L’Abruzzo delle terre di mezzo: a piedi tra gli eremi



Abruzzo: sole e spiagge d’estate, neve e stazioni sciistiche d’inverno. E poi? Poi mille sfumature di un territorio in cui mare e montagna non sono in antitesi, ma concorrono a riempire un’unica tavolozza di colori, profumi e suoni. Così può diventare naturale ritrovarsi a fare trekking in montagna, nonostante si fossero organizzate le vacanze al mare: basta spostarsi di 40 km verso l’interno ed ecco che le spiagge dorate di Pescara lasciano il posto ai versanti ora aridi, ora boscati, del Parco Nazionale della Majella.

Istituito nel 1991, tocca i territori delle provincie di Chieti, Pescara e l’Aquila; oltre alle peculiarità naturalistiche, una particolare attrattiva è generata dalla diffusa presenza di eremi e monasteri rupestri, costruiti tra il IX e il XIV secolo: i cinque più conosciuti (Sant’Onofrio al Morrone, San Bartolomeo in Legio, Madonna dell’Altare, Santo Spirito a Majella e San Giovanni all’Orfento) sono strettamente legati alla memoria di Pietro da Morrone, salito al soglio pontificio col nome di Celestino V (il famoso “Papa del gran rifiuto” citato da Dante nella Divina Commedia), che in essi trascorse del tempo in meditazione solitaria. Che si sia spinti da motivazioni spirituali, o magari da semplice curiosità, visitare gli eremi può essere la chiave per scoprire un lato dell’Abruzzo meno conosciuto, ma capace di dare grandi soddisfazioni: nei paesini pedemontani da cui si accede ai percorsi escursionistici si incontra l’anima genuina degli abitanti, affascinati dalla calda luce che illumina i vicoli dei centri storici e dai profumi della cucina tradizionale.

Proprio attraversando due di questi caratteristici borghi, San Valentino in Abruzzo Citeriore e Roccamorice, e proseguendo lungo la strada che sale al Blockhaus (località nota non solo agli appassionati di sci, ma anche ai patiti del ciclismo su strada), si giunge all’imbocco del sentiero che permette di raggiungere l’eremo di San Bartolomeo in Legio; in realtà, oltre al percorso ufficiale, ne è segnalato un secondo meno strutturato, ma forse più affascinante. Infatti, già dopo pochi passi lungo il sentiero si scorge, nel fitto della boscaglia, una testimonianza della tradizione pastorale del territorio: i resti di alcuni tholos – ripari temporanei dei pastori, equivalenti ai nuraghi sardi – si confondono con le rocce calcaree affioranti tra la rigogliosa vegetazione. È proprio la vegetazione a dare una connotazione unica a quest’area: ci si ritrova a camminare per lunghi tratti immersi tra felci di proporzioni preistoriche, spesso alte ben oltre i due metri, intervallate da frequenti piante di ginestre che conferiscono una ricchissima colorazione al paesaggio. Sparsi qua e là, si ritrovano inaspettati alberi di ciliegie e pere selvatiche, da cui attingere per permettere anche al palato di essere partecipe dell’estasi sensoriale che si vive camminando su questo versante della Majella: il frinire di grilli e cicale accompagna i profumi dei fiori e degli arbusti, mentre la vista può spaziare per chilometri, andando ad abbracciare un’intera tavolozza di colori costituita dal verde scuro di querce e faggi, il verde chiaro delle felci, il giallo delle ginestre, il bianco dei calcari interrotto dal rosso di incursioni ferrose.

Camminando in questo turbinio di sensazioni, quasi ci si dimentica della meta, fin quando non si incontrano delle strette scale che si perdono nell’ombra di una volta scavata nella roccia: è l’ingresso all’eremo, che, come lo specchio di Alice, riempie di meraviglia gli occhi di chi lo attraversa. Interamente scavato nella roccia, presenta una lunga balconata che si affaccia direttamente sulla stretta valle dell’Orfento, e che conduce all’ingresso della cappella, ornata da antichi affreschi. All’interno, si viene irrimediabilmente colpiti dai numerosi ex voto, e dalle storie di sofferenza che celano; a fare da contraltare al senso di malinconia, le numerose dediche di ringraziamento lasciate da fedeli riconoscenti al Santo, che sciolgono almeno in parte il nodo in gola. Presi da queste forti emozioni, quasi non si fa caso a piccole accortezze che rivelano la storia del luogo, utilizzato per secoli come ritiro spirituale: eppure, gli stretti canali scavati nella nuda roccia per raccogliere l’acqua sono la testimonianza più evidente delle rinunce e delle ristrettezze che gli eremiti si infliggevano per giungere all’ascesi. Incamminandosi sulla via del ritorno, mentre gli occhi sono ancora illuminati da mille colori e nelle orecchie risuona ancora il canto dei grilli, ci si ritrova pieni di emozioni, spesso contrastanti, ma che insieme contribuiscono a dare un sapore unico a quest’esperienza.

Testo e foto di Giovanni Ottaviano

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