Kenya, dalla savana all’Oceano

Kenya, Africa Orientale. Qui, affacciato sulle acque dorate dell’Oceano Indiano, il Kenya mostra i suoi tanti volti. Dalle savane dei grandi mammiferi alle colline vulcaniche fino alla costa, dove il ritmo rallenta.

Testo e foto di Mauro Parmesani

KENIA- WATAMU Navigazione lungo il Creek al tramonto con aperitivo
Watamu, in navigazione lungo il Creek al tramonto con aperitivo, Kenya ©Mauro Parmesani

Quando l’aereo atterra a Mombasa il giorno non è ancora del tutto sveglio: la costa dell’Africa orientale trattiene l’alba come un segreto e l’aria, già densa, ha quel peso tipico dei tropici che non aggredisce ma avvolge.

Lasciata Milano, sospesi tra il Mediterraneo e il Corno d’Africa, ora siamo in Kenya, dove l’Oceano Indiano incontra una terra mitica e irregolare, mai del tutto addomesticata.

Martina e il Kenya

KENYA - una jeep entra nello TSAVO WEST per safari nel parco
Una jeep entra nella parte occidentale di Tsavo per dare inizio a un safari ©Mauro Parmesani

Accanto a me c’è Martina, tredici anni, che per la prima volta respira l’Africa senza filtri. Non lo sa ancora, ma certe immagini non la lasceranno più. Di certo si accorge subito che il Kenya non è come se l’era immaginato. Non perché sia diverso dai documentari, o dei cartoni animati ma, perché è più silenzioso. 

Appena usciti dall’aeroporto di Mombasa, prima ancora che il sole salga davvero, l’aria è già calda e spessa, e il rumore sembra rimanere indietro. “È come se tutto fosse più lento“, dice. 

Lasciamo la costa e ci dirigiamo verso l’interno. La strada corre dritta, poi diventa ondulata, poi sembra perdersi. Il verde tropicale cede spazio a una terra sempre più secca, fino a diventare rosso scuro. È il colore dello Tsavo, una delle aree protette più grandi dell’Africa.

Elefanti colorati di rosso

Un elefante nel parco di Tsavo in Kenya
Un elefante nel parco di Tsavo, Kenya ©Mauro Parmesani

Martina la guarda dal finestrino e chiede perché la terra sia così. Le spiego che è ricca di ferro, che la polvere ossida, che è la stessa polvere che colora gli elefanti. “Quindi non sono rossi davvero“, conclude. No, ma lo diventano vivendo qui.

Il Parco Nazionale dello Tsavo è diviso in Est e Ovest, ma la divisione è più pratica che reale. Quello che colpisce subito è l’assenza di confini visibili. 

Niente recinzioni, niente punti di riferimento certi. Solo spazio. Gli animali non arrivano “in scena”, non posano. Esistono e basta. Gli elefanti si muovono in piccoli gruppi familiari, proteggendo i più giovani. Le giraffe avanzano con passo lento, le zebre restano in allerta costante. Ogni comportamento ha una funzione precisa. Qui nulla è casuale.

I leoni non somigliano ai cartoni

Un leone nel parco di Tsavo, Kenya
Un leone nel parco di Tsavo, Kenya ©Mauro Parmesani

Quando Aziz, la nostra guida, ci segnala la presenza di leoni, Martina si irrigidisce per un attimo. Poi sorride. “Ma non sono come nel cartone, vero?“, chiede.

Tra l’erba alta compare un maschio disteso all’ombra, immobile, la criniera spettinata dalla polvere. Nessun ruggito, nessuna teatralità; è solo presenza. Martina lo osserva a lungo e poi, abbassando la voce come se potesse sentirla, sussurra: “Secondo me Pumba qui non durerebbe cinque minuti” e, ridendo, aggiunge: “Hakuna Matata funziona solo nei cartoni“. 

È il suo modo di mettere ordine tra immaginazione e realtà. Il cartone animato resta un ricordo affettuoso, ma davanti a quel leone silenzioso capisce che ciò che vive è un’altra storia. Qui non c’è musica o rispetto, qui c’è chi vive e chi muore.

Il primo elefante lo vede poco dopo. Non scatta foto, non parla. Più tardi dirà che non voleva “rompere il momento. È una frase che sorprende, perché dice molto di come i ragazzi, quando non sono distratti, sappiano essere profondamente presenti. 

Nel safari impara presto che non si guarda tutto, ma si aspetta. Che l’attesa è parte dell’esperienza. Che gli animali non fanno nulla per farsi vedere. Tsavo Est è dominato dalla savana aperta e dal fiume Galana, che durante la stagione secca diventa una linea di vita per moltissime specie. 

Tsavo Ovest è più complesso: colline di origine vulcanica, colate di lava solidificata, vegetazione più fitta. Alle Mzima Springs l’acqua sgorga limpida dal sottosuolo dopo aver filtrato per decine di chilometri attraverso le rocce.

Ippopotami immensi

Martina osserva gli ippopotami sott’acqua dalle passerelle e chiede come sia possibile che un animale così grande si muova con tanta grazia. Le spiego che in acqua il loro peso quasi scompare. “Beati loro”, risponde. 

Questo territorio si porta dietro anche una storia difficile. Alla fine dell’Ottocento, durante la costruzione della ferrovia coloniale, due leoni attaccarono gli operai per mesi. Non per ferocia gratuita, ma per un equilibrio spezzato: carenza di prede, interferenze umane. Una lezione che qui si ripete spesso: quando l’uomo forza il territorio, il territorio risponde.

Arriva l’oceano

Watamu, navigazione lungo il Creek, Kenya
Watamu, navigazione lungo il Creek, Kenya ©Mauro Parmesani

Lasciamo la savana dirigendoci ancora verso la costa, verso l’oceano, verso quel lido dorato che è la località di Watamu. Qui il Kenya sonnecchia. 

Si vive secondo un tempo naturale, diverso da quello dell’orologio. La nostra meta è il Jacaranda Beach Resort, una creatura dell’imprenditore italiano Pasquale Tiritò, esempio di imprenditore visionario. 

Nel corso degli anni sono state finanziate scuole, dispensari, biblioteche, chiese, pozzi d’acqua e attività a disposizione degli abitanti del luogo. Oggi l’elegante resort è diretto da suo figlio Daniele che ci accoglie come vecchi amici.

Ci sediamo al beach bar giusto in tempo per ammirare la luce che cambia tingendo tutto di rosso infuocato mentre il mare si ritira per effetto della marea.

Possiamo camminare dove prima si nuotava, tra piscine naturali formate dal corallo affiorante. Martina osserva piccoli granchi, stelle marine, pesci intrappolati per poche ore. “È come se il mare respirasse“, dice. 

Non è un’immagine poetica: è esattamente quello che succede. Watamu segue il ritmo dell’oceano. Nessuno lo contraddice. Le attività si adattano, le uscite in barca dipendono dalla marea, non dall’orario.  

Pochi chilometri più a sud ci aspetta il capitano Abramo con il suo dhow per navigare nell’intricato creek racchiuso tra alte sponde di mangrovie in un labirinto canali dove le barche scivolano lente, quasi senza lasciare traccia.

Le mangrovie, con le loro radici aeree, proteggono la costa dall’erosione e offrono rifugio a pesci, granchi e uccelli. Navighiamo lentamente ancorandoci accanto alle mangrovie. 

Assaggiamo samosa di carne e pesce e il profumatissimo chapati, un pane di origine indiana preparato dalla moglie del capitano. Martina ascolta Abramo raccontare le storie di mare, delle stagioni, dei pesci che arrivano e scompaiono.

Qui il sapere è pratico, tramandato, legato all’osservazione. Poi, all’improvviso Martina con altre ragazze si tuffa in nell’acqua dalla superficie dorata mentre il sole incendia l’orizzonte.

Poi, quanto il buio avvolge ogni cosa, scivoliamo verso le luci del ristorante Lichtaus. Il ritrovo più conosciuto e frequentato del creek. A pochi chilometri da Watamu nella foresta dove spiccano enormi baobab, si trovano le rovine di Gede

La città fantasma

Watamu, il sito archeologico di Gede, Kenya
Watamu, il sito archeologico di Gede, Kenya ©Mauro Parmesani

Un’antica città swahili costruita con pietra corallina che prosperava grazie ai commerci con il Medio Oriente e l’Asia; inspiegabilmente fu abbandonata senza un vero motivo. Oggi la vegetazione ha inglobato tutto.

Martina cammina tra le rovine e chiede perché nessuno ricostruisca. La risposta è semplice: perché Gede insegna cosa succede quando l’equilibrio tra risorse e comunità si spezza. È una lezione efficace e semplice.

Gli unici abitanti attuali sono delle simpatiche scimmie che saltellano spesso sulle spalle dei visitatori se gli si offre pezzetti di banana. 

Ma niente paura, non sono pericolose, mettono allegria. La più intraprendente si è appollaiata sulle spalle di Martina, con la zampina appoggiata sulla sua testa e osserva incuriosita il telefono di Martina per un selfie davvero originale. 

A Marafa, il cosiddetto Hell’s Kitchen, la terra si apre in una gola profonda scavata dall’erosione. I colori cambiano con la luce e il sentiero attraversa uno scenario davvero impressionante, un luogo primordiale, decisamente vivo dove il caldo si fa sentire. 

L’ultima sera, mentre il mare si tinge d’oro e la musica mette allegria, Martina si siede sulla sabbia ancora calda, ne prende una manciata e la fa scivolare tra le mani. 

Poi, quasi in un sussurro, come se stesse parlando più a se stessa dice: “Pensavo che i viaggi servissero a vedere cose nuove. Invece servono a farti spazio dentro. Alcune parti di me resteranno qui, e va bene così. Quando tornerò, so che sarò un po’ diversa“.

Il Kenya non si attraversa soltanto ma si deposita. È qualcosa che inevitabilmente rimane. Ernest Hemingway lo riassunse meglio di chiunque altro: “L’Africa ti prende e non ti lascia più“.

Infoutili

Informazioni: per organizzare un viaggio in Kenya si consiglia di consultare il sito Magical Kenya.

Come arrivare: Con i voli della Turkish Airlines che da diverse città italiane fanno scalo a Istanbul, per proseguire poi per Mombasa. La sosta a Istanbul è anche l’occasione per esplorare l’hub con le infinite possibilità di shopping e di proposte gastronomiche.

Quando andare – Clima: Il periodo migliore per un viaggio in Kenya va da gennaio a marzo e da giugno a ottobre, durante le stagioni secche perfette per safari e mare. Il clima è equatoriale e stabile tutto l’anno, ma varia in base alla zona: caldo e umido sulla costa (31-32 °C), fresco sugli altopiani con notti fredde, e torrido o desertico a nord ed est. Da evitare o valutare con cautela i periodi piovosi, distinti nelle grandi piogge da aprile a giugno, con picco a maggio, e nelle piccole piogge di novembre.

Viaggio organizzato: L’operatore storico per i safari in Kenya è African Explorer.

Dove dormire: Per i safari nello Tsavo: Severin Safari Camp e Ashnil Aruba Camp. A Watamu: Jacaranda Beach Resort, uno dei resort più famosi e organizzati della costa.

Dove mangiare: Nei resort e nell’originale Lichtaus House situato sul creek di Watamu in posizione panoramica sul lungomare.

Fuso orario: Il Kenya è avanti di 1 ora rispetto all’Italia durante il periodo dell’ora legale e di 2 ore durante il periodo dell’ora solare.

Documenti: Il passaporto valido oltre i sei mesi. L’obbligo del visto tradizionale è stato sostituito dall’autorizzazione digitale eTA (Electronic Travel Authorization), che costa circa 30 euro e va richiesta in anticipo sul sito ufficiale eTA Kenya. Essere in possesso del biglietto di andata e ritorno.

Vaccini: Per chi arriva direttamente dall’Italia non sono necessari vaccini obbligatori.

Lingua: Le lingue ufficiali sono lo swahili e l’inglese. Inoltre nel Paese si parlano 40 idiomi locali e tribali.

Religione: La religione più diffusa è il cristianesimo seguita dall’islam.

Valuta: Lo scellino keniota. Un euro vale circa 147,60 scellini kenioti (KES), secondo i tassi di cambio medi di mercato.

Elettricità: La corrente elettrica è di 240V. Munirsi di un adattatore: le prese sono di tipo G con 3 buchi.

Abbigliamento: Sportivo e casual con una camicia per le serate eleganti a Watamu.

Shopping: Collane, bracciali e orecchini fatti con perline colorate a mano.

Sculture che riproducono gli animali della savana o maschere intagliate nel legno di ebano, mogano o mango. I kikoy o i kanga, teli di cotone leggeri usati come parei o coperte. Imperdibili tè e caffè locale. 

Testo e foto di Mauro Parmesani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com