Di colpo, preso l’ennesimo tornante, come un’immagine da cartolina, Sarajevo mi si para davanti, in un colpo solo, e con uno sguardo riesco ad abbracciarla tutta. E’ una chiazza grigia da lontano: spartana, affossata tra ripide colline che paiono inghiottirla da un momento all’altro. Non spicca per grandiosità architettonica, ma non riesco a distogliere lo sguardo dal finestrino. Percorriamo tutta una strada sul crinale di un’altura che circonda la città e balza agli occhi il forte contrasto tra dei grattacieli del centro e la miriade di casette con tetto rosso sulle colline attorno, che sembrano le case di un presepe. L’impatto visivo è impressionante: intravedo la prima moschea stretta tra degli alberi e un capannone, ma mi accorgo che ce ne sono dappertutto. Provo a contarle, ma ad ogni buca centrata dall’autista perdo il conto, poi ci rinuncio, sono troppe.
Guardando meglio capisco che non sono tutte moschee: ci sono sinagoghe e chiese ortodosse, è come se tre civiltà diverse avessero voluto edificare allo stesso tempo nello stesso luogo. Il bus comincia a scendere una ripida strettoia dove passiamo a malapena solo perchè un contadino con il suo carro ci lascia passare, facendo cenno al mulo di fare un paio di passi più in là. Ora procediamo lungo un’arteria principale, tra macchine e fabbriche grigie; dal basso Sarajevo perde il suo carisma, ma è solo la periferia. I rilievi montagnosi che ci circondano sono claustrofobici, delimitano rigidamente lo spazio erigibile, ma la città non segue nessuna logica urbana, è tutto un caos di capannoni, edifici in cemento armato e aiuole qua e là.

Tra il 5 aprile 1992 e il 29 febbraio 1996, circa 4000 tra bombe e granate piovvero sull’intera città causando 12.000 morti tra la popolazione civile e 50.000 feriti. Per quattro anni la città cessò di esistere, per quattro anni la dignità di un popolo fu calpestata, più che dalle armi, dal silente balletto della diplomazia internazionale che si rifiutava di ammettere quello che stava succedendo tra quelle montagne. La Bosnia è un libro di storia aperto all’umanità: i romani, gli ottomani, gli austroungarici, Tito, e lo sfaldamento della Jugoslavia. Bosnia Erzegovina è solo il terzo capitolo della guerra dei Balcani, un conflitto scoppiato in seno a un continente che stava cercando di dimenticare ancora l’ultima guerra mondiale e i crimini nazisti, e che fino all’ultimo provò ad ignorare un genocidio commesso sotto gli occhi degli osservatori delle Nazioni Uniti.
Sarajevo rappresenta la nuova vergogna del genere umano, la degenerazione perversa del nazionalismo estremo, il bestiale delirio che portò tre popoli convissuti pacificamente fino ad allora a una guerra etnica totale. Alcuni edifici conservano ancora i fori dei colpi di cannonata tra una finestra e l’altra, come cicatrici indelebili di un passato che nemmeno il cemento vuole scordare, cartine da tornasole di un odio piovuto sulla città senza tregua. In effetti non viaggio su un autobus turistico, ma mi rendo conto che sarebbe inutile farlo visto che da dove sono seduto ho tutto alla portata di uno sguardo. Ora la gente comincia a prepararsi raccogliendo borse e giacche, e proprio in quel momento sorge da dietro a un edificio in rovina il grattacielo dove ha sede il Parlamento Bosniaco.
Finalmente il bus si ferma e ne discendo con le gambe indolenzite e lo zaino a tracolla. Ha cominciato a piovigginare, ma non rende che l’atmosfera più suggestiva: Sarajevo non è un luogo che si appresti al cielo azzurro e le atmosfere vacanziere, me lo ricordano due giovani donne musulmane velate che camminano a passo svelto in direzione contraria. Ci dirigiamo verso l’ostello per posare i bagagli e cominciare ad esplorare. Dovevamo essere davvero vicini al centro perchè in pochissimo tempo giungiamo al fiume che taglia in due l’agglomerato.

Il viaggio è stato lungo e con la sera cala anche una profonda stanchezza. Ci proviamo a trascinare verso una fortificazione posata in cima a un’altura per godere del panorama, fortunatamente ci viene in aiuto un anziano che ci fa salire sul suo pick up vedendoci in difficoltà nella scalata. La vista è uno spettacolo al tramonto, si riesce a vedere tutto senza girare il collo di un centimetro. Individuiamo uno per uno tutti i ponti, il grattacielo del parlamento, la Biblioteca nazionale, e diversi cimiteri incastonati tra le residenze private. Quando durante l’assedio fioccavano le cannonate da ogni parte, i morti non ricevevano nemmeno una sepoltura dignitosa e venivano riposti in fosse comuni. Dopo il conflitto furono ripristinate ed abbellite con lapidi bianche, non spostandosi di un centimetro da dove si trovavano. Oggi sono dei tristi monumenti commemorativi, dei luoghi di pianto per i familiari e punti di rilflessione per chi li attraversa. Scendendo dal castello ci passiamo in mezzo e leggiamo le incisioni sui marmi bianchi, inequivocabilmente registrano tutte le date tra il 1992 e il 1996. E’ uno spettacolo architettonico notevole, ma una macchina nera nella coscienza serbo-bosniaca.
L’ostello è pulito e moderno, gestito da una ragazza italo bosniaca, che avrà su per giù la mia età e parla abbastanza bene la nostra lingua. Ci da due dritte sulle restanti attrazioni turistiche di Sarajevo, ma non riesce a spiegarci come raggiungere la nostra metà principale: l’aeroporto cittadino. Anche in questo caso la notorietà del luogo è legata alla guerra balcanica. Quando l’Armata Popolare Jugoslavia circondò completamente la capitale, le Nazioni Unite riuscirono a strappare a Milosevic la concessione dell’aeroporto per ragioni umanitarie, ma nella realtà dei fatti restò totalmente sotto il controllo serbo per anno dopo anno. Celebre è il tunnel che venne scavato sotto le piste di decollo lungo 60 metri che lo collegava a un boschetto nascosto dalla radura, dove confluivano settimanalmente aiuti umanitari fuori dal controllo degli assedianti. Grazie a questo buco nel sottosuolo decine di civili riuscirono a salvarsi e migliaia di malati ad essere curati con medicinali provenienti dall’Europa.
Il problema è raggiungere l’aeroporto visto che apprendiamo non esiste un collegamento regolare dal centro cittadino. Ci viene in aiuto anche questa volta la fortuna che bussa alla porta dell’alberghetto alle 23 di sera. Sono Senad e Ermin, due studenti dell’Università che per arrotondare si offrono spontaneamente ai turisti negli alberghi per portarli in giro in macchina in cambio di compensi molto modesti. Cascano a fagiolo, anche se all’inizio siamo un po titubanti vista una strana fretta nel chiudere l’accordo. Preoccupazioni inutili, volevano solo portarsi a casa i clienti. Rimaniamo per il giorno dopo dal portone del palazzo la mattina presto, vado a dormire non troppo sicuro che verranno, ma anche questo dubbio lo sfatano la mattina successiva presentandosi puntualissimi. Montiamo sulla loro Toyota Verso e ci mettiamo in marcia tra il traffico scorrevole della capitale. Bisogna sfatare subito il luogo comune che nei paesi dell’est i giovani non parlano inglese bene, perchè non c’è nulla di più falso.
Sia a Belgrado che qui chiunque con cui avessimo interagito parlava un inglese più che decente, e non ci metterei la firma che in Italia valga lo stesso. Ci raccontiamo le solite cose, facciamo le classiche domande, e riceviamo le solite risposte, ma non è mai noiosa la chiacchierata. Sono cugini e abitano in un paese poco fuori chiamato Paricevici, uno dei due, Ermin, ha perso il papà nel 1992 quando aveva 3 anni, freddato da un cecchino serbo mentre andava a cercare di vendere della legna al mercato. Una storia tanto lontana dal nostro mondo che l’avevo sempre sentita nei documentari di guerra, mai ascoltata di persona, vi garantisco che non è piacevole. Durante il tragitto di 10 chilometri ci spiegano ogni palmo di città, sono due ottime guide in effetti. Riusciamo dal centro e ci avviciniamo alla meta a velocità costante, non abbiamo fretta di arrivare,e poi quelle casette sulle alture mi ipnotizzano. Il più giovane ci finisce di descrivere la vita sociale notturna dei ragazzi di Sarajevo, quando le ruote della macchina incontrano lo sterrato di una stradina di campagna, troppo stretta per un doppio senso e che ci spiegano si tratti di una scorciatoia.

Testo e foto di Stefano Pampuro RIPRODUZIONE RISERVATA © LATITUDESLIFE.COM











































