Lazio, Porto d’Anzio. Il destino dei libri di Filippo Tuena

PICCOLEITALIE

Qual è la differenza tra narrazione pura e racconto di un’esperienza? Leggendo quest’intimo ritratto del Porto d’Anzio, non ho potuto non farmi questa e altre domande. Non ho risposte certe, ma certo è che quando abbiamo scelto di incamminarci in quella zona al limine tra reportage e narrativa per dar modo agli scrittori di raccontare le loro segrete “piccole Italie”, immaginavamo esattamente questo. Qualcosa che diventasse, poi, quasi per caso, letteratura. E forse non è un caso sia uno dei più talentuosi, pluripremiati e bravi autori italiani: Filippo Tuena, appena approdato in libreria con Stranieri alla terra – che al viaggio ha dedicato alcuni tra i suoi libri più belli – a compiere questo stevensoniano rito di passaggio. È il bello dello sguardo di uno scrittore, riuscire a vedere il mondo da un punto di vista inusitato e unico. Un piccolo miracolo che ancora una volta su Latitudes si compie.

A cura di Manuela La Ferla


Il destino dei libri

Ricordando viaggi di molti anni prima, rammentava che su uno spiazzo della litoranea, ora deserto, era stato esposto, in atto di precipitare a terra, un caccia militare. Ricordava la struttura leggerissima d’alluminio e il vento che la percorreva, quando s’era fermato, da bambino, ad ammirarlo durante una gita estiva in bicicletta. Ora tutto questo era scomparso e la piazzola, deserta, ma ancora presente, era tuttavia un segnale che la meta s’era fatta prossima e che tra poco avrebbe percorso le strade che aveva percorso da ragazzo durante le lunghe e felicissime vacanze estive d’allora.

S’è fermato di fronte al baretto della spiaggia, ora rifatto, trasformato, non più affascinante com’era allora, con quella scala di legno molto scivolosa che conduceva alla spiaggia e che spesso serviva da trampolino per tuffi davvero arrischiati e ricorda ancora il fiato in gola mentre si lanciava nel vuoto e superava i gradini e l’impatto con la sabbia mentre l’amico badava che nessuno incrociasse il volo. Il moletto, quelle due o tre volte che c’era stato di recente, a seconda della marea, si proiettava sul mare o restava insabbiato proprio fino alla piattaforma da dove guardando a sud gli s’allineneava di fronte la sottile linea del litorale ora stravolta da un orribile grattacielo che domina Nettuno e getta un’ombra inquietante sulla candida massa della chiesa di Santa Maria Goretti. Più oltre riprende la spiaggia, interrotta allora come ora, da un poligono di tiro – due svettanti tralicci rossi e azzurri che sostengono un’enorme pallone, anch’esso rosso – e termina il panorama con la piccola escrescenza di Torre Astura prima che la massa imponente del Monte Circeo, che appare sempre ingannevolmente come un’isola, non faccia da quinta alla vista.

Da ragazzo, ricorda, proprio accanto alla veranda del ristorante Garda gli scugnizzi del porto che si tuffavano a raccogliere le monete che i turisti gettavano in mare. Ricorda lo zio molto ricco lanciare con grande forza monete da cento lire e in ultimo una da cinquecento, in argento e molto più pesante, che scendeva nell’acqua limacciosa del porto assai più rapidamente e i ragazzi lanciarsi in acqua sorpresi dalla luminosità della moneta e dalla velocità con la quale s’inabissava.

Era apparso, quel ristorante in poche pagine di un suo libro, dove due scrittori s’interrogano sul senso del loro lavoro e sul destino dei libri che scrivono. Un’atmosfera di tovaglie umide e vino dozzinale e camerieri anziani e annoiati. E prima ancora di quest’ultimo viaggio era comparso inaspettatamente in una pagina del diario di pensatore tedesco che sempre lo accompagna nei suoi viaggi. Edizione francese del diario, acquistato per la risibile somma di 8 euro in un negozio di libri usati nel passage Verdeau. Dunque, dal 19 marzo al 31 maggio del 1968, aveva letto nel diario, in francese, Ernst Jünger aveva trascorso un soggiorno romano con frequenti gite nei dintorni, …giunse al porto per desinare con gli amici. La sua acuta vista notò l’insegna del ristorante Garda, resa in corsivo con una gomena ormai brunita dal tempo…

Rimase colpito, leggendo il diario, da quell’annotazione e, ora che ad anni di distanza, si trovava di nuovo davanti a quel ristorante, pensa alle infinite coordinate che oggetti apparentemente inanimati suscitano in occasionali spettatori. Lui e il tedesco, di fronte alle medesima insegna, in tempi diversi e con spirito diverso. Questo è il pensiero che lo attraversa in quell’istante, mentre percorre le vie di Anzio. Poi riprende la moto per l’ultima tappa del viaggio con la malinconia e la solitudine che attanagliano i motociclisti silenziosi che attraversano tempi e distanze.

Filippo Tuena

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