Ecuador: il cuore nativo dell’Amazzonia

Siamo fuori dal mondo, siamo dentro la vita…



Sono le sei del mattino quando ci lasciamo alle spalle la città di Tena per addentrarci nella selva amazzonica. Siamo ben equipaggiati. Abbiamo zaini, key-way, stivaloni di gomma, torce e provviste. Il sentiero, che all’inizio della camminata serpeggia davanti a noi, si perde in un’esuberante foresta di felci giganti e alberi titanici e ci inghiottisce. Seguiamo come ombre Nixon, la nostra guida kichwa. Il sole non riesce a filtrare attraverso lo spessore del fogliame. Come d’incanto ci ritroviamo nell’ombra umida e fitta di una galleria vegetale! Ogni tanto uno sterpo, una pianticella spinosa, un gruppo di fiori colorati ci si para davanti quasi ci volesse abbracciare e portarci con sé. Nixon ci spiega che la selva sente la nostra presenza. Siamo degli estranei qui. Dobbiamo farci accogliere, accettare. “Ma come?”, domandiamo. Lui sorride, poi risponde che dobbiamo tornare all’origine, al cuore nativo che è dentro di noi. Avanziamo per circa due ore, non senza difficoltà. L’ascesa è lenta e faticosa. Nixon deve spesso ricorrere al machete per aprirsi un varco in mezzo alle liane che, una volta passati, sembra ricompongano celermente i loro sinuosi intrecci. Il nostro è un viaggio attraverso gli alberi. Con pazienza, Nixon, ci indica il kapok, con robuste radici, un tronco liscio e grigio e una chioma ampia che ospita molte epifite e liane. “Il kapok è la fibra naturale più leggera del mondo”, spiega, “gli anziani della mia tribù raccontano che dormire sui cuscini fatti del cotone del kapok porti fortuna e buoni sogni”. E ancora: il murumurú, le bromeliacee, l’ebano che con la sua struttura a capanna è il rifugio di molti indigeni kichwa durante i temporali. Immersi nel verde uccelli diversi animano il silenzio per poi riposare per ore tra i rami delle vecchie ceibe. Qui i volatili hanno piumaggi dai colori sfavillanti, le attraenti farfalle possiedono riflessi metallici splendenti, i lunghi centopiedi attraversano le grandi foglie e il ronzio degli insetti è la colonna sonora del nostro cammino. Come ci sembrano piccole e lontane le città e le passioni degli uomini!


Siamo fuori dal mondo, siamo dentro la vita.


Verso mezzogiorno la densità del bosco si dirada. Siamo arrivati al villaggio dei kichwa, incassato tra due montagne. Posiamo gli zaini nella nostra capanna, e scalzi seguiamo Nixon nell’alloggio dello sciamano che ci aspetta perché vuole decorarci i visi con la polvere di semi di achiote, un rito che segna la nostra rinascita simbolica. Adesso siamo pronti per tornare alla terra e fonderci con l’ambiente. Mangiamo i frutti che la foresta ci offe e cerchiamo un po’ di conforto alla stanchezza su tre amache sospese tra gli alberi del villaggio. La natura del luogo costringe lo spirito a pensare e lo orienta verso i misteri della creazione, al senso del viaggiare. Il viaggio ci separa “da” qualcosa e “da” qualcuno con il distacco che diventa perdita, ma ci si separa anche “per”, verso un orizzonte più ampio e libero di esistenza. Il più anziano dei kichwa ci racconta una storia, la leggenda del mondo Puma, di come sono state create le stelle e la luna, i vulcani e le maree. Il senso di queste narrazioni è che il viaggio si fa cammino, il cammino diventa un ponte che invita all’accoglienza dell’altro e in questo modo il viaggio è un’avventura che può rappresentare una parentesi dell’esistenza, un’esperienza marginale, che però rivela il senso profondo della vita. Un’inedita ninnananna che ci prepara al sonno nel modo più gentile. Quando Nixon accende le candele mi viene in mente una citazione di Thoreau: “L’elettricità uccide la tenebra, la luce della candela la illumina.” Sistemati nelle nostre amache-nido, siamo faccia a faccia con le stelle ed è immersi nella natura che si diventa filosofi. Le ombre si infittiscono, le nostre pupille si dilatano gradualmente e i sogni si insinuano sotto le palpebre mentre entriamo nella notte corvina. Un viaggio non si nutre solamente di città visitate, di monumenti ammirati, di cattive colazioni che abbiamo pagato care o di buone cene che non abbiamo digerito. Di panorami che hanno stupito, di valigie che abbiamo fatto e poi disfatto… Un viaggio è anche, e soprattutto, pieno di tante cose indefinibili che nascono e muoiono in fondo all’anima, sia esse spiriti, che copiose brugmansie che ci lasciano un po’ del loro profumo.



Testo di Giovanna Scatena


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