A Roma, dopo oltre venti anni, una straordinaria retrospettiva che racconta l’intero percorso di uno degli artisti più amati del mondo, e anche più difficili da vedere: tutto l’universo di Edvard Munch.

La mostra su Munch è in programma a Palazzo Bonaparte, fino al 2 giugno, per l’ottantesimo anniversario (Løten, 1863 – Oslo, 1944) della morte del grande pittore norvegese.
Dopo il successo registrato a Milano, questa di Roma, sempre curata da Artemisia (che apre così i festeggiamenti per il suo venticinquesimo anniversario), si preannuncia nella Capitale, come la mostra dell’anno.
Ad onorare Munch, all’inaugurazione, c’erano infatti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la Regina Sonja di Norvegia, insieme al Ministro della Cultura Alessandro Giuli, al CEO di Generali Philippe Donnet, al Presidente di Generali Andrea Sironi, alla Presidente della Fondazione Terzo Pilastro Alessandra Taccone. Ad accoglierli Iole Siena, Presidente di Arthemisia.
La vita di Munch e la sua pittura
Tra i principali artisti simbolisti del XIX secolo, anticipatore dell’Espressionismo, Munch ebbe una vita segnata da grandi e precoci dolori, come è evidente dalla sua pittura e in particolare dal suo quadro più famoso, l’Urlo.

Nel suoi quadri risuonano i lutti, la perdita di molti cari per la tubercolosi, la tormentata relazione con la fidanzata Tulla Larsen ma anche l’immensa passione per le energie sprigionate dalla natura: i suoi volti senza sguardo, i paesaggi stralunati, l’uso potente del colore, la necessità di comunicare dolori indicibili e umanissime angosce fanno della sua pittura un’arte universale che lo ha reso uno degli artisti più significati dell’Ottocento.
Sgomento, visioni, violenza emotiva si traducono in immagini potenti che fanno da specchio alle inquietudini della nostra anima, in maniera potente e diretta.
Le sezioni
La narrazione del “grido interiore” di Munch si sviluppa attraverso sette sezioni. La prima si chiama “Allenare l’occhio” e racconta come Munch – in linea con i cambiamenti radicali nello studio della percezione di fine Ottocento – facesse predominare l’esperienza interiore sulla realtà materiale: è evidente in Autoritratto (1881-82), Malinconia (1900-1901) e il circolo bohémien di Kristiania (1907): “Non dipingo la natura: la uso come ispirazione, mi servo dal ricco piatto che offre. Non dipingo cosa vedo, ma cosa ho visto”.
I viaggi di Munch

Dopo una breve parentesi quale studente di ingegneria e poi di disegno accademico nel 1880, Munch era stato infatti affascinato da Christian Krohg, autore e pittore dai toni politici e radicali e dal gruppo artistico e letterario Kristiania Bohéme.
I viaggi in Francia avevano poi fatto da sfondo alle sue incursioni nelle tecniche dell’Impressionismo, del Neoimpressionismo e del Sintetismo.
Il trasferimento a Berlino negli anni ‘90 lo aveva portato in una stretta comunità di scrittori, scienziati e libertari che studiavano la teoria psicologica contemporanea e le espressioni dell’inconscio. Tutto questo Munch portò nella sua pittura, riflettendo la ricerca di Hermann von Helmholz e del filosofo William James.
“Munch. Il grido interiore” espone più di cento capolavori prestati eccezionalmente dal Munch Museum di Oslo – tra le quali una delle versioni litografiche custodite a Oslo de L’urlo (1895), La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922-1924), Le ragazze sul ponte (1927), Malinconia (1900-1901) e Danza sulla spiaggia (1904).
La mostra
Patrocinata dal Ministero della Cultura e dalla Reale Ambasciata di Norvegia a Roma, la mostra è curata da una delle più grandi studiose al mondo di Munch: Patricia Gray Berman (1956), storica dell’arte e curatrice museale americana, con la collaborazione di Costantino D’Orazio, storico dell’arte romano e direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria.
La seconda sezione
La seconda sezione, “Quando i corpi si incontrano e si separano”, parte dal “Manifesto di Saint Cloud”, un testo poetico scritto nel 1890 Munch.
È la fase in cui è determinato nel rendere visibile quella che lui definisce la “grandiosità della sessualità, il desiderio erotico e la desolazione: la serie si chiama “Amore” e fu poi sviluppata nel corso dei decenni successivi con opere come “Bacio vicino alla finestra” (1891), “Coppie che si baciano nel parco” (Fregio di Linde) del 1904 e “Madonna“(1895).
La terza sezione
La terza sezione,“Fantasmi“, è dedicata alla malattia che fu un fattore costante della vita di Munch: “La tubercolosi trasformò il mio fazzoletto bianco in un vittorioso stendardo rosso sangue. I membri della mia cara famiglia morirono tutti, uno dopo l’altro”.
Munch immagina le paure che i malati devono affrontare: allucinazioni, ombre allungate dietro alle figure e rivoli di pittura evocano l’immagine di corpi che si dissolvono e il modo in cui i pazienti fanno esperienza del mondo.
Quasi una caccia ai fantasmi, come nella scenografia realizzata per la rappresentazione berlinese della sceneggiatura di Henrik Ibsen intitolata, appunto, “Spettri“.
In questa sezione sono presenti opere celeberrime, tra le altre, come “Sera. Malinconia”(1891), “Disperazione” (1894), “L’urlo” (1895), “Lotta contro la morte” (1915) e “La morte nella stanza della malata”(1893).
La quarta sezione
La quarta sezione,”Munch in Italia”, indaga un aspetto poco conosciuto: i suoi viaggi in Italia, prima a Firenze nel 1899, con la sua amata Tulla Larsen, poi a Roma dove inizia una nuova fase ispirata al Rinascimento, fino al 1927 quando dipinge il Cimitero Acattolico alla ricerca della tomba dello zio, Peter Andreas Munch, lo storico più famoso di tutta la Norvegia, morto a Roma lo stesso anno della nascita di Edvard.
La quinta sezione
La quinta sezione, “L’universo invisibile” ruota attorno ad un bellissimo pensiero di Munch: “La terra è un gigantesco atomo vivente… Ha pensieri e una volontà; le nuvole sono il suo respiro, i temporali i suoi sbuffi profondi, la lava rovente ilsuo sangue brillante. Perché, allora, non dovrebbe anche il Sole avere una volontà, grazie a cui irradia la luce di cui è ricco in tutto lo spazio? Tutto ha vita e volontà e movimento, le rocce e i cristalli quanto i pianeti”.
Per Munch la Terra è un elemento dotato di coscienza e respiro. Nel dibattito tra scienza, tecnologia, religione e misticismo, Munch era attratto dalla dottrina del monismo: le forze invisibili e il mondo materiale convergono in mostra “Uomini che fanno il bagno” (1913-1915), “Onde” (1908) e “Il falciatore” (1917).
La sesta sezione
Nella sesta sezione, “Di fronte allo specchio” (Autoritratto)”, la mostra indaga il viaggio di Munch dentro la propria immagine.
Prolifico creatore di autoritratti, proprio come Rembrandt e Picasso, nel 1903 si dipinse nudo tra le fiamme, poi, invecchiando, tenne nota del passare del tempo su di sé: da “Il viandante notturno” (1923-24) dove si rappresenta vittima dell’insonnia all’“Autoritratto tra il letto e l’orologio” (1940-1943) di un Munch settantenne: lo specchio è suo complice durante i tentativi di auto-invenzione.
La settima sezione
Infine, la settima sezione, “L’eredità di Munch” ripercorre il Munch grande sperimentatore, che ha saputo intrecciare numerose forme di creatività: dalla pittura classica al cinema, dall’incisione alla fotografia, la sua ricerca ha mantenuto una straordinaria coerenza ed un potere evocativo ancora oggi estremamente contemporaneo.
In mostra sono raccolti alcuni suoi capolavori che permettono di rileggere attraverso precise scelte compositive il suo immaginario disturbante, inquieto, eppure seducente. Accade con la balaustra nel dipinto “Donna sui gradini della veranda”(1942), con il viale nel “Muro di casa al chiaro di luna” (1922-1924)o con la staccionata ne “Le ragazze sul ponte”(1927).
Il linguaggio personale di Munch
Dopo aver studiato con attenzione la grande tradizione rinascimentale nei suoi viaggi in Italia e aver assorbito le novità dirompenti del post-impressionismo di Cézanne, Gauguin e Van Gogh, dopo aver interagito con la generazione emergente degli espressionisti, Munch riesce ad inaugurare un linguaggio personale, in cui applicare con una certa libertà controllata regole geometriche inedite, dove il colore, steso in campiture ampie e decise, assume un potere straordinario.
La sua ricerca, ancora oggi in parte da spiegare, costituisce la premessa per la nascita delle Avanguardie che nel XX secolo porteranno gli artisti a cercare soluzioni sempre più radicali, spesso non apprezzate dal pubblico nell’immediato, ma destinate a definire il nostro immaginario e diventare gli strumenti migliori per raccontare le nostre emozioni più profonde.
Testo e foto di Anna Maria De Luca|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com










































