri in cerca di autenticità di vita e di esperienze di turismo sostenibile.

Tra i piatti tipici della cucina arcaica grecanica, la lestopitta, la pitta ‘rrustuta, le cordelle, i maccaruni, i ricchi’e previti, i tagghiulini, la curcudìa, le ngute, ovviamente carne di pecora e maiale.

In Calabria la storia non è però solo antica: per scoprirlo bisogna andare al MuSABA, acronimo che sta per parco Museo Santa Barbara, noto come la Cappella Sistina di Calabria.

Tra arte e natura

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Museo Santa Barbara – Musaba ©Nick Spatari

Più che un museo, è il mondo di Nick Spatari e Hiske, un luogo sospeso tra arte contemporanea e natura. Calabrese lui, olandese lei, dopo una vita da artisti in giro per il mondo – frequentavano Le Corbusier, che iniziò Nick al Primitivismo, ma anche Jean Cocteau, Pablo Picasso e Max Ernst – i due rimasero stregati dai ruderi abbandonati dell’antico Monastero di Santa Barbara (IV secolo a.C.), persi nella macchia mediterranea affacciata sul Mar Ionio.

Decisero di fermarsi per dare forma alla propria creatura. Un’avventura durata una vita che ha come data fondamentale il 1974, anno in cui Hiske espone trecento opere di artisti contemporanei nel primo spazio realizzato sui ruderi, in collaborazione con diverse gallerie d’arte milanesi: una rivoluzione senza precedenti in una regione all’epoca esclusivamente fossilizzata sulla Magna Grecia.

Nel 2006 Nick Spatari si dedica ad un mosaico monumentale di 1400 metri nel chiostro della foresteria, in uno spazio che diventa simbolico e spirituale: è il suo racconto del mondo.

Nick muore nel 2020 ma continua a proteggere la sua creatura e la sua Hiske dall’alto dell’Ombra della sera (2006), la gigantesca figura umana fatta a sua immagine, alta 15 metri, che dal centro del chiostro domina su tutto.

La sua cappella Sistina, il sogno di Giobbe, è famosa in tutto il mondo. Il MuSaBa si trova lungo la statale che porta a Mammola, piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, famoso per il pesce stocco, e spicca per i vivaci colori dei suoi mosaici.

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I mosaici nel Museo di Caulonia ©Anna Maria De Luca

Lasciando le colline del Musaba, altra meta da non perdere è il Museo Archeologico dell’Antica Kaulonìa, nel cuore della Magna Grecia, a Monasterace.

Un luogo importantissimo perché è proprio dagli scavi di Kaulonia, colonia Achea, che si sta riscrivendo tutta la storia antica.

Il museo è un’immersione nella storia della colonia: esplora i contatti tra Greci e indigeni locali (IX-VIII secolo aC), racconta il primo impianto della città achea del VII secolo a. C., conduce nella vita quotidiana e religiosa dell’epoca attraverso le abitazioni, le aree sacre, strumenti, gioielli, monete d’argento, raffinate statuette femminili in terracotta e quelli che Greci e Romani chiamavano “pece b”, vale a dire contenitori di pece.

Uno dei plus del museo è la sezione dedicata alle antiche lavorazioni artigianali che espone, oltre alle ceramiche, strumenti in ferro che testimoniano l’evoluzione della metallurgia greca in Calabria.

Tra i tesori più preziosi del Parco Archeologico di Monasterace, la Casa del Drago, testimonianza del gusto estetico e della perizia artigianale degli antichi abitanti di Kaulonìa. È una delle abitazioni più lussuose dell’antica Kaulonìa e prende il nome dal mosaico pavimentale raffigurante un drago marino, raffinato nella tecnica e nel simbolismo, di fattura impressionante, circondato da una fascia in tessere di basalto nero.

Lo splendore di Gerace e il fascino di Roccella Ionica

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Veduta di Gerace ©Shutterstock

Altro must è Gerace, gioiello dell’architettura bizantino-normanna, tra i Borghi più belli d’Italia della provincia di Reggio Calabria.

Gerace è noto come il “Borgo Incantato”, oltre che come il paese del procuratore Nicola Gratteri, ed è palcoscenico del Festival Internazionale degli Artisti di Strada.

Dalla cinquecentesca Porta del Sole si arriva a piazza del Tocco e seguendo palazzi nobiliari e portali scolpiti si arriva alla cattedrale romanico normanno del 1045 che sorge sulla roccia e su una cripta dell’VIII secolo. 

Roccella Ionica, famosa per le sue acque limpide e gettonatissima in estate, pare sia l’antica Amphisya ricordata da Ovidio.

Due colonne monolitiche in porfido egiziano ricordano il tempio pagano ritrovato nel 1863 da alcuni pescatori. Il castello medievale con i suoi ruderi domina sul mare.

Per lungo tempo fu l’unico centro della costa jonica vicino al mare e infatti soggetto agli attacchi dei Saraceni. Palazzo Carafa, finemente restaurato, è gettonatissimo come location per i matrimoni.

L’ultima tappa

Prima di riprendere il volo da Reggio Calabria, l’antica Reghion, vale la pena di andare a vedere sul lungomare Falcomatà l’installazione di Edoardo Tresoldi, famoso per le sue architetture trasparenti in rete metallica per riprodurre antichi capolavori andati persi.

È la sua seconda grande opera pubblica permanente in Italia, dopo la Basilica di Siponto in Puglia: un colonnato di 46 colonne classiche in rete metallica alte 8 metri, all’interno di un parco di 2500 mq posto alla fine di via Giunchi, non lontano dal Museo Nazionale Archeologico che custodisce i Bronzi di Riace.

Databili al V secolo a.C., i Bronzi furono ritrovati il 16 agosto del 1972 da un sub romano, Stefano Mariottini. Il 21 agosto venne recuperato il Bronzo B, il giorno successivo il Bronzo A.

Non sarà difficile incontrare nel Museo uno dei loro restauratori, Nuccio Schepis (nella foto): dopo aver passato quattro anni, ogni giorno, con il camice bianco da medico ed i due grandi giganti sul tavolo operatorio, non è più riuscito a staccarsene.

A distanza di anni, spesso ritorna al Museo a trovarli, a vedere come stanno: è una vera poesia la sua nostalgia verso i suoi due antichi pazienti restituiti all’umanità.

Testo e foto di Anna Maria De Luca|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com