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A Ostenda, la gloria cittadina è James Ensor, pittore eclettico, artista fuori dagli schemi, incisore, scenografo, costumista e musicista che nacque, visse e morì ad Ostenda. La casa che ospitava la bottega di souvenir di famiglia dove James abitò e lavorò (la James Enso rhuis), recentemente ristrutturata, è diventata un museo che racconta vita e opere dell’artista con cimeli, ricostruzioni, esperienze interattive. E, in occasione di Ensor 2024, ospita una mostra eccezionale.

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La bottega di famiglia all’interno della casa di James Ensor a Ostenda, Fiandre ©Lucio Luigi Rossi

Una casa. Una bottega. Un atelier

Ostenda, Vlaanderenstraat: è qui, in questa via ad un manciata di minuti dalla spiaggia e dal mare che il giovane James Ensor ha i suoi primi contatti con la realtà, con la fantasia e con l’immaginazione.

Qui, infatti, al numero 29 in una palazzina fine ‘800 si trova la bottega di souvenir di famiglia, descritta dallo stesso Ensor all’amico Louis Delattre come un “inestricabile guazzabuglio di conchiglie, merletti, pesci rari impagliati, vecchi libri, incisioni, armi e porcellane cinesi”.

Location da fiaba, questa di Casa Ensor, una specie di wunderkammer che esercita una particolare fascinazione sul futuro artista: “La mia infanzia – dice ancora Ensor – è stata popolata da sogni meravigliosi e la frequentazione della bottega della nonna, completamente screziata di riflessi di conchiglie e di sontuosi merletti, di strane bestie impagliate e di armi terribili di selvaggi mi incutevano timore […] quest’ambiente straordinario ha senza dubbio sviluppato le mie facoltà artistiche”.

Dalle maschere utilizzate durante le sfilate di Carnevale (a Ostenda una delle feste più sentite e partecipate dalla popolazione) agli scheletri di leggendarie sirene, è ancora tutto lì, al numero 29 di Vlaanderenstraat, esposto in fascinose teche di legno fin de siécle, che raccontano com’è nato il mondo fantastico e surreale di uno degli artisti più visionari del Novecento.

Solo casa? No, anche museo

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L’ingresso della casa museo di James Ensor in Vlaanderenstraat a Ostenda, Fiandre ©Lucio Luigi Rossi

Ironico e pungente, tenero e poetico, anarcoide e alto borghese, Ensor è stato un talento originale e indipendente: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, mentre in Francia gli Impressionisti inseguono le trasformazioni della natura, i Neoimpressionisti scompongono i colori, i Fauve rompono con le prospettive e i Cubisti smembrano la realtà, Ensor si rifugia nelle atmosfere fascinose della sua città.

E la sua casa, Ensorhuis, è diventata oggi una casa-museo, con i disegni dell’artista, le foto della Ostenda d’antan, lo studio del pittore riprodotto come una casa di bambola, i bozzetti per i costumi teatrali e la coloratissima ricostruzione del teatro in cui andò in scena la sua opera più famosa, La gamme d’amour, con le figurine di attori, orchestrali e spettatori.

Pareti e sale della casa sono, ça va sans dire, tappezzate di riproduzioni delle principali opere di Ensor pronte ad offrire un rapido spaccato dell’eclettismo dell’artista che nel corso della sua attività si avvicina a numerose e diverse correnti artistiche (dall’Impressionismo al Simbolismo, all’Espressionismo), ma creando un suo, unico, inconfondibile e personale stile. Ed è qui, che in occasione di Ensor 2024, è ospitata la mostra Self portraits.

Dai paesaggi e dalle nature morte agli autoritratti

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Il negozio di famiglia pieno di souvenirs e oggetti che hanno ispirato il pittore, Ostenda, Fiandre ©Lucio Luigi Rossi

Nel negozio di famiglia, in questo bric-à-brac di chincaglierie, cineserie e maschere, Ensor agli esordi della sua carriera artistica trova gli interpreti e i soggetti delle sue nature morte.

Sul finire degli anni ’80, però, i soggetti cambiano: sono le maschere di carnevale (altra tipologia di merce presente nel negozio), i teschi e gli scheletri a diventare un tema dominante dei suoi lavori.

Ma soprattutto Ensor si dedica, in maniera quasi ossessiva, a riprodurre sé stesso e il suo viso. Lui è un artista dai mille volti, che ritroviamo nei suoi dipinti come in uno specchio: sono oltre un centinaio gli autoritratti che il pittore realizza fino alla sua morte, che così diventano, insieme agli still life, la parte preponderante della sua produzione artistica.

“Sarebbe sorprendente se Ensor- scrive il critico Emile Verhaerenin in una monografia dedicata all’artista – il quale ama più di ogni altra cosa al mondo la sua arte e di conseguenza mette su un piedistallo colui che ne è l’artefice, in altre parole sé stesso, non avesse moltiplicato all’infinito la propria effigie”.

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Uno dei numerosi ritratti di James Ensor nella sua casa museo a Ostenda, Fiandre ©Lucio Luigi Rossi

Tra humor nero e visionarietà, tra satira e autoesaltazione, per tutta la seconda metà della sua vita Ensor non si sforza più di ritrarre realisticamente altri uomini: disegna, dipinge, incide quasi esclusivamente la sua immagine e figure irreali e deformi, scegliendo la caricatura per prendersi gioco e ridicolizzare i suoi concittadini, i suoi contemporanei, i suoi colleghi pittori.

In un registro di stili che va dal realismo all’onirico al raccapricciante e in una scelta (che disorienta) dei formati, dal minuscolo al gigantesco, Ensor si ritrae a casa sua, in mezzo alle sue maschere, ai suoi fantasmi e ai suoi quadri, ma – nemo propheta in patria – le sue opere non sempre vengono capite.

Osteggiato e rifiutato dai Salon ufficiali di Francia e Belgio, Ensor finisce per essere escluso anche dal circolo di avanguardisti belgi da lui fondato, il Groupedes XX e il suo capolavoro L’entrée du Christe a Bruxelles, ambientato nella Bruxelles contemporanea e dove il Cristo ha le sembianze di Ensor, è ritenuto troppo caustico e visionario dagli altri membri del Groupe.

Tanti autoritratti. Un solo volto

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Autoritratto con cappello di James Ensor nella sua casa museo a Ostenda, Fiandre ©Lucio Luigi Rossi

Dopo essersi raffigurato nelle vesti di Cristo, Ensor si ritrae, di volta in volta, nel suo studio, allo specchio, con un buffo cappello fiorito, o accanto alla Madonna, ma anche circondato da maschere o con il viso ridotto a teschio.

È il caso del quadro Il mio ritratto scheletrico, dove Ensor vuole mettere in evidenza che la morte convive con ognuno di noi e ricordare la condizione di fragilità dell’uomo.

Autoritratto con maschere, invece, è un insieme stravagante di maschere che circonda l’artista, al centro del quadro, unico essere umano normale in una folla di mostri.

Gli autoritratti di Ensor, nelle loro varietà e diversità, sono il riflesso di tutta la sua opera, difficile da definire, decifrare e catalogare.

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Il salotto al primo piano della sua casa di Ostenda, Fiandre ©Lucio Luigi Rossi

Le loro differenti tecniche di realizzazione (disegno, incisione, pannello, olio su tela) raccontano l’ansia di Ensor che vuole sperimentare più di un registro per esprimersi. Gli stili con cui vengono realizzati questi autoritratti – realista, onirico, sardonico, caricaturale, macabro– sono perfetti testimonial dei mutamenti del suo umore.

Ma grazie ai suoi autoritratti, Ensor arriva a dimostrare una vena di coerenza nella sua opera: raffigurandosi a casa sua, in mezzo alle sue maschere, ai suoi fantasmi e ai suoi quadri, l’artista classifica, organizza, dispone in ordine gerarchico la sua produzione, tanto copiosa e brillante quanto eterogenea.

Testo di Enrico Saravalle foto di Lucio Luigi Rossi|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com