Dietro alla facciata un po’ algida della città si nasconde l’anima variopinta e multicolore dagli artisti di strada che attraverso i murales, fanno convivere storia, rabbia e nuovi mondi.
Murales in Rue Bishop a Montreal
Una squaw sensuale si lascia scompigliare i capelli da una brezza metropolitana. Un uomo che passa in bicicletta rimane ammaliato da questa visione e quasi va a sbattere contro la cabina del telefono. In Rue Bishop la scena si ripete decine di volte al giorno. Ma anche nei vicoli della Vieux Montreal lungo il fiume San Lorenzo, e nel “meticcio” Quartiere degli spettacoli, così come accanto al Museo di Belle arti. La chiamano street art. Sono i romantici, graffianti murales che fanno della città più popolosa del Quebec, una galleria d’arte a cielo aperto. Eppure se osservi lo skyline di Montreal dalla riva dell’Ile Notre Dame, l’isola giardino incorniciata dal circuito automobilistico in cui Gilles Villeneuve ha imparato a manovrare un volante prima di diventare un mito della Ferrari, la città sembra una metropoli americana qualunque. Palazzi in vetro, torri in cemento, senza storia né anima altra rispetto al business.
Panorama di Montreal e del fiume San Lorenzo
Ma perdendosi nel reticolato che si dipana da Rue Sherbrooke, Rue Ste-Catherine Ouest e Boul Rene Levesque, si viene inesorabilmente “puntati”dagli sguardi dei personaggi che abitano le pareti in mattoni dei palazzi fané, vestendoli di colori vivaci. Dietro il Theatre du Nouveau Monde, al confine con Chinatown, ci sono parcheggi abbandonati in cui le pareti raccontano romanzi di fantascienza, proiettano albe visionarie illuminate dalle insegne al neon di bar vegetariani. E il faro di questa arte che si rinnova ogni mese, retaggio della cultura francese del trompe l’oil, è il Museo di arte contemporanea. Accoglie i visitatori stampando un bacio con le sue labbra carnose adagiate sul tetto e poi nelle sue stanze labirintiche mostra le fotografie di Robert Polidori, le installazioni in ferro adagiate sull’erba da Spring Hurlbut, in mostra sino al settembre scorso. La vera galleria però sono le strade di Montreal. Il dedalo di vicoli nella parte bassa, più “etnica” di Rue Ste Catherine, oltre le vetrine de Les Cours Royal Ogilvy, da S. James Church sino alla stazione degli autobus che partono con destinazione New York e Philadelphia, ogni palazzo sfoggia una lato B, “back”, affrescato da questi performer notturni. Si arrampicano sulle scale di sicurezza in ferro battuto per raccontare sulle mura sbriciolate dei magazzini in disuso storie di indiani nativi derubati delle loro terre, conquistatori yankee, madonne francesi, animali del terzo millennio che si rincorrono lungo praterie metropolitane, pantagruelici pasti rock. E, ancora, benzinai che dispensano fiori dai bocchettoni del gasolio, sottomarini e marinai in bermuda che sbucano direttamente dalle fauci del San Lorenzo. E talvolta i murales esprimono anche e soprattutto la rabbia francofona verso quell’America inglese che tenta, ma soprattutto scontenta. Bisogna solo spostarsi dai caffè sparsi lungo il Main e rue San Denis per captare questa pulsione creativa rispettata dalle autorità cittadine. L’unica zona off limit per i pittori di strada è forse il Vieux-Port, dove le pietre dei palazzi emettono ancora una voce così possente da soffiare via i colori.
La nuova promozione della Compagnia dell’Orchidea.
Nel Paese delle emozioni volare con Thai Airways è ancora più conveniente con la nuova promozione.
Per volare a Bangkok da Roma Fiumicino e Milano Malpensa costa 611 euro, tasse e supplementi inclusi, fino al 18 dicembre 2009, ultimo rientro utile 31 dicembre 2009. La tariffa si intende andata e ritorno in classe economica.
Thai Airways, la compagnia di bandiera thailandese fondata nel 1960, vola non-stop dall’Italia alla Thailandia tutti i giorni da Roma o Milano, con proseguimenti e coincidenze per oltre 70 destinazioni in partenza dal più moderno e funzionale Hub dell’Asia, il nuovo Bangkok Suvarnabhumi Airport: la compagnia opera collegamenti in Cina con 7 destinazioni, Birmania, Vietnam, Malesia, India, Indonesia, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Europa e Nord America. Nel 2009 la Compagnia festeggia il 35° anniversario di attività in Italia.
Compie 100 anni Tel Aviv, la giovane città israeliana nata con un preciso intento: spazzare via il dolore infinito della Shoah, il dolore stratificato dei pogrom, il dolore millenario della diaspora. C’è un’idea dietro e sotto questa città giovane; un’idea di libertà e di gioia che si è concretizzata tra le dune di sabbia del Mediterraneo orientale. E’il sogno della città ebraica.
Giochi sulla spiaggia di Tel Aviv
Ovunque andiate qui a Tel Aviv, vi capiterà di vedere una vecchia foto in bianco e nero, leggermente seppiata dove si scorgono un gruppo di persone su di una spiaggia tra alte dune. Il mare nemmeno si affaccia, solo sabbia e sabbia. Sembra un raduno qualunque ma è il momento della nascita della città. Era l’11 aprile del 1909 quando si tenne la lotteria-delle-conchiglie, evento già diventato mito cittadino. Sulla spiaggia di quella che sarà Tel Aviv, si trovarono i fondatori della cittàancora senza nome, scrissero i numeri dei lotti sulle conchiglie e poi procedettero all’estrazione. La lotteria appunto. Sono passati solo 100 anni da quel religioso momento e ora, dove c’erano solo dune, si è allargata una città che minaccia di essere infinita, bella, bianca, ariosa e libera.
Lo dice benissimo Elena Loewental nel suo libro ‘Tel Aviv’: la sabbia che era dovunque è stata sostituita dal primo agglomerato ebraico, dalla prima città ebraica, senza il pesante fardello della Storia, diversa da Gerusalemme con i suoi Templi distrutti e le cacciate degli ebrei. Qui nulla di tutto ciò, un colpo di spugna sul passato e un mondo nuovo davanti, dove il popolo ebraico poteva rinascere e aspirare ad una patria. Dove si parlava ebraico, dove le scuole insegnavano l’ebraico. Ecco allora Tel Aviv, “la Collina della Primavera”. Per godere Tel Aviv bisogna sapere, capire lo spirito da cui è nata la città più libera e laica di Israele, sicuramente la più viva, la più rumorosa, la più giovane e divertente. Il sottotitolo del suo nome è: “la città che non dorme mai”.
In bicicletta in centro
Non è uno slogan per turisti: qui da mattina a notte fondissima si vive, e si vive benissimo. Locali, ristoranti, teatri, cinema, chioschi, bar, osterie: tutti aperti, tutti pieni di gente che mangia e beve senza sosta. Nei negozi di Neve Tzedek, vecchio quartiere dai tetti rossi infilato tra i grattacieli, si trovano magliette e cartoline con la scritta: Enjoy Tel Aviv, scritto con il logo coca-cola. E tutti i camerieri della città posando l’ordinazione esclamano allegri “enjoy!” Un corale invito della città e dei suoi abitanti a vivere bene e a godere del suo cielo, di questo Mediterraneo soave, delle spiagge infinite, del cibo e della vita in generale. Una città giovane, piena di giovani. Belli abbronzati ed atletici, ragazzi e ragazze sembrano scoppiare di salute. Qualcuno dice che tutta questa forma si deve al continuo scendere e salire dai carri armati durante i lunghi anni di leva. Chissà. Un mondo diverso e complesso.
Se parlate con gli adulti vi sentirete dire che in Israele si vive in stato di guerra, circondati da nemici. E dunque è necessario difendersi. I ragazzi sono più moderati e parlano di convivenza possibile. Anche questo è un altro sogno che si infrange fuori da questa specie di enclave che è Tel Aviv, davanti alle zone Palestinesi con il filo spinato, davanti ai confini di Gaza e ogni volta che ci sono tensioni con gli stati vicini. Ma è un sogno che qui invece sembra possibile. Tutti insieme, arabi, ebrei, cristiani. Tutti al mare a godersi lo Shabbath, il riposo del Sabato ebraico. Il venerdì sera, al tramonto, sulla spiaggia sciamano intere famiglie arabe che arrostiscono e cucinano vista mare, e gli ebrei smettono ogni attività per celebrare la festività.
Sembra possibile. Non si avvertono (apparentemente) tensioni. Non a caso Tel Aviv è anche la città gay, dove l’omosessualità vive pure lei allegra e spudorata alla faccia dei dettami religiosi. Una città dalla bellezza non immediata. Scesi all’aeroporto si è accolti da una periferia disordinata, da molti fallimenti edilizi. Il primo impatto comunica sporcizia e disordine. Ma poi capisci che è un modo di essere, allegro, anti-svizzero. Non che le cose non funzionino, non che manchino quartieri residenziali e ben tenuti, ma è come se ci fosse un rifiuto per la perfezione. Un vezzo il disordine, l’angolo con l’immondizia dietro il muro del grande grattacielo di vetro. Magari è colpa del clima: tutto invecchia in fretta al caldo e con la salsedine incombente.
La passeggiata a mare
Ma questo ‘carattere’ cittadino dopo un po’ non disturba più. Lo si accetta e basta. E si comincia invece a mettere a fuoco la bellezza vivace e fiera della città più giovane del medio oriente. In primo luogo il mare. Un mare da vacanze, pulito, azzurro, dall’onda lunga e spumosa con in più una infinita spiaggia boro talcosa che tutti i cittadini amano follemente e che si godono a piedi, in costume, in bici, con il surf. Sempre piena la spiaggia, di giorno e di notte quando gli stabilimenti balneari si trasformano in locali notturni vista mare. Tutto folk e alla mano; la spocchia è bandita.
Per noi avventori di mari nazionali carissimi e difficili da godere, è un vero shock pagare un ombrellone 2 euro e soprattutto farsi portare il pranzo direttamente sul lettino da amabili giovani camerieri che accolgono gli ordini dalle 11.30 del mattino senza requie. E ad una cifra con cui a Forte dei Marmi o a Rimini mangi al massimo un toast farcito. Il mare è il polmone di Tel Aviv e anche il punto di riferimento per non perdersi. Alle spalle delle spiagge c’è la città. La parte più vecchia è a nord, ai piedi di Jaffa, l’antica cittadina araba, bellissima e ocra che chiude come un confine naturale le spiagge. Il quartiere si chiama Neve Tsedek, ovvero ‘pascolo di giustizia’ e funziona come una calamita naturale per il visitatore.
E’ la zona più antica che già viveva di vita propria nel 1909; un quartierino di case basse, dai tetti di tegole rosse, indice di distinzione. Buganvillee, eucalipti, grandi sicomori fronzuti e vicoli di ciottoli silenziosi e vuoti quasi tutto il giorno. Ricorda certi villaggi greci, arsi dal sole e sempre quieti fino a sera. Qui oggi è in corso un recupero supersonico che ha già trasformato il sonnacchioso quartiere in zona modaiola. Ma ancora per un po’ questa dolce nostalgia resisterà coabitando con il nuovo che avanza. La strada più ricca è Shalom Shabazi, vicolo un po’ più largo degli altri su cui infuriano designer, orefici, boutique. Il luogo più charmant è al n° 9, si chiama Suzana ed è un ristorante. Ma il vocabolo è riduttivo. Sotto un pergolato fatto di grandi rami si mangia, si beve, si pranza , si cena, si beve il caffè senza interruzione dalle 10 del mattino. Vi si sta d’incanto ed è un’esperienza sociologica. Per entrare si fa la fila smistati da giovani efebi di grande bellezza: ragazzi biondi e delicati, adolescenti dagli occhi vellutati vestiti come delle Urì, ragazze bellissime che sembrano profetesse bibliche. I cittadini dicono che da Suzana il menu è uguale da decenni: mentre mangiate i migliori falafel della terra, ringraziate il vostro dio che sia così.
Proseguendo verso nord tra stradine scalcinate e grattacieli inverosimili, si arriva all’intrico del Carmel market, grande bazaar all’orientale, mercato colorato e rumoroso di alimentari e paccottiglie divertenti. Vivacissimo, ma ancor più bello al tramonto quando smontano i baracchini e si intravedono le viuzze colme di piccoli negozi polverosi e antichi, bar anni 20, edifici Bauhuas, che nel caos del mercato sono invisibili. La strada più bella è indubbiamente Nahalat Binyamin, fremente di giorno, dolcemente triste alla sera. Binyamin sfocia naturalmente su una delle arterie più frenetiche e vive, la Allenby, una infinita teoria di bar, ristoranti, caffè, negozi popolari; una strada tra le prime che ebbe la città, una tra le prime tracciate dopo la lotteria. In queste grandi arterie si legge la storia di Tel Aviv. Altre due si dipartono dalla Allenby, parallele tra loro e dolcemente in salita, la Rothschild e la Hamalekh George.
Negozio di spezie
La prima, chiamata con rispetto e orgoglio boulevard Rothschild, è grande, molto bella, con filari di alberi dai fiori vermigli che smorzano il gran caldo estivo. Un vento marinaro la percorre di continuo e ad ogni passo si incontrano superbi chioschi con frutta e verdura di ogni foggia pronta a farsi frullato, succo, centrifuga. I negozi sono più eleganti; non mancano orafi e designer israeliani. Hamalekh George è più piccola e anche lei sale sulla collina della primavera. Qui l’aria è più raccolta e ogni piccola strada che si incrocia propone meraviglie: piccoli negozi di classe, case bianche in odore di Bauhaus, palazzine veramente ecclettiche. Entrambe le strade salgono verso il rarefatto universo che sarà la splendida Diezengoff, strada che onora la memoria di Meir Diezengoff, primo sindaco di Tel Aviv, uno dei padri della patria.La Diezengoff sale ancora e più sale e più si fa elegante fino a toccare punte considerevoli verso la Frischmann. Qui il panorama è decisamente residenziale: il verde abbonda, le case sono molto belle, tra negozi chic di vintage europeo e brasserie alla parigina. Uno dei punti caldi è la bella piazza Dizengoff su cui affaccia l’Hotel Cinema, specie di transatlantico bianco, puro Bauhaus anno 1930, tutto dedicato al cinema e che fu uno dei primi cinematografi, il famoso cinema Ester da vedere senz’altro. Un omaggio è obbligatorio: qui vicino venne assassinato Yitzhak Rabin, sulla scalinata del municipio. Basta imboccare la via Frischmann e vi si arriva; qui in quella che oggi si chiama Piazza Rabin, c’è un memoriale che ricorda l’attentato del novembre 1995. Tra l’altro, questa zona un po’ distante dal centro è bellissima e piena di negozi di moda creata da stilisti israeliani con gusto raffinato ed europeo.
Prosegue il viaggio in Rajasthan inseguendo occhi e storie, ispirate alla povertà contadina e alla fierezza rajput. Un arcobaleno di tradizioni e di sari che catturano la sensibilità del viaggiatore curioso. E lo incantano come un serpente al suono del pungi.
Nawalgarh (Shekhawati)
Per trovare un po’ di verde con una storia meno tragica si deve lasciare il deserto del Thar e salire la strada che porta al Monte Abu a sud di Jodhpur, la stessa percorsa dal Residente britannico del Rajputana (terra dei Rajput, altro nome del Rajasthan) che qui ebbe il suo quartier generale fino al 1947. Una strada che serpeggia nella foresta dove una folla di scimmie, lungo il parapetto, resta in paziente attesa di qualche nocciolina lanciata dal finestrino. Al di là della temperatura molto piacevole e del Nakki Talao, il laghetto sacro scavato secondo la leggenda dalle unghie degli dei spaventati da un demone, su cui ora turisti immemori galleggiano in pedalò, il motivo principale per spingersi fin qui è lo straordinario complesso di templi Jain di Dilwara.
Una donna vende collane di fiori davanti a un tempio
Semplici all’esterno, per nasconderli alla avidità dei predoni, rivelano all’interno una ricchezza spettacolare. Tra essi spicca il tempio Adinatha, il più antico, costruito nella seconda metà del XII secolo. Servirono 14 anni, 2700 operai e una schiera di elefanti per realizzare e trasportare sul posto che occupa ora questo gioiello. La fatica di ogni artigiano venne ricompensata con un peso in oro pari alla polvere prodotta durante l’intaglio della pietra (in argento se si trattava di un semplice assistente) e con un tempio collettivo come fringe benefit. E non doveva trattarsi di un peso leggero a giudicare dagli incredibili ricami e trafori ricavati nel marmo candido delle colonne, degli archi che sorreggono, dei rosoni e dei cortili, intorno a cui, nascoste da grate alla luce accecante, stanno le statue delle divinità jain in silenziosa osservazione. Sono statue semplici, lisce, senza particolari decori ed espressioni, che contrastano con la stupefacente ricchezza degli interni. Sfortunatamente dal 1992 non si possono più fotografare, dopo che le autorità religiose si risentirono per alcuni spot girati all’interno considerati “pornografici”. Da notare che nella patria del Kamasutra e del Tantra è considerato indecente tenersi per mano o abbracciarsi.
Scendendo dal Monte Abu si passa Udaipur, con i suoi splendidi palazzi che si riflettono nel lago Pichhola e Chittaurghar dominata dallo smisurato forte, per raggiungere Bassi. Il clan Bassi, signori del posto, conta 110 membri che vivono qui da 450 anni e si incontrano solo per i matrimoni. Il Bassi Fort Palace, residenza che alcuni esponenti continuano ad abitare, risale al 1500 e, pur non essendo di grandi dimensioni, è delizioso. Una parte di esso è stata trasformata in piccolo hotel dove si vive insieme alla famiglia del maharaj. Cucina la maharani che nelle stanze degli ospiti lascia un sari, con cui le ospiti si devono vestire per cena. Oltre al forte e al paese il clan Bassi ha dato il nome a un laghetto e a una diga che fanno parte di una riserva faunistica, ceduta al prezzo simbolico di 1 Rp. alla comunità. Anche se non è molta, nel lago c’è abbastanza acqua per pescare e irrigare i campi di Amjaria un villaggio bheel, etnia di agricoltori, cui il nonno di Bhupendra Singh, attuale proprietario del forte, concesse gratuitamente in uso la terra per permettere loro il sostentamento. In segno di riconoscenza ogni anno portano ai Bassi 5 litri di mowra, un liquore ottenuto dagli omonimi frutti.
Panni stesi ad asciugare in riva a un fiume
In questa area i bheel vivono in 4 villaggi per un totale di 1600 persone, ma il loro numero è in diminuzione perché si sposano solo tra loro, e quindi problemi di consanguineità, e perché si curano esclusivamente con le medicine che ricavano dalle erbe, piuttosto limitate. Di carattere duro e diffidente, scelgono per i loro villaggi posti isolatissimi, raggiungibili solo a piedi o in jeep e sono autosufficienti con una dieta a base di prodotti dei campi, polli, agnelli e qualche cervo che cacciano. Vivono in piccole capanne di fango e sterco, che pare serva a tenere lontani gli insetti, al cui interno c’è solo un armadio per conservare abiti e cibo. D’inverno le condividono con i loro animali, d’estate dormono fuori. Il governo ha portato l’energia elettrica, ma i bheel non la usano perché sono terrorizzati della occasionale esplosione delle lampadine; quindi neppure frigoriferi radio o telefono. Sono all’oscuro di quello che accade non solo nel mondo, ma anche in India. La giustizia viene amministrata dal consiglio degli anziani e se qualche lite è insanabile viene sottoposta all’insindacabile giudizio del maharaj, accettato da tutti. Non vanno neppure a scuola per paura che vengano contaminate le loro tradizioni; una è quella di avere i matrimoni arrangiati dalle famiglie all’età di 1-2 anni e di iniziare a vivere insieme a 13-14. In “città”, il paese di Bassi distante una ventina di km in jeep, vengono 2 giorni all’anno in settembre, alla fine della stagione dei monsoni.
Il primo giorno si recano al Bassi Kund, la profondissima cisterna alimentata dalle acque del vicino lago, in cui nessuno si può immergere durante l’anno. Qualcuno della famiglia bassi lancia in acqua 7 noci di cocco che i bheel e solo loro hanno il diritto di ripescare. Terminata l’operazione si scatena l’inferno e 3.000 – 4.000 persone frementi si gettano contemporaneamente nella vasca. Il giorno successivo ritornano per tenere davanti al castello uno spettacolo sulle loro arti e tradizioni e consegnare i 5 litri di mowra al maharaj. Durante questi due giorni acquistano anche i beni di assoluta necessità. Pochi in realtà dato che non conoscendo né l’hindi (parlano il merwari, una variazione del rajasthani) né i prezzi, vengono imbrogliati dai negozianti del villaggio, che fanno loro pagare quattro volte il dovuto. Alla fine di questo viaggio nel tempo, dove in 20 km si percorrono secoli passando da un villaggio senza corrente elettrica a uno servito da internet, che sfiora un medioevo nel cuore di una potenza atomica, si spalanca la portiera dell’Ambassador sul sorriso di Arban e la nostra capsula temporale ritorna un normale taxi che riprende le polverose strade del Rajasthan.
Testi e foto: Federico Klausner
Leggi RAJASTHAN – UN TASSAMETRO A COLORI (prima parte)
Turning Tower, la torre ritorta, è il nuovo simbolo della città. Disegnato dall’architetto valenciano Santiago Calatrava, è il più alto edificio svedese. Esempio di design lineare, concettualmente innovativo, rappresenta la nuova vocazione di Malmö, ecologica, a misura d’uomo, cosmopolita e con un piede in Danimarca.
Malmö Turning Torso
Com’è lontana la Malmö di qualche anno fa, quel centro grigio dominato dalle armerie in disuso, austero finis terrae della Svezia meridionale. Oggi lo sguardo si impiglia in un agglomerato di costruzioni che si richiamano a oltre quaranta stili architettonici diversi. Il centro della città, area pedonale, è decorato con piante e fiori equamente distribuiti fra le case, di quattro-cinque piani, le scuole, i mercati rionali. La viabilità favorisce il trasporto pubblico: biciclette e pedoni vengono prima delle automobili. L’energia rinnovabile prodotta da una centrale geotermica fornisce quattro quinti del necessario, e il resto è generato da impianti solari ed eolici. Il quartiere Bo01, dallo svedese bonollet, “abitare”) è un esempio in scala ridotta di come potranno essere le città ecologiche del futuro. La rinascita di Malmö è datata 2001, quando il Governo svedese lanciò un programma di investimento ventennale per aiutare alcuni grossi centri in crisi – perché troppo dipendenti dall’industria navale in declino – al fine di trasformarli in città eco-compatibili di nuova generazione. E i risultati sono incoraggianti. Malmö ha vissuto una radicale trasformazione post-industriale, recuperando lo spirito di città cosmopolita con l’edificazione di nuovi quartieri dall’architettura moderna e interessante, attraversati da strade piene di vita. Un altro cambiamento epocale è stata la costruzione del grande ponte sull’ Øresund, inaugurato nel 2000, che collega Malmö alla capitale danese Copenaghen. In soli venti minuti si accede all’altro polo di una delle più ampie, singolari, eccitanti e vivaci aree metropolitane dell’Europa settentrionale. Ma se si vuole apprezzare l’autentico simbolo della rinascita di Malmö bisogna cercare il profilo della gigantesca gru dei vecchi cantieri navali e non stupirsi se al suo posto si staglia un prodigio dell’architettura contemporanea, il Turning Torso. Con i suoi 190 metri è il grattacielo più alto di Svezia dal design originale, ispirato all’elasticità del corpo umano ed alla sua attitudine alla torsione, da cui appunto, “Torso”.
Malmö, un interno della Turning Tower
L’eclettico Santiago Calatrava ha voluto così evocare la capacità di trasformazione di Malmö e di tutta la Svezia, la tensione necessaria a superare il passato di potenza industriale e approdare ad una nuova realtà di tecnologia ed economia avanzate e sostenibili. All’interno dell’edificio si trovano servizi di alto livello, come la reception aperta giorno e notte, la lavanderia, una palestra con sauna e idromassaggio, suites disponibili in affitto per eventuali ospiti, grandi soggiorni panoramici comuni, ed anche, per gli appassionati di vini, una cantina climatizzata. I gourmand si ritrovano al Torso Twisted, il raffinato ristorante con bistrò, lounge ed enoteca, dove si alternano chef blasonati che propongono piatti della cucina tradizionale locale e sapori orientali. Malmö è il punto di partenza ideale per esplorare la nuova regione “condivisa” a cavallo fra Svezia e Danimarca: in meno di un’ora, i turisti possono visitare non soltanto due grandi metropoli, ma anche numerosi paesini e località storiche e pittoresche, bellissime spiagge, splendidi castelli e manieri. E’ anche la città delle 164 nazionalità e delle 100 lingue.
Malmö, un interno della Turning Tower
Questa multiculturalità si riflette nei numerosi ristoranti e caffè della città. E, per dirla tutta, la presenza molto elevata di comunità straniere ha creato anche qualche problema in alcuni quartieri col rischio di farne altrettanti ghetti e mettere in crisi il famoso modello sociale svedese. Non solo rose e fiori dunque. Tuttavia Malmö rimane una città accogliente a misura d’uomo, dove quasi tutto è comodamente raggiungibile a piedi, ad esempio le bellissime spiagge cittadine di Ribersborg, Sibbarp, Klagshamn e Scaniabadet. E poi magnifici parchi e grandi aree verdi: Slottsparken (Parco del Castello), aperto nel 1900, e l’antico Kungsparken (Parco del Re) adiacente sono le più apprezzate, con ampi spazi aperti e diversi laghetti, mete impedibili nella bella stagione.
In viaggio a bordo di una mitica Ambassador nei profumi, nei colori e tra le genti del Rajasthan. Animati mercati, polverosi deserti, natura violenta, fortezze e imponenti palazzi del Maharaj. Ora convertiti in lussuosi alberghi per salvarli dal degrado del tempo.
Il taxi Ambassador davanti ai Cenotaphs di Bada Bargh a Jasailmer
Ha oltre 50 anni ma non li dimostra affatto. Candida e luccicante, con le sue curve tondeggianti l’Ambassador che ci aspetta è uno dei simboli inossidabili dell’India. Copiata dalla Morris inglese nel primo dopoguerra, è rimasta da allora praticamente inalterata. Ne ha molti meno Arban Singh che siede al volante, dhoti (stretti pantaloni) e achkan (lunga giacca senza collo) candidi, un pencha (turbante) coloratissimo, il cui lembo pende sulla schiena. Arban, pelle ambrata, sottili baffi neri che incorniciano un perenne sorriso, è un rajput, un “figlio di re”, discendente di quei leggendari guerrieri che si opposero alle invasioni mussulmane iniziate intorno all’anno mille. Da loro prende il nome il Rajasthan, stesse dimensioni dell’Italia per superficie e popolazione, una delle grandi attrazioni turistiche dell’India per i suoi monumenti, i suoi templi, i colori brillanti dei sari e lo scintillio degli ori e degli argenti che ornano i visi, le mani e le caviglie delle donne.
Se i nomi di Jaipur, la città rosa, Jaisalmer, la fortezza del deserto e Pushkar con il suo mercato dei cammelli sono nei sogni di ogni viaggiatore, Arban e la sua Ambassador ci accompagnano alla scoperta di località più inconsuete, tagliate fuori dai grossi flussi turistici, che conservano per questo un fascino intatto. Come l’area di Shekhawati, a ovest di Delhi e a nord di Jaipur, patria della gente di Marwar, il più esteso regno rajput, che aveva in Jodhpur la sua capitale. Qui, nel distretto di Jhunjhunun, soprattutto a Nawalgarh e Mandawa, sotto il regno dei Mughal i ricchi commercianti investirono parte del patrimonio nella decorazione dei loro palazzi. Gli haveli, i palazzi dei mercanti, pur nascosti da disordinati grovigli di fili elettrici e dalla polvere del vicino deserto del Thar, costituiscono un vero e proprio museo a cielo aperto. Tra le strade di terra di Nawalgarh ingombre di mercati, di vacche, dromedari e lampi di sari dai colori violenti spicca l’haveli del Dr. Ramnath A. Podar che ospita una scuola, ed è stato convertito in museo poiché meglio conservato degli altri. L’aneddoto più divertente è che il proprietario, che voleva a tutti i costi un treno dipinto sulle pareti della sua dimora, inviò l’artista, che mai ne aveva visto uno, per qualche giorno a Bombay perché si ispirasse e potesse riprodurlo.
Il Fort Chanwa Hotel a Luni
Costeggiando il deserto pietroso si passano le famose città di Bikaner, Jaisalmer e Jodhpur, capitale dell’antico stato di Marwar, la cui importanza è riflessa nel poderoso forte Meherangarh che la sovrasta. Pochi km a sud si trova Luni dove sorge un altro forte più modesto di colore rossiccio, un gioiellino di stanze mosse e arredate con gusto, trasformato parzialmente in hotel e ancora abitato dal Maharaj Rajveer Singh, 24ª discendente del capostipite Rao Jodh, fondatore e signore di Jodhpur. Intorno seguono alcuni villaggi Patel dove il nostro maharaj ci accompagna. Gli uomini indossano un caratteristico turbante bianco costituito da una striscia di stoffa lunga 9 metri, che ha diversi usi di emergenza, come riparare il viso da sabbia e polvere, filtrare acqua sporca, sostituire una corda per calare un secchio in un pozzo e così via. I Patel hanno anche altre specialità, come quella di fumare tabacco in un narghilè (chilum) e di bere tradizionalmente un tè di oppio che, pur essendo proibito, in piccole quantità è tollerato. Coltivato nel Rajasthan e nel vicino Madhya Pradesh, l’oppio, amarissimo, viene impastato con la melassa in cubetti neri, che vengono pestati in un piatto di legno, mischiati ad acqua e filtrati in una calza conica. La soluzione limpida viene distribuita nel palmo della mano dei partecipanti alla cerimonia disposti a cerchio. Non è che sia buonissima: sa un po’ di terra e un po’ d’erba.
Il maharaj si affretta a spiegare che è un medicinale, che il the non è allucinogeno, ma toglie la fatica e calma, come se i patel conducessero una vita stressante. Ancora più interessante la visita di un villaggio Bishnoi, una etnia che osserva una religione rigida composta da 29 regole, (Bishnoi letteralmente significa 29) che spaziano dal divieto di uccidere qualunque specie vivente, piante verdi incluse, a quello di sterilizzare i tori. Lo zelo è tale che prima di accendere un fuoco sono tenuti a controllare che i rami non siano rifugio di qualche insetto.
Donne Rajput sulla sabbia di Pushkar
Un altro divieto riguarda l’indossare abiti di colore blu, perché quel colorante comporta il prelievo di una grande quantità di germogli. La foresta di acacie e prosopiscineraria, che cresce presso il villaggio e resiste ai climi desertici perché affonda le radici profondissime nel suolo, ai Bishnoi fornisce foraggio e, una volta ogni qualche anno, un frutto che viene essiccato ed è ricercatissimo.
Spesso sotto questi alberi dal tronco sofferto e dalle foglie piccolissime, sono sistemati altari segnalati da bandiere. In un tempio Bishnoi non ci sono idoli, solo una lampada che brucia il ghee (burro purificato), nessun cerimoniale elaborato, solo preghiere a Vishnu. La dieta è ovviamente vegetariana: miglio, latte, burro, yogurt e basta; non producono formaggio e non mangiano uova. Abitano in capanne di terra pulite e ordinate, intonacate a calce e decorate con dipinti color arancio, che raffigurano treni, camion e cammelli.
Viaggio alla scoperta della musica di ieri e di oggi. Abbandonare il freddo per l’Africa che scalda il cuore, la mente e il corpo. Una full immersion nella cultura e nella musica di questa terra meravigliosa, dal 25 dicembre ’09 al 5 gennaio ’10.
Sotto il caldo sole africano scoprirete il valore di danze e ritmi millenari a contatto diretto con artisti di alto livello, soggiornando a Potou in riva al mare, e conoscerete un paese allegro e ospitale . Diffondere la cultura africana e dare impulso alla danza e alla musica di tradizione, con l’intenzione di creare un movimento di cultura multietnica dell’espressione corporea, è l’ obiettivo dell’ associazione Kanyalang Dance. La parola d’ordine è integrazione, il fine è quello di scoprire una cultura diversa dalla propria e viverla al centro per cento. Indispensabile sarà lo spirito di adattamento allo stile di vita del luogo nel rispetto della cultura e delle forme di vita locale.
L’itinerario parte da Potou, un villaggio direttamente sul marea stretto contatto con la natura, per seguire i corsi di danza africana e percussioni tradizionali condotti da Khadim Badji, uno dei migliori coreografi del Senegal.Potou è un piccolo villaggio di pescatori a 200 km a nord di Dakar, si affaccia sulla Costa Atlantica ai margini del Parco Nazionale della “Langue de Barbarie”. Dopo la prima settimana a Potou, si visiterà la capitale del Senegal Dakar, in particolare i luoghi importanti della cultura musicale di oggi fra cui Il Centro Culturale Blais Senghor, alcuni famosi locali fra cui la discoteca Thiossandi Youssou Ndour e il caratteristico Pub Just 4 You dove si esibiscono gruppi famosi anche in Europa quali i Baobab e Ismael Lo. Non mancheranno escursioni all’incantevole Riserva Zoologica di Bandia, alla città di Louga e alla storica isola di Goreè. Inoltre in occasione dello stage saranno organizzate feste tradizionali di sabar, simbe e naturalmente la Festa di Capodanno.
Barbara Mousy è promotrice di diverse iniziative di danza e musica a livello internazionale tra cui soggiorni di studio in Senegal. Ha avuto il suo primo incontro con la danza africana in Brasile a Bahia, in seguito ha appprofondito lo studio di queste danze al fianco di professionisti all’estero.
Attualmente vive a Roma, dove nel 1995 e’ stata tra le fondatrici dell’associazione Kanyalang Dance. Nella sua didattica riunisce tutte le sue esperienze proponondole filtrate e amalgamate in un metodo di insegnamento particolarmente contagioso e diretto che parla non solo al corpo, ma anche allo spirito svolgendo le lezioni in un’atmosfera di studio e al contempo di divertimento.
Tra vetrine e grandi firme al Monsignor della Casa. Country Resort di Borgo San Lorenzo Firenze
Le stagioni si alternano con lo stesso ritmo con cui le mode giocano a scavalcarsi, dando alle vetrine dei negozi l’aspetto di entità in continua evoluzione per disposizioni, colori e contenuti. Tuttavia, qualunque sia la combinazione più in voga del momento, ci sono cose che mantengono inalterato il proprio fascino e che possono costituire un vero e proprio campo base per quanti, affetti da una vera e propria mania per le tendenze, amano lanciarsi con autentico spirito agonistico tra gli scaffali degli ultimi arrivi per poi concedersi il meritato riposo che segue lo sforzo.
Il Monsignor della Casa, raffinato Country Resort nel cuore del Mugello a 27 Km da Firenze propone acquisti sfrenati ed un soggiorno chic in una splendida dimora di campagna; l’ampio parco del Country Resort, completamente recintato, ospita un intimo Centro Benessere con palestra, sauna, jacuzzi, hammam e cabine massaggi. A soli 15 minuti dal resort, nella cornice incantata del Lago di Bilancino, si trova invece il Barberino Designer Outlet che, progettato come un vero e proprio borgo rinascimentale, riunisce 100 negozi di abbigliamento, sport, articoli per la casa e accessori delle marche più prestigiose quali Bruno Magli, Roberto Cavalli, D&G, Massimo Rebecchi, Mariella Burani, Prada, Missoni. Proseguendo per le Vie del Chianti in questo tour de griffe, THE MALL ospita soltanto grandi firme: Giorgio Armani, Gucci, Hogan, Pinco Pallino, La Perla, Loro Piana, Marni, Pucci, Salvatore Ferragamo, Sergio Rossi, Stella McCartney, Tod’s, Valentino, Yohji Yamamoto, Yves Saint Laurent.
Il pacchetto, proposto a partire da 149 euro a persona in camera doppia, comprende due pernottamenti con colazione a buffet, un ingresso al Centro Benessere, l’utilizzo delle attrezzature sportive (mountain bike, ping-pong, campi da tennis, da calcio e da pallavolo) e un buono per sconti dal 5 al 15% presso il Barberino Designer Outlet.
Informazioni:
Monsignore della Casa – Country Resort via di Mucciano 16 – 50032 Borgo San Lorenzo, Firenze
Barbie: ribaltamento del paradigma. Dal 19 al 22 novembre ’09 a Firenze nell’opera “Unico”
Barbie con il burka
Barbie è una delle bambole più vendute al mondo, il primo esemplare in commercio risale al 9 marzo 1959, ha sembianze e forme femminili che si direbbero “perfette”, ha subito tre restyling facciali nel 1967, 1977 e nel 1998 e da giocattolo per bambine è diventato oggetto da collezione e di culto per adulti. Nel 2009 la fashion doll per eccellenza compie cinquanta anni e dalla sua nascita ha rivestito i più ruoli più svariati: cantante, ballerina, ambasciatrice ONU; ha rappresentato diverse culture etniche e cambiato look seguendo la moda del momento da manager negli anni Ottanta a casual in jeans negli anni Novanta, e nel 2000 è stata progettata con l’ombelico per il piercing.
Al ribaltamento di canone femminile che la bambola ricopre nella cultura moderna si ispira l’Opera Unico dell’artista e designer Eliana Lorena in esposizione dal 19 al 22 novembre presso la Galleria “Il Serraglio” di Firenze. Il percorso artistico di Eliana Lorena focalizza l’ attenzione sul ruolo della donna oggi, sul suo corpo e l’identità, sull’ansia di omologazione. “Prendo la Barbie” dice Eliana Lorena, “perché è un’icona forte e perché scegliere lei, che è omologazione per antonomasia, è darle un’identità altra”. Secondo una logica che l’artista definisce “de – omologazione” si appropria di questa icona potente e ne ribalta il paradigma di base della “donna – bambola”, rafforzando il concetto di identità. Inoltre afferma Eliana Lorena:“la scelgo perché è di plastica come alcune donne oggi. Il silicone è diventato il simbolo con cui essere altro da quello che la tua vita ti ha fatto diventare. Non si capisce, in questa ansia di omologazione che il Bello non è seriale, non è ciò che il consumo ci ha portato a immaginare. Bello è la propria individualità”.Visitando la mostra troverete pezzi unici, cinquecento Barbie nere vestite secondo le diverse culture ed etnie femminili con abiti progettati e prodotti ad hoc dall’artista.
Nella serata di venerdì 20 novembre nella Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze anche Mattel Italy, partner della mostra festeggerà i cinquant’anni della bambola più amata dalle bambine con un’asta benefica di Sotheby’s per Save the Children.
Quinta espositiva una fotografia di Emilio Tremolada in grande formato del primo modulo 1/10, tratto dal progetto Unico di Eliana Lorena, all’asta insieme ad altri oggetti pensati da Fiat, Kartell, Cesare Paciotti e Assouline appositamente per Barbie.
Il concetto di De-omologazione, tema trasversale a diverse letture, dalla semiotica all’antropologia e alla storia del costume, è il filo conduttore di lavori precedenti all’opera Unico che veranno esposti all’interno della mostra. Alessandro Zinna afferma: “Al corpo omologato nella forma, e che può essere ugualmente un corpo di colore, si sovrappone la singolarità dei capi. La sola de-omologazione permessa, quasi come un effetto di personalizzazione, sembra allora ridursi alla variazione del capo unico che copre il corpo seriale. Come per la musica ripetitiva, il senso di questa piccola variazione si coglie solo nella successione iperbolica della serie“. Info:www.elianalorena.wordpress.com Dove dormire:
Per l’occasione potrete soggiornare all’ hotel Granducato, di BH, una splendida villa del 1500, a pochi minuti dalla città ed immerso nella campagna toscana. www.boscolohotels.com
In ottobre e novembre andar per Langa significa imbattersi giocoforza in una delle tante manifestazioni che celebrano il tartufo bianco, i vini o le altre meraviglie culinarie che questa terra offre.
3 ottobre / 8 novembre 2009
Alba – 79 ° Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba (Cn)
Manifestazione di richiamo internazionale che fa di Alba l’ambasciatrice dell’arte culinaria italiana più raffinata con il suo prodotto di punta, il tartufo bianco.In autunno la gastronomia piemontese è un connubio di colori e odori: si tinge di rosso e profuma di bosco, con gli aromi di fungo e di tartufo. La scenografia per eccellenza è quella morbida e ondulata delle Langhe con i suoi preziosi appezzamenti di terra coltivati a vigneti, i castelli, i borghi, i boschi e i noccioleti. E’ qui che ha luogo la 79° Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, una kermesse di appuntamenti culturali e gastronomici pensati per il viaggiatore – gourmand raffinato.
15 – 18 ottobre 2009 Fiera Nazionale del Marrone – 11ª edizione Cuneo
E’ la festa dei “mondaj”, prodotto cuneese per eccellenza e anche occasione per gustare ottimi piatti della cucina locale. Piazza Galimberti e le strade del centro storico si animano di stand con prelibatezze locali.
Scoprire il Piemonte goloso con itinerari tematici dedicati all’enogastronomia è semplice. Il sito www.torinopiemonte.com offre nella sezione ‘Vini e Buon Mangiare’ proposte di soggiorno che invitano alla scoperta di un territorio dove enogastronomia è sinonimo di tradizione, accoglienza ed eccellenza.
ALTRE FIERE DEL TARTUFO IN PIEMONTE:
dal 13 al 15 novembre 2009 Asti – Cucina e Cantina
La Fiera Regionale del Tartufo – Cucina e Cantina è uno degli appuntamenti più interessanti dell’autunno astigiano.
Durante la manifestazione viene celebrato il tartufo, prodotto principe delle terre del Monferrato e della Langa, ma con Cucina e Cantina trovano spazio anche gli altri prodotti, i vini e naturalmente l’eccezionale tradizione gastronomica del territorio.
Nel caratteristico centro storico cittadino la moltitudine di bancarelle propongono non solo prodotti tipici, come i funghi, le marmellate, le mostarde, le nocciole e il miele, ma anche gli utensili per la cucina e attrezzi per la cantina.
La domenica il Tartufo diventa il protagonista indiscusso; esposizione e vendita, simulazione della cerca, premiazione delle migliori partite.
Le giornate saranno allietate anche da spettacoli musicali, esibizioni, mostre d’arte e intrattenimenti vari.
domenica8 novembre Canelli (Asti) la Fiera Regionale del Tartufo
La Fiera Regionale del Tartufo abbinata all’Antica Fiera di San Martino, uno dei più importanti appuntamenti enogastronomici della zona, che si svolge nel piazzale antistante l’Enoteca Regionale di Canelli e dell’Astesana nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria e lungo Corso Libertà che unisce il centro storico al piazzale dell’Enoteca. Tutta l’area sarà animata con più di 50 bancarelle di prodotti enogastronomici particolarmente rappresentativi.
La Fiera ha lo scopo di valorizzare il tartufo bianco (tuber magnatum pico, varietà Alba), tartufo le cui doti sono conosciute ed esaltate da secoli.
Il territorio è da sempre terra di tartufi e si narra che nell’ottocento i tartufi fossero talmente numerosi da venire condotti al mercato con delle gerle.
Non mancheranno le degustazioni dei vini sia nello stand dei produttori del territorio che presso le varie Cantine Storiche Canellesi, cattedrali sotterranee (oggetto dell’interessante progetto di candidatura per il riconoscimento da parte dell’Unesco nell’ambito del progetto dei paesaggi vitivinicoli del sud Piemonte) che per l’occasione saranno aperte ai visitatori.
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Testo Claudia Orsino foto Andrea Caprarelli...
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