Madurai, vita quotidiana nel grande tempio di Meenakshi


I suoni e gli odori invadono ogni parte del corpo, ma si potrebbero anche chiamare rumore e tanfo. Ingorghi di automobili e risciò, vacche che pascolano tra i rifiuti, commercianti indaffarati e poveri di ogni età che sopravvivono grazie alle elemosine. Eppure Madurai non è solo una delle tante caotiche città indiane. È meta di pellegrinaggio tra le più importanti del Tamil Nadu, la regione più a sud dell’India, terra di templi e divinità indù. Ogni anno circa sei milioni di pellegrini da tutto il Paese visitano il grande tempio dedicato alla dea Meenakshi «occhi di pesce», incarnazione di Parvati, la moglie del dio Shiva. I suoi 14 gopuram, torri alte fino a 50 metri e costellate da immagini sacre, sculture vistosamente colorate di eroi e divinità del mondo indù (si pensa siano più di 30 mila), sovrastano Madurai, ma sono visibili solo da alcuni punti della città, cresciuta a dismisura intorno al suo centro religioso.

Raggiungerlo non è difficile, basta seguire la fiumana di taxi e pedoni che si muove come un’unica onda verso il cuore della città e di tutto il Tamil Nadu. Intorno ai quattro ingressi sorgono negozi per turisti e bancarelle che vendono offerte votive ai fedeli. Fiori e frutta da dedicare alla divinità per propiziarsela e ottenerne l’aiuto. Anche se il dono più importante sono i propri capelli: barbieri di strada rasano le teste di donne, uomini e bambini appena fuori dal tempio. Comitive monocrome di donne vestite in abiti tradizionali si avvicinano al tempio con passi calmi, pronte a chiedere la cosa più importante: un buon matrimonio, un figlio sano. È questo che è in grado di assicurare la sposa del grande Shiva. Meenakshi porta la stessa fertilità che la regione del Tamil Nadu assicura ai suoi abitanti per vivere, monsone dopo monsone.

Una volta consegnate le scarpe e superati i controlli di sicurezza, ecco l’ingresso di questa città nella città. Decine di migliaia di persone si aggirano ogni giorno sulle pietre levigate da secoli di pellegrinaggi. Tutte dirette verso i due sancta sanctorum sovrastati da cupole in oro massiccio che custodiscono le immagini delle due divinità, visibili solo ai devoti di religione indù. All’interno della cinta muraria più esterna il caos scompare e, nonostante la quantità di gente, prevalgono sensazioni di quiete e pace, senza però raggiungere quell’ordine cosmico che la pianta a forma di mandala vorrebbe suggerire. Nella prima cerchia crescono gli alberi sacri dove sono appese le piccole culle che le tante fedeli lasciano accanto alla statua del dio elefante Ganesh, figlio di Shiva e Parvati, per assicurarsi fertilità. Le donne sono le prime pellegrine di un tempio dedicato alla metà femminile dell’universo. Ma non sono le sole. Nel tempio entrano intere generazioni di famiglie, dai nonni ai nipoti.

I bramini governano le attività quotidiane nelle loro vesti candide. Spalmano di burro le statue delle divinità, ripuliscono dalle offerte votive le sacre icone, spiegano come dire addio all’anima di un caro defunto. Dal mattino al pomeriggio è un incessante viavai di fedeli. Fino alla sera, quando poco prima della chiusura il momento più sacro desta ancora maggior rispetto e devozione: è tempo che i due inquilini del tempio si ricongiungano e possano dormire insieme. Shiva è portato in processione nelle stanze della moglie, in una rappresentazione del matrimonio dove è il femminile a dominare. Nessuna immagine, solo le scarpe del dio sono spostate dal sancta sanctorum di lui a quello di Meenakshi, per poi essere condotte indietro al mattino successivo. Un rito che si ripete da secoli ed è ancora più importante nei giorni di plenilunio, quando il potere della dea è maggiore e il tempio, se possibile, si riempie ancora di più. Ore e ore scorrono nell’osservare gestualità sempre uguali e sempre diverse. Intere giornate si perdono per visitare gli antri più scuri e gli spazi più maestosi, dalla vasca centrale alla sala delle mille colonne. E una volta fuori, anche suoni e odori non desteranno più lo stesso più lo stesso fastidio sui sensi.

Testo di Alvise Losi | Foto di Irene Fassini

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