Tra i colli della Calabria si erge un paese sospeso nel tempo, custode di bellezza e identità. Il castello, la piazza Campo e il raro Battistero bizantino rendono questo borgo una tappa imperdibile.

Mi accoglie sulla porta un signore che parla italiano con un lievissimo accento. Negli anni Settanta studiava architettura a Firenze, dove conobbe la moglie. Lui è greco di Cipro; lei una calabrese di Crotone. Sono più di quaranta anni che vivono a Santa Severina. Lui ha un bed&breakfast che si chiama Filoxenia, cioè il dovere etico di ospitare gli stranieri.
Si sale su questo colle di pietra, attraverso una strada di docili curve illuminate dal sole. C’è una bellezza diffusa nel paesaggio precedente, sulla strada della Lenza, colmo di colline di argilla, brulle come fossero le ossa della terra venuta al cielo per far vedere che sotto al superfluo delle costruzioni umane, esiste un hardware planetario che regge tutto.
A questo si oppone soltanto la scritto calcistica “Catanzaro merda” su un piccolo muretto, dove dietro bivacca un gregge di pecore, mordicchiando sparuti fili d’erba.
Il Castello, la nave di pietra

Santa Severina trattiene in sé un castello bellissimo. Per questo era chiamata la “nave di pietra”, perché assumeva i contorni di un immenso piroscafo scolpito nella roccia. Non è un castello semplice questo, ma composto da vari settori, uno dentro l’altro.
Non starò a farvi la storia dei popoli e delle famiglie che si sono avvicendate qui (trovate tutto digitando sui motori di ricerca), perché alla fine quello che conta per decidere di fare un viaggio è l’emozione di un racconto.
È sulla sera, quando tutta la luce del giorno comincia a scavare buche nel buio, che si comprende quanto possano animare spazi e pause nel tempo le mura antiche di un edificio come questo.
Ci si ritrova a contemplare dall’alto un vasto affiancarsi di terre concimate e campi di grano tagliato, che fanno da contrappunto a colline alberate, a lineamenti che si fanno sempre più azzurri nella lontananza dell’orizzonte.
C’è, in queste campagne infinite, una fisionomia ancestrale, qualcosa che richiama un precedente conficcato nella storia dell’uomo, più che in quella dell’esperienza personale. Il castello di Santa Severina è il castello dei castelli, il prototipo e l’esemplare del castello, quello esotico che immaginavi nei sogni.
E mentre la notte avanza e le luci artificiali colorano i merli di questo edificio che ferma il respiro, ci si rende conto di quanto sia potente un monumento per la comunità che lo frequenta e lo tiene in cura.
Si dice sempre che ci sono luoghi in cui si resta soltanto per l’attaccamento alla casa dei padri. A Santa Severina c’è anche un attaccamento alla bellezza di un luogo simbolo.
Piazza Campo, cuore della comunità

E c’è un altro motivo che tiene insieme queste 1.800 anime santaseverinesi: Piazza Campo. Quella che il Sindaco definisce “una stanza della casa di tutti“.
Basta sedersi ai tavoli del Bar Jolly a varie ore del giorno e della notte per capire cosa significhi essere una comunità.
Di giorno gli anziani portano i tavoli all’ombra, davanti al palazzo comunale. Ne fanno una lunga fila e giocano a carte. Poi arrivano i ritardatari e si mettono in piedi dietro a quelli che giocano. Poi qualche ragazzo si unisce a guardare.
Dopo cena il posto è preso da ventenni nervosi, che stanno in piedi e sembra siano sul punto di partire, per una battaglia o per una discoteca. Ma poi, dopo varie giravolte, partono uniti verso i tavoli notturni del gioco delle carte.
Più là c’è un gruppetto di bambini, dai 3 ai 9 anni. Hanno tutti un borsetto a tracolla. Chiacchierano, ridono, urlano. Si muovono come le zanzare, cioè senza un apparente percorso logico. Dopo i più piccoli raggiungono i genitori seduti ai bar più alla moda, o rientrano a casa col fratello grande.
Altri si uniscono ai ragazzi, attorno ai tavoli del gioco di carte. Sono una falange pacifica e coesa. Sono l’intero capitale sociale futuro di questo borgo dorato in mezzo alla Calabria autentica.
Sapori e incontri

C’è chi arriva da una lunga cena alla Locanda del Re, da zi’ Ciccio, dove si mangiano cavatelli e grigliate di carne. Lì, in cucina c’è la moglie polacca di Lublino, ai tavoli stavano pranzando una ventina di francesi. Sono pensionati della Renault. Ogni anno l’azienda paga un giro in Italia, tra Puglia, Basilicata e Calabria.
Nell’altra sala c’era una famiglia spagnola e oltre cinquanta americani – sono in crociera e una delle tappe è la “nave di pietra”. Non sembra possibile che un paese di 1.800 abitanti possa avere questa esposizione internazionale.
Battistero bizantino, un tesoro unico

Intanto Saverio Pascale, vero motore vivo del paese, attraverso la Pro Loco ha già invitato una commissione che dovrebbe inserire il castello tra i più belli d’Italia. E ha già attivato l’architetto restauratore del meraviglioso Battistero bizantino per accreditarlo alla lista Unesco.
Il Battistero, risalente al IX secolo, è uno dei più antichi e meglio conservati monumenti bizantini d’Italia. La sua pianta circolare, con al centro la vasca battesimale, richiama l’architettura paleocristiana e testimonia la diffusione del rito greco in Calabria.
Ci sono città del mondo che risultano esattamente come ce l’eravamo immaginate. Mentre ci sono borghi sconosciuti d’Italia che sorprendono, che fanno sentire quasi in colpa di non averli visitati prima, di non essere a conoscenza della loro immensa storia sociale, religiosa e artistica.
Che sia lode a Santa Severina e ai suoi abitanti, per la quantità di bellezza.
Testo di Alessandro Agostinelli |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com






































