Highway to Khan è giunto a destinazione

Per il terzo giorno di viaggio in Mongolia, da Darvi ad Altai, con problema al semiasse posteriore, sfoderiamo un audiolibro di “in viaggio di Erodoto” da Kapucinsky. Visto che causa problema al semiasse la velocità media è 25 km/h, le parole lette da Marco Baliani ci tengono molta compagnia.

Il panorama è quello che abbiamo sempre visto nelle foto della Mongolia: steppa sterminata a perdita d’occhio, con i monti Altai sullo sfondo. La natura prende il sopravvento, sembra di essere in Africa. Alle marmotte e ai gerbilli che ci hanno accompagnato sugli alti Altai, prendono posto cammelli (non dromedari africani, ma veri cammelli, con due gobbe. Mai visti prima), aquile, stormi di pernici, e addirittura due antilopi in lontananza, rarissime.

Kapucinsky è un reporter: India, Africa, Cina. Parla del mondo con rara lucidità. Cresciuto nella Polonia comunista, guarda il mondo con negl’occhi l’ideale socialista di fratellanza tra i popoli, il rispetto dei fratelli più poveri. Racconta il mondo dei potenti, ma si sente vicino agli indiani che camminano scalzi.

Ad Arbakeer ci siamo fermati alla missione di Padre Giorgio, ci siamo messi in contatto durante il viaggio, per informazioni sulle tasse di importazione della macchina. Ci hanno gentilmente offerto una cena italiana, una gher per la notte, e un caffè fatto con la moca. In cambio gli abbiamo lasciato tutte quelle apparecchiature che non ci servivano più: tra cui anche alcuni oggetti nei quali riponevamo affetto, come alcune attrezzature da campeggio con le quali in 10 anni abbiamo condiviso molte avventure, nonché apparecchiature per la macchina utili e costose.

Ci fa molto piacere, che gli aiuti tecnici e finanziari alla nostra avventura, oltre ad avere reso possibile il viaggio, abbiamo trovato ulteriore motivazione in questo gesto di solidarietà.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli sponsor e le persone che ci hanno sostenuto.

Padre Giorgio nella missione fornisce solidarietà diretta alle popolazioni locali. Soprattutto con aiuti tecnici per superare i rigidissimi inverni, ma anche con doposcuola che occupa i bambini tutti i pomeriggi e creando qualche occasione lavorativa.

Quale differenza con l’intento fraterno di Kapuchinski? È una bestemmia affiancare un socialista a dei missionari cattolici? Per i sedentari, attaccati alle etichette e alle fazioni politiche, probabilmente si. Per noi, dopo un viaggio di 15000 chilometri passato per Mitteleuropa, Balcani, paesi islamici, dittature, ex Unione sovietica, perdo quelle categorizzazioni meccaniche che normalmente permettono di semplificare la lettura della società. E vedo in modo più distinto un filo conduttore tra le popolazioni incontrate, tra la gente. Persone che hanno sofferto per le guerre, per la mancanza di libertà e possibilità, per gli inverni rigidi. Come aveva detto Miki di Novi Sad, è solo viaggiando che perdiamo quei preconcetti patriottici o nazionalisti, ci scolliamo dall’identità legata alle abitudini di vita, e scopriamo che islamici, cristiani, buddisti, occidentali e orientali, ridono e piangono delle stesse cose.

Oh, che buonismo banale. Ci si salva sempre guardando i poveri e i bambini? Mettete dei fiori nei vostri cannoni?

Mi viene da pensare: belle queste parole, ma poi ci sono le questioni serie. C’è la geopolitica internazionale, i gasdotti, il petrolio, la difesa delle mura. C’è una guerra in Libia che non potevamo evitare. C’è il muro israeliano che ci separa per l’ennesima volta dai barbari.

Tutto vero. Non ho una visione del mondo buonista da fricchettone ignorante tutto cannette e buoni intenti. So comprendere le ragioni delle guerre in Medio Oriente e Asia, e dei meccanismi da guerra fredda tra Stati Uniti, Russia e Cina. Non sono più fervente anti americano come da adolescente. Penso che in politica estera ci sia spesso da mettere in piazza un po’ di “real politic”.

Ma contemporaneamente, dopo un viaggio del genere, ancora più di prima, sono convinto che la ragione, nei conflitti, la ragione profonda, non sia mai da una parte o dall’altra, ma dalla parte della gente, dei popoli, che vivono la Storia con la S maiuscola in maniera tangenziale. La verità sta in quei racconti che mischiano la vita di tutti i giorni con gli eventi storici. Piccoli esempi di forza, di lotta quotidiana, di superamento delle difficoltà. Ne esce sempre una lettura del mondo più matura e complessa del semplice “io sto con questi”, “io sto con gli altri”.

Il viaggio ci ha portato a conoscere meglio il mondo. Sia bellezze storiche che abissi dell’umanità. Le epurazioni etniche turche, i pescatori di Muynak, i Mongoli morti congelati, gli Iraniani senza libertà, le stragi dei Balcani, Muslum, Shoeil, Miki, Giorgio,e gli altri di cui non ricordiamo il nome: esperienze dirette, forti. Immagini rese ancora più forti, dalla nostra prolungata lontananza da casa. Siamo partiti senza preconcetti, ma arriviamo a destinazione ancora più tabula rasa, fogli bianchi. Mi sento un debole eremita, che grazie alla filosofia taoista riesce a lasciarsi scivolare addosso la realtà, perché tutto e più grande di noi, ma anche un invincibile monaco buddista, capace, proprio perché sa sgombrare la mente, di spezzare con un braccio le tavolette di legno.

Sento dentro di me crescere un grande rispetto verso il diverso, pacifica accettazione, ma anche un grande forza, per oppormi all’ignoranza e alla barbarie. Se l’America attaccasse l’Iran, ogni motivazione geopolitica, sicuramente comprensibile (guardando al mondo da sopra, come guardavo la scacchiera aspettando che mio nonno facesse la sua mossa), sarebbe sovrastata dal ricordo degli amici di Tehran, dei loro visi, della loro ospitalità. Mi viene in mente Gino Strada, contro la guerra sempre e comunque, perché negl’occhi ha i volti delle persone, che superano ogni motivazione politica. Volti che non esprimono concetti razionali, ma parlano il linguaggio del cuore, aprono alla spiritualità, all’assoluto.

Quell’assoluto che ha fatto scegliere a padre Giorgio di trasferirsi in Mongolia, a vent’anni, tornando in Italia solo una volta ogni tre anni. Lo stesso assoluto che ha fatto pronunciare ad un filosofo ebreo tedesco, e ad un medico argentino le stesse parole: “tutti gli uomini, sono, uguali”.

Kapucinsky, nei suoi viaggi con Erodoto, racconta che il suo primo viaggio era spinto dal semplice bisogno di varcare una frontiera, vedere cosa c’è dall’altra parte. Sentimento ragionevole quanto non comune per chi viveva nel blocco sovietico. Come giornalista ci riesce, e inizia a scoprire il mondo. Diventa uomo di grande cultura, ma ci spiega che nonostante tutta la sua voglia di conoscere e approfondire culture lontane, come la Cina, o l’India, dove ha vissuto, la cosa che più lo stimola è l’ansia. Quell’ansia che ti prende quando rimani troppi mesi in un luogo. Sempre la stessa, il bisogno di una nuova frontiera. Di scoprire, ancora una volta, il nuovo.

Highway to Khan è finito, il viaggio continua. Alle prossime avventure.

Federico Maccagni da Ulan Bator, Mongolia

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