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Portogallo. Olhao, un’onda nel nome

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Portogallo. Olhao, un’onda nel nome

Olhao, porto peschereccio dell’Algarve portoghese, tra le immense spiagge del parco naturale della Ria Formosa. Una piccola casbah in cui perdersi come in un labirinto. Una insolita, meravigliosa scoperta. Questo non è un normale reportage, anzi è un reportage dei sensi e delle emozioni in un paese che ha l’oceano dentro.

Olhao. Nel suo nome c’è un’onda. Un’onda che arriva e che va. C’è un soffio di vento. Una musica d’acqua. Un mulinello di corrente. Olhao ha l’oceano addosso. Incrostato sulle barche. Spalmato sui muri. Sospeso nell’aria umida e greve. Una presenza costante e assoluta dalla quale non si può prescindere. E’ come una continua carezza, ruvida e salata, che arruffa le palme del lungomare. E’ un tocco che placa e consuma. Un respiro costante che fa dondolare i pescherecci, le vele e il vecchio caicco restaurato, ancorato giù al molo. Nella pronuncia del suo nome c’è la consistenza cedevole della sabbia e una consonante, come un relitto di barca arenato. Case squadrate, tetti a terrazza, comunicanti tra loro, ma non è una città moresca. E’ una città che ha visto un miraggio africano e nel miraggio si è specchiata. L’oceano è suo padre e la riva sua madre. Quando diedero vita a Olhao, entrambi stavano sognando l’Africa, i suoi paesi candidi, i muri a calce, le case cubiche sui cui spigoli il sole si divide in luce e ombra. Bianco o nero, a seconda dell’ora.


Furono pescatori provenienti dalla Ria di Aveiro a fondare questa città. I commerci e i contatti con il Nord Africa influenzarono il disegno del nuovo paese. Spirito portoghese e anima esotica. Realtà lusitana e sogno africano, amalgamati con acqua d’Atlantico. Anche l’Algarve qui è diverso. Non più rocce e scogliere, furia e fragore di onde, ma lunghi cordoni sabbiosi e isole piatte di spiagge smisurate. Lagune marine indolenti, che si perdono sotto la linea di un orizzonte infinito. Un senso del tempo più lento. Una dolcezza malinconica. E, dentro questo miele, un sapore di sale che mette inquietudine, suscita nostalgie profonde, accende una febbre sottile. Vivere sull’oceano coinvolge tutti i sensi. E’ una scoperta della bellezza che richiede impegno e passione totale. L’oceano è tanto. E’ troppo. Nel centro storico, Olhao si riposa da questa estenuante fatica e si barrica dietro muri e pareti. Cerca di sottrarsi per un po’ alla splendida ossessione di un’infinita distesa blu, con una fuga di vicoli contorti e di spazi angusti. Prende fiato. Fa perdere le sue tracce in labirinti claustrofobici. Cunicoli ad angolo retto che sembrano ciechi, tra pareti senza porte e senza finestre. Scatole strette con un coperchio di cielo. Finti pozzi squadrati che in alto ritagliano nuvole e stelle. Ma che il mare sia lontano è solo un’illusione. L’oceano è sui muri. Li sgretola e li scrosta. Disegna crepe sugli intonaci, così come intaglia rughe sui volti abbronzati dei pescatori. Scopre vecchi strati di colore, vi ricopia con minuzia da monaco, in quelle che sembrano macchie di umidità, i continenti e le isole delle vecchie carte dei navigatori portoghesi.


L’oceano è sui vicoli. Vicoli acciottolati che diventano di argento lucido quando si fa scuro e si accendono i lampioni. Il segreto, però, è guardarli nelle sere di pioggia. Solo allora si scopre che sono coperti di squame di pesce rilucenti. Banchi di sardine guizzanti nell’oscurità. E nella pioggia accade anche di vedere passare persone con ombrelli, con fantasie da ombrello, del tutto simili ai disegni delle piastrelle che rivestono interamente alcune case. Onirica follia geometrica portoghese. Allora, come in un quadro di Klimt, i passanti si fondono con i muri, e quasi scompaiono, confusi in uno sfondo luccicante e arabescato come smalto prezioso. Tra quelle pareti lucide di maioliche ci si sente dentro uno spazio privato. Un esterno-interno da attraversare come degli intrusi, o degli stranieri. Ma la maggior parte dei muri di questa piccola casbah portoghese è glassata di calce, salsedine e colori. Colori folli che bordano le case e sottolineano le pareti. Traboccano da un muro all’altro, colano sul selciato. Forti e splendenti, sorprendono con la loro sgargiante sfacciataggine da farfalla africana. Indicano un percorso segreto per sfuggire all’onnipresente colore del mare. C’è una zona, però, nel cuore del cuore del centro, attorno a una piccola piazza, dove Olhao finalmente si arrende, non scappa più e ritrova sé stessa. Qui tutti i colori scompaiono all’improvviso. Resta solo il bianco-spuma marina delle case e un trionfo di blu profondo e assoluto che borda ogni superficie. Omaggio e resa, tributo e abbandono allo spirito dell’oceano. Una canzone dei Madredeus aleggia nell’aria, ma forse è solo una suggestione. Da un forno, profumo di pane caldo. Da una casa, odore di sardine arrostite. Grano e pesce. Terra e mare. La vita che cucina i suoi ingredienti nello spazio aperto della strada. Strada che non è fatta per automobili e motori, ma per esseri umani, gatti randagi e panni stesi ad asciugare.


Il vecchio paese è un reticolo di case. Una rete da pesca dalle maglie quadrate e strette. In molti punti ci sono strappi e fili spezzati da riannodare. Ma sono proprio queste smagliature a raccontare le storie più belle. La fatica antica sul mare, il calore della casa, il vento e le tempeste. La vita e la lotta dell’uomo in questo ritaglio di Portogallo. Il mercato coperto sul lungo mare è nuovo, lindo e spazioso. Sui banchi di marmo cascate di pesci scintillanti, appena strappati al loro regno marino. Dietro, uomini e donne, anch’essi luccicanti nei loro spessi grembiuli di plastica fiammante. Con grossi coltelli tagliano, sventrano, squamano e, a volte, sorridono. Su una parete di piastrelle bianche il disegno di una caravella e una scritta in blu: “o mar è meu, o mar è teu, o mar è nosso, o mar è de todos, o mar nao è de ninguem.” E anche Olhao è come il mare, perchè al mare appartiene. Al mare che è di tutti e di nessuno.


Testo e foto di Giuliana Cavezzi e Antonio Corradetti © RIPRODUZIONE RISERVATA


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