Hopper e la luce di Cape Cod

Ancora oggi gli appassionati dell’artista americano viaggiano nella penisola del Massachusetts alla ricerca dei luoghi dipinti nei suoi quadri più famosi

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Jogging all’alba lungo la baia di Truro, Cape Cod

È a Milano, per passare poi a Roma, la prima grande mostra di Edward Hopper, nato a Nyack (NY) nel 1882 e morto a New York nel 1967, considerato il maggior esponente del Realismo americano. 160 opere tra disegni, incisioni, acquerelli e oli tracciano lo sviluppo dell’artista contestualizzandolo nella storia del suo tempo, grazie a fotografie, note biografiche e storiche. I lavori, provenienti per la maggior parte dal Whitney Museum di New York al quale è andata l’eredità di Hopper, sono divisi in sette sezioni, secondo un ordine tematico e cronologico; quindi si inizia con gli autoritratti e la formazione parigina per passare all’erotismo e ai concetti essenziali di tempo, spazio, memoria. Definito il pittore della solitudine, o dell’attesa, per quell’aria di sospensione che aleggia in ogni opera, è attento in modo maniacale ai particolari e inquadra ogni “scena” con precisione cinematografica/fotografica.

Milano, Palazzo Reale, fino al 31 gennaio

Roma, Fondazione Roma Museo, dal 16 febbraio al 13 giugno

Losanna, Fondazione Hermitage, dal 25 giugno al 17 ottobre

Edward Hopper a Cape Cod

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le case affacciate sul porto a Falmouth

Nel ’34 gli Hopper si trovano così bene a Cape Cod, la penisola simile a un braccio piegato che si estende dal Massachusetts nell’Atlantico, da decidere di farsi costruire uno studio nello stile shingle tipico del luogo. Da quattro anni passano le vacanze in una casa in affitto tanto malandata da far entrare vento, pioggia e animali e dopo una stagione particolarmente piovosa comprano un terreno a Truro, nella parte nord di Cape Cod, un lembo di terra con il mare da una parte e dall’altra, dune di sabbia, fari e pochi cottage sparsi. Qui tornano, anno dopo anno, per quarant’anni. La solitudine fa per loro. Anche a New York vivono ritirati nel luminoso appartamento in affitto all’ultimo piano su Washington Square. Sposatisi sui quarant’anni, coetanei, colti, condividono la stessa casa, lo stesso studio, l’uno accanto all’altra in un rapporto conflittuale ma destinato a durare.

A Truro Edward Hopper studia la luce, la analizza e cerca di riprodurla sulla tela. Già nel passato aveva soggiornato in località marine, sempre inseguendo la loro particolare luminosità. Era stato in una cittadina sulla costa del Maine, Gloucester, che aveva dipinto quegli acquerelli che l’avevano fatto conoscere e apprezzare al punto da consentirgli di _COD7049lasciare il lavoro su commissione, l’illustrazione. Però a Truro, nonostante sia circondato dal mare, abbandona i soggetti marini (che pure aveva amato disegnare fin da bambino) per rivolgersi soprattutto all’architettura, un altro dei suoi interessi di vecchia data. Qui gli piace la solidità delle costruzioni locali che crea ombre nette. Oggetto della ricerca è, ancora e sempre, la luce. Lo dice chiaramente quando spiega il rapporto che lo lega a questa terra: “Ho scelto di viverci perché la stagione estiva è lunga, (…) Cape Cod ha qualcosa di soft, che non mi attira poi così tanto, ma c’è la splendida luce, molto luminosa, probabilmente perché (Cape Cod, ndr) è così estesa sul mare, quasi da sembrare un’isola”. Sapeva bene quale tipo di luce voleva; infatti, seppure gli piacesse la luminosità del Messico e ci andasse spesso, non la considerava “giusta” per lavorare.

Al capo, invece, le case, le colline, le dune, i fari diventano i soggetti dei quadri. Non la gente del posto, alla quale non è interessato e della quale comunque può fare a meno: è la moglie Jo Nivison, pittrice ormai totalmente oscurata dall’imponente figura del marito, a posare come modella quando la composizione prevede una figura umana.

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Ground Swell, una delle più note opere di Hopper

Tante le tele che Hopper dipinge nella penisola, South Truro Church, Cape Cod Lighthouse, Corn Hill, Cottages at North Truro, Cape Cod Sunset, e le più mature Rooms by the Sea, Sun in an Empty Room e Second Story Sunlight in mostra nella retrospettiva di Milano e Roma. Va in giro a catturare scorci e giochi di luce, scrive e disegna la scenografia sui famosi record book (in mostra per la prima volta in Italia), tratteggia a matita sui taccuini e poi, in studio, ricostruisce sulla tela seguendo però più la memoria che i bozzetti. Definisce la scena in tutti i particolari, le dà un taglio molto preciso, cinematografico come ricorda Goffredo Fofi nel saggio in catalogo, o fotografico, con la luce a dividere lo spazio, a sottolineare e a suggerire l’interpretazione di ambientazioni altrimenti “banali”, quotidiane. Ma rende talmente realistici i soggetti rappresentati, con dettagli esatti come nomi di strade o di pompe di benzina, da spingere lo spettatore a cercare il paesaggio originario per poter fare ancora oggi l’accostamento tra il dipinto e il modello reale.

Testo di Patrizia Giovanetti foto di Fausto Giaccone www.faustogiaccone.com

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