Irlanda, Far West europeo

Uno spicchio d’Irlanda aperto sull’Atlantico, sopra e attorno a Galway. Il trait d’union è la Wild Atlantic Way, la lunga strada che accarezza la costa occidentale. Questa è una terra selvatica, culla del gaelico e della tradizione irlandese più pura. Scogliere paurose, vento rabbioso e villaggi solo immaginati, sono lo sfondo di un’Irlanda intensa e purissima.

Un tratto della strada che circonda l’isola di Aran ©Eugenio Bersani

Testo di Lucia Giglio foto di Eugenio Bersani

Contea di Mayo, estremo occidente dell’Isola. Qui la natura è signora e l’oceano il suo messaggero. La terra è di continuo invasa dal mare e lunghi fiordi si insinuano in profondità.

A nord della vivace Galway si estende sull’Atlantico la più grande isola d’Irlanda, Achill Island. Si fatica a pensarla come isola perché solo un breve braccio di mare la divide dalla terraferma. Collegata da un ponte, si raggiunge rapidamente entrando in un micro cosmo che non ti aspetti.

L’isola è grande e offre paesaggi sempre nuovi. Scogliere che precipitano in mare, spiagge mediterranee, cieli infiniti e un interno dedito alla tradizione punteggiato di borghi dove risuona il gaelico. Si imbocca l’Atlantic Drive, quasi una continuazione della lunga Wild Atlantic Way .

Achill Island, l’isola degli squali

Baia di Ashleam ©Eugenio Bersani

La strada corre a bordo costa tra picchi rocciosi, tratti solitari sferzati dal vento, campi di torba, erica violetta e ovunque scogliere acuminate che precipitano nell’oceano. L’occhio si perde tra paesaggi intensi.

Scendendo un poco verso sud, ecco il primo colpo al cuore. In fondo e oltre una distesa verde, il mondo crolla in un precipizio roccioso di bellezza violenta. Sono le White Cliff of Ashleam.

Dall’alto la lunga teoria di bianche scogliere si estende a perdita d’occhio e all’infinito. È il primo contatto diretto con le altezze precipitose delle coste irlandesi, selvagge e indomite, senza protezioni e barriere. Viene da stendersi pancia a terra per guardare giù e non precipitare nell’abisso .

Lasciata la Baia di Ashleam, si volge verso nord. Il paesaggio continua magnifico e arriva allo zenit quando si scende a Keem Bay.

©Eugenio Bersani

Circondata da alte scogliere, si allarga la spiaggia candida di Keem Beach. Luogo idilliaco con la brughiera che scende fino al mare e alle spalle una casupola in pietra.

Keem Bay e Achill Island sono balzati agli onori della cronaca dopo l’uscita del film “Gli spiriti dell’isola”, intensa vicenda ambientata nell’Irlanda del XX secolo. Il film racconta il contrastato rapporto tra due amici interpretati da Colin Farrel e Brendan Gleeson.

La casupola sulla spiaggia è nel film l’abitazione di Colm, uno dei due amici. Tutto è intatto, selvaggio e bellissimo. Chi ha visto il film si emozionerà moltissimo. 

Keem Beach su Achill Island ©Eugenio Bersani

Keem Bay si affaccia su di un braccio di mare vivacissimo. In primavera, dall’alto partono gli avvistamenti degli squali elefante, immensi e innocui pesci che si nutrono di plancton.  

Meno facile, ma non impossibile, avvistare orche e megattere. E quand’è stagione si organizzano uscite in barca per incrociare gli animali da vicino.

Il Villaggio Fantasma

©Eugenio Bersani

Salendo verso nord, vale la pena di fermarsic al Desert Village di Duport. Non restano che rovine schiaffeggiate dal vento ma il luogo è assai evocativo. Questo villaggio composto di quasi 100 cottage, veniva utilizzato durante la transumanza estiva e ad un certo punto venne abbandonato.

Lontano occhieggia l’oceano mentre tra le rovine si aggirano inquietanti pecore nere dagli occhi di bragia. Impossibile non pensare a coloro che abitarono qui e che per misteriose ragioni lasciarono per sempre il piccolo borgo.

Achill Island ©Eugenio Bersani

È tempo di lasciare Achill Island e recuperare la terraferma. La Wild Atlantic Way continua verso settentrione e conduce in un luogo gravido di storia.

Siamo sul fondo della penisola di Mullet, una grande baia profonda separata dalla costa da una lunga penisola immersa nell’oceano. Sulla punta più estrema si vede il Faro di Blacksode, protagonista di un episodio cruciale per la storia europea.

Un dispaccio per il D-day

Faro di Blacksode ©Eugenio Bersani

Qui l’Atlantico è nella sua piena potenza: onde spumeggianti e vento impetuoso accrescono il fascino del ricordo. Blacksode è detto anche il Faro del D-Day.

La vicenda pur tanto importante non è molto nota. Era il giugno del 1944 e si preparava lo sbarco alleato in Normandia. Il tempo però era pessimo e il Generale Eisenhower non riusciva a dare il via all’Operazione Overlord. I mezzi alleati dovevano attraversare la Manica; il pericolo che i nazisti scoprissero il piano era serio e intanto la tempesta imperversava.

©Eugenio Bersani

Molto nervosismo, dunque. Ma ecco che il 6 giugno 1944 da Blacksode arrivarono buone notizie: una finestra di bel tempo si profilava all’orizzonte. E l’Operazione Overlord ebbe inizio. Tutto era avvolto nel più stretto segreto tanto che i due guardiani del faro, una coppia di giovani fidanzati, non avevano idea dell’importanza cruciale dei loro dispacci metereologici.

Si chiamavano Ted Sweeney e Mauren Flavin e fino al 1956 non seppero mai di essere stati i protagonisti di uno degli eventi più importanti del XX secolo. E la notizia divenne pubblica solo nel 2004 quando sul muro del Faro venne posta una targa che ricordava l’evento. Infine nel 2020 gli Stati Uniti conferirono una onorificenza a Maureen ormai 98enne.

Per meditare sulla vicenda si può fare una sosta al Belmullet Talbot’s Seafood Bar, nel vicino villaggio di Belmullet. La quintessenza del pub irlandese. Non bar, non caffè: i pub non si possono paragonare a nessuno dei nostri locali.

Perché i pub sono veramente un allungamento del salotto di casa dove bere, mangiare, incontrarsi. C’è sempre una certa aria amichevole e si mangia bene in genere. Come in tutti i pub d’Irlanda, anche qui regnano le patate fritte e la Guinness ma c’è spazio anche per piatti più sofisticati come un pasticcio di pesce appetitosissimo.

Lo sperone di San Patrizio

Dun Briste ©Eugenio Bersani

Per sfidare l’Atlantico del Nord e respirare intensamente il suo spirito, bisogna salire ancora più a nord. Ballycastle è un piccolo e delizioso villaggio di pescatori con una splendida spiaggia bianca. A nord del villaggio, c’è una punta rocciosa che sporge nell’oceano. Si lascia la macchina e si sale nella brughiera verso la cima delle rocce che strapiombano in acqua.

Ecco dunque Capo Downpatrick, contea di Mayo. Il promontorio è di una bellezza cruda. Il sentiero che porta in cima è in salita e spesso spazzato dai venti dell’Atlantico. Ed ecco in cima le scogliere, altissime, selvagge. Ancora una volta intatte. Nessun parapetto, nessun punto di accoglienza turistica.

Solo natura forte e intatta. In mezzo alle onde si vede un altissimo faraglione poco staccato dalla costa. È il Dun Briste, in gaelico, “il forte rotto”. Non manca una leggenda crudele che lo riguarda.

Achill Island ©Eugenio Bersani

Si narra che un antico re pagano Crom Dubh, si rifiutasse di convertirsi al verbo di San Patrizio. Il patrono d’Irlanda, dopo numerosi e inutili tentativi di conversione, toccò terra con il suo bastone facendo così staccare e precipitare il promontorio in mezzo alle onde. Il sovrano ribelle venne condannato a morire di solitudine sul costone di roccia staccatosi dalla costa.

È uno dei luoghi più selvaggi della costa: uccelli marini nidificano sulle scogliere e l’incessante azione del vento e delle onde stanno sgretolando le rocce. Quassù, nella punta più aperta ai marosi, l’acqua penetra profondamente nel terreno e un immenso burrone al centro del prato fa occhieggiare le acque dell’Atlantico. Un mondo pauroso e incantato.

Aran Island, concentrato d’Irlanda

Isole Aran ©Eugenio Bersani

Le isole Aran: tre piccoli universi al largo di Galway. Circonfuse di leggenda, al solo nominarle fanno accendere una luce di nostalgia e rimpianto in coloro che le hanno visitate. E in tutti quelli che desiderano andarvi.

Mondi a parte dove la natura è sovrana e l’uomo è il suo sottoposto. Stupiscono perché sono come erano dall’origine dell’universo.Vi si arriva da nord percorrendo uno dei tratti più interessanti della Wild Atlantic Way. Sembra di attraversare numerosi continenti tanto il paesaggio muta e stupisce. Regna la solitudine, regna la natura più selvatica.

Colline e colline coperte da un vello verdastro si susseguono. Pochissimi umani in giro; queste alture sembrano i dorsi di grandissimi esseri preistorici apparentemente dormienti. Ma che improvvisamente spalancheranno l’immenso occhio dalla nera pupilla sollevandosi verso il cielo. Così, pensieri in libertà.

Isole Aran ©Eugenio Bersani

Si procede in questo mondo intatto e si arriva all’imbarco. Di nuovo l’oceano è protagonista. Un traghetto porta in circa 90 minuti a Inis Mòr, la piccola grande capitale dell’arcipelago. È preferibile di certo arrivare in stagioni non turistiche perché in estate l’isoletta è presa d’assalto.

Si scende dal traghetto, si affittano le bici e la solitudine di Inis Mòr vi avvolgerà come un mantello fatato. Appena lasciato il piccolo centro, compaiono muretti a secco, cavalli e pecore.

Il vento sibila e l’oceano in basso rifulge azzurro. Piccolo consiglio tecnico: affittate le e-bike perché il percorso sembra agevole ma è faticoso. Dopo poco si incontra una insenatura abitata da una colonia di foche placide e la meraviglia continua.

Misticismo preistorico

Isole Aran ©Eugenio Bersani

Pedalando pedalando, si conquista un luogo mistico, il Dùn Aonghasa, forte preistorico che risale al I secolo a.C.. Le rovine sono sparse nel vasto prato che si conclude sulle vertiginose scogliere: 100 metri di roccia scoscesa a picco sull’Oceano. Anche qui, niente protezioni, niente barriere. In molti per vedere l’abisso si stendono a terra per evitare di precipitare.

Alla cima del forte si giunge a piedi per un sentiero in salita avvolto nell’erica. Prima di salire o dopo la fatica, ci si rifocilla al Joe Watty’s pub. Piatti da tradizione e pinte di Guinness a go go.

Isole Aran ©Eugenio Bersani

Di giorno è pieno di turisti, ma se si è tra i fortunati che passano una notte sull’isola, alla sera arrivano i locali. Si parla  gaelico e la musica tradizionale risuona nell’aria.

Altri 10 minuti di pedalata conducono alla straordinaria spiaggia di Kilmurvey Beach: siamo in Irlanda ma sembra di stare ai Caraibi; acque cristalline e sabbia candida. Ancora un poco più a nord ed ecco il sito detto delle Sette Chiese. Molto mistico, molto sacro, il luogo conserva rovine importanti, croci celtiche corrose dal tempo e tombe antiche.

©Eugenio Bersani

Per apprezzare in pieno l’atmosfera antica dell’isola bisognerebbe restare per la notte. Via l’ultimo traghetto, via la folla, Inis Mòr ritorna un luogo del passato assorto nel silenzio e sotto le stelle.

Informazioni Utili

Isole Aran ©Eugenio Bersani

Come arrivare:

In aereo: arrivare sulla costa occidentale irlandese dall’Italia sembra un’impresa impossibile. Non esistono voli diretti su Galway o altre località vicine. Dunque non resta che scendere a Dublino.

Per muoversi obbligatorio affittare un’auto. Si percorrono circa 300 km per arrivare alla costa occidentale, in parte in autostrada, in parte su strade statali e poi provinciali via via più strette.

La guida a sinistra costringe ad un riassestamento mentale che trova i suoi momenti più critici nell’affrontare le rotonde. Ma dopo il primo giorno, tutto va liscio.

Quando andare:

Irlanda e clima capriccioso vanno a braccetto. Pioggia, vento e sole si alternano velocemente. Tuttavia non è mai troppo freddo o troppo caldo; le minime sono attorno agli 8-10°, le massime tra i 20 e i 22°. Qui all’ovest la piovosità è alta: almeno 225 giornate di pioggia all’anno.

©Eugenio Bersani

Abbigliamento:

Obbligatorio dotarsi di impermeabile e scarpe resistenti all’acqua e al fango. L’ombrello, vista la forza del vento risulta inutile. Vestirsi a strati è sempre l’opzione migliore.

Cosa mangiare:

Il tipico bar irlandese con le birre alla spina ©Eugenio Bersani

In ogni pub d’Irlanda non mancano i grandi classici. Dall’Irish Stew, lo stufato di agnello o montone con cipolle, carote e patate, ai fish and chips, in genere filetti di pesce panato servito con patatine all’aceto. Economica e gustosa la Daily Soup, zuppa di verdura servita con il tipico Soda Bread, il pane nero casalingo su cui si spalma abbondante burro salato.  Se volete saltare il pranzo, ottima soluzione è la colazione irlandese, un piatto unico e sostanzioso con uova, pancetta, salsiccia, fagioli e pomodori.

In tutti i pub non manca mai il pesce, sia in forma di pasticcio, sia come zuppa di pesce e crostacei. Il salmone alla griglia o fritto con verdure è sempre una buona alternativa.

Testo di Lucia Giglio Foto di Eugenio Bersani|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com