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Emiliano Gucci: un centometrista in fuga all’Isola Maggiore

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Emiliano Gucci: un centometrista in fuga all’Isola Maggiore

PICCOLEITALIE

Per presentare Emiliano Gucci, vorrei poter partire dalla fine. Dopo un significativo percorso che lo ha condotto a pubblicare per Fazi, Elliot e Guanda (Premio Zocca), Gucci è infatti felicemente approdato in Feltrinelli con il suo romanzo: Nel vento (2013). Libro dopo libro, la sua scrittura, così viva e immediatamente riconoscibile, si è nel frattempo andata affinando, perfezionandosi. Non è però mai cambiata la sua cifra stilistica, sincopata, asciutta, visiva. La stessa che ritroviamo in questo intenso ritratto dell’Isola Maggiore. Gucci, come molti suoi coetanei (classe 1975), «è» uno scrittore che «fa» anche altro: giornalista, organizzatore di eventi, ideatore di laboratori creativi per ragazzi diversamente abili, punkrocker e – soprattutto – libraio. Che non è un dettaglio, perché vivere tra milioni di storie già scritte insegna a scrivere, e leggere e far leggere non è solo un’attitudine dello spirito, ma anche l’unica possibilità che abbiamo per poi scrivere. Emiliano Gucci può quindi ora permettersi il lusso di lasciare che le sue parole, da sempre naturalmente descrittive e sonore, si soffermino a raccontare anche di sé. Per invogliare a conoscere un autore, si citano di solito gli incipit, ma questa volta vorrei procedere all’incontrario e trascrivere qui la fine dell’ultimo romanzo. Un brano che lascia intravedere una storia che aspetta solo di essere scoperta: «Abbasso lo sguardo su un fazzoletto d’erba scura che non riesce più ad assorbire l’acqua separata dal cielo, sorrido coprendomi la bocca e sento di non aver più niente da pensare, né da mentire, adesso che anche l’ultima cosa importante, quello che oggi sono realmente, va mutando dentro di me. Sei un centometrista, questa è la sola verità.»

Manuela La Ferla

Isola Maggiore non esiste

Non è la sola, il mondo è pieno di isole che non ci sono, ma questa è dolce di lago e d’acqua poco fonda, impossibilitata a nascondersi, pare assurdo girarle intorno decine di volte senza vedere che c’è. Capita anche di trovarla, salirci a bordo, e Isola Maggiore non si sente. A qualcuno capita. Gli pare un luogo qualsiasi. A me è successo l’incanto. Io ci sono capitombolato e da subito sono rimasto un po’ lì. Non avevo nessun legame con Isola Maggiore, né con il Trasimeno, né con i paesi d’intorno; non ci sono nato, nessuno dei miei parenti o dei miei amici viene da lì, non c’è morto un eroe dell’infanzia. Un pomeriggio come un altro, bello, di febbraio, in due, amandoci, prendemmo il traghetto e sbarcammo in quella dimensione che già imbruniva, case fantasma, strade e muri d’altrove, luce artificiosa di un locale dove bere qualcosa e tornare a credere che il mondo normale non svanisse, di là, che probabilmente rientrando avremmo trovato la stessa umanità lasciata prima.

Ci sono ritornato d’estate con il temporale, Isola Maggiore scomparsa nell’acqua di sopra e di sotto e d’intorno nero di furia di tuoni, poi ha vinto il sole e ha illuminato squarci, poi tutto, e l’incanto si è rinnovato. È un mio posto. Per idea, respiro. Non è il fascino polveroso di via Tre martiri, immaginarla brulicante di pescatori e fatica, non la bellezza austera di San Michele Arcangelo che protegge, non è castello Guglielmi che ha inglobato San Francesco e s’è sprangato di sigilli e divieti, restauri lasciati a metà, meandri inaccessibili e bellissimi tanto che chiamano a violar le regole, esplorare, sognare, vedere l’effetto che fa il mondo da quel terrazzino a strapiombo sul niente.

Non sono il silenzio e la quiete, la risacca tenue d’acqua ferma, la camminata francescana tra conigli e fagiani enormi, innumerevoli, come fossero animali da metafisico cortile. Non sono le distese di finocchio selvatico che finocchio non è, ma una roba velenosa che se la mangi ci crepi. Non sono le coccole che possono regalarti posti come Sauro, baluardo e memoria dell’isola, tradizione e passione in tavola, quieto dormire. È tutto questo ma un qualcos’altro, quel qualcosa che piglia in certi posti e già l’idea di raccontarlo ti scoraggia, e senti che le fotografie non immortaleranno niente, sai che anche l’amico più simbiotico potrebbe apprezzare ma forse no; sai che certa bellezza è tua, esclusiva di te e di quel posto, e chissà per gli altri che cosa sarà. Isola Maggiore non esiste. È un’altra cosa, ore sperse in parallelo, una fuga interiore, un’idea da conservare in un angolo della pancia; è altra vita, altra epoca, e sbarcandoci si è comparse scritte male su scenografie meravigliosamente intonate, e si hanno i vestiti sbagliati, il vizio di parlare troppo, di camminare svelti, di non spegnere il telefono, di ricordarsi cosa ci aspetta sulla sponda di là. Tocca venir via e poi tentare ancora, ritrovarla o perderla per sempre, provare a capirla – senza mai intuirne il perché.

Testo di Emiliano Gucci © RIPRODUZIONE RISERVATA

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