---

Di là dal fiume e tra gli alberi

0
Di là dal fiume e tra gli alberi
Sundarbans in navigazione sul fiume Bangara

In viaggio lungo il golfo del Bengala dove i fiumi, le maree e le foreste scandiscono i tempi della vita quotidiana. E incombono il mito e la paura della tigre.

Sundarbans in navigazione sul fiume Bangara
Sundarbans in navigazione sul fiume Bangara

Il Bangladesh è un paese dai tempi lenti e dalle emozioni delicate; leggero come il respiro di una brezza marina; piatto come il mare che lo costeggia. Non ci sono né montagne né colline, non ci sono monumenti folgoranti, paesaggi da batticuore: tutto è calmo nel regno dell’acqua e della Jungla. Ma, si sa, sotto le superfici quiete spesso si nascondono forze sconvolgenti.

 

Il Gange e il Bramaputra, dopo avere attraversato per migliaia di chilometri le terre della fede e della povertà, muoiono qui, nel golfo del Bengala. Decine di altri fiumi si buttano nelle loro acque limacciose o finiscono la loro corsa nel Sundarbans, la terra delle maree. Tra un fiume e l’altro, tra un canale e un lago, la giungla. Enormi distese di mangrovie, come non se ne vedono da nessuna altra parte del mondo, e tra le mangrovie si muove la tigre.

Donna con bambino in un villaggio
Donna con bambino in un villaggio

La signora del Bengala. Nessuno la vede mai, ma lei è dappertutto. Non proprio lei, ma la paura di lei: nelle foreste del delta «la regina» uccide ogni anno decine di persone. Non le attacca a viso aperto, come farebbe il leone; le aspetta al varco. Si nasconde, tende agguati e assale. E’ infida e potente. Astuta, spietata. Sa nuotare con maestria e attacca i pescatori nell’acqua o sulle barche. Nessuno le scampa: con una zampata sola spezza la spina dorsale della vittima. Per gli indigeni, vederla vuol dire morire. Nessuno nel paese delle acque e della jungla pronuncia il suo nome. Porta male. Parlarne equivale ad evocarla. Evocarla significa passare a un’altra vita. Le guardie forestali scortano i viaggiatori armate di fucile e, quando scoprono le tracce di lei nel fango delle paludi, tremano. In particolare nel grande parco naturale del Sundarbans l’area in cui la tigre è sovrana.

 

Il Sundarbans, si estende a cavallo del confine con l’India: è un intrigo di foreste e di canali di acqua salata, che ospita aquile pescatrici e martin pescatori, lontre e coccodrilli, cicogne e delfini, trecento tipi di uccelli, più di duecento varietà di rettili, cervi e ungulati.

Un paradiso naturale protetto dall’Unesco. Un miscuglio di mare, canali, mangrovie: può essere attraversato solo dalle agili barche dei pescatori, che aspettano con ansia i pochi intrepidi che lasciano le mini-navi da crociera scese lungo le grandi vie d’acqua che collegano Mongla e Katka. Mentre la marea sale e scende cambiando di continuo il paesaggio, creando e cancellando isole e bacini, comincia un’avventura irreale: le barche scivolano nella pace apparente, in una giungla desolata, senza vita. Ma di mano in mano che i sensi si adeguano al clima della foresta ecco che anche l’occhio inesperto impara a riconoscere i cervi tra le foglie, gli uccelli tropicali appollaiati sui rami, i coccodrilli mimetizzati tra acqua e fango. Ma qui non c’è quell’esplosione di rumori che caratterizza la foresta amazzonica, qui è tutto vellutato.

Paesaggio verso Sundarbans
Paesaggio verso Sundarbans

Riesce difficile immaginare come l’acqua di Sundarbans, che la luna sposta lentamente verso l’alto e verso il basso, possa diventare un mostro assetato di sangue, inaffidabile e spietato come la tigre. Eppure succede. Succede quando i monsoni fanno cadere il cielo a terra rovesciando metri di liquido limaccioso sui fiumi, e intanto dal mare si scatena il tornado: allora, al culmine dell’alta marea, arriva il momento del terrore e della distruzione.

L’inondazione,in un paese piatto e senza difese come il Bangladesh, può provocare più vittime della bomba di Hiroshima. Per essere tranquilli, bisogna venire qui nella stagione giusta e il pericolo è lontano. La natura amica. Si può correre col pulmino verso Nord e raggiungere Paharpur alla scoperta delle morbide distese di erba che coprono le rovine del più grande tempio buddista a sud dell’Himalaya. Un luogo magico, dove il rosso dei bassorilievi di terracotta sfida il verde dei prati, dove la bellezza dei fiori si mescola con la grazia delle sculture e un vento leggero, all’ora del tramonto, riporta dal passato il bisbiglio della preghiera dei monaci.

Attraversate le campagne ricamate di risaie e fiori di loto, poco più a Sud di Paharpur c’è Puthia, un’isola di fede indù nel grande mare islamico del Bangladesh. Un’isola che custodisce come uno scrigno silenzioso le figurine delle gesta amorose di Radha e di Krishna, scolpite sul mattone. Sì, perché in questo paese di fiumi grandiosi, dove non esistono pietre, è lui, il mattone, l’anima dei templi e delle case. Viaggiando da Puthia verso la moschea dalla sessanta cupole di Bagerhat le fornaci si susseguono una all’altra con i loro conici campanili.

La moschea è rossa, come erano rosse le rovine del tempio di Paharpur e i fregi di Puthia. Come sono rosse, rosso mattone, le rajbaris, le meravigliose case dei proprietari terrieri dell’Ottocento, oggi in rovina. Anche lungo le rive dei fiumi le ciminiere sfilano snelle come pioppi mentre passano, schiacciate nell’acqua, le chiatte che riforniscono di mattoni la capitale. Sadarghat, il porto fluviale di Dacca, le accoglie con la sua frenesia schizofrenica. Uomini, barche e battelli si muovono come palle di flipper o formiche impazzite. Allo stesso modo si muovono i rickshaw, le macchine e gli uomini della capitale, una città pazza, sprofondata nell’acqua come un coccodrillo del Sundarbans.

UNA NAZIONE NATA DALLA SEPARAZIONE TRA INDU’ E ISLAMICI

Khulna
Khulna

Il Bangladesh è un paese islamico, grande poco meno della metà dell’Italia, con una popolazione doppia e una densità demografica tra le più alte al mondo: si presenta come una sconfinata pianura. Ospita una serie infinita di corsi d’acqua, canali, paludi, isole e isolette fluviali. Solo nella regione di sud-est verso i confini con il Myanmar sorgono alcune colline ricoperte da intense foreste di bambù. A causa della presenza dei monsoni, assai attivi tra aprile e ottobre, è anche una delle zone della terra con maggior piovosità.

La storia: il Bangladesh faceva parte dell’India, ma avendo popolazione a maggioranza islamica, al momento dell’indipendenza dal colonialismo britannico, si separò dalla madre patria per dare vita a uno stato musulmano insieme al Pakistan Occidentale, chiamato Pakistan Orientale. Pakistan Occidentale e Orientale erano lontani migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Il matrimonio non funzionò e si arrivò nel 1971 alla separazione avvenuta tra ricatti, violenze e bagni di sangue, con un milione di morti. Da allora il Bangladesh è uno stato autonomo e sovrano, islamico ma tollerante, governato quasi sempre da dittature militari. Il Bangladesh è conosciuto come uno dei paesi più poveri al mondo. In realtà è una terra di grandi contrasti, dove esistono persone benestanti e sacche di povertà. La situazione non è però drammatica come in molti paesi africani e la gente è tranquilla, serena. Diverse ricerche effettuate per valutare la felicità diffusa nei paesi del mondo, con grande sorpresa, pongono il Bangladesh in buona posizione, tra il trentesimo e il cinquantesimo posto in classifica. Più della fame, il vero problema è quello delle inondazioni, drammatiche e sconvolgenti, che causano migliaia di morti. L’area di maggior interesse naturalistico è costituita dal parco nazionale di Sundarbans, nell’estremo delta del Gange ricoperta dalla maggior foresta di mangrovie esistente in tutto il pianeta e ultimo habitat dell’ormai rarissima tigre reale del Bengala, qui presente con 450 esemplari protetti.

La capitale è Dakha, o Dacca, una metropoli di 15 milioni di abitanti, percorsa da 500 mila ciclorickshaw.

Testo di Luigi Alfieri, foto di Angela Prati

clikka INFO

Sfoglia la rivista Latitudes

Nessun Articolo da visualizzare