Nel cuore delle Dolomiti vi attende un’ oasi di straordinaria bellezza. In Alta Val Badia il Posta Zirm Hotel di Corvara offre soggiorni omaggio ad apertura della stagione invernale, insieme a sconti su skipass e attrezzatura.
Ci troviamo nella culla della storia e della tradizione ladina. All’interno della Valle il paesaggio comprende diversi paesi, dal più caratteristico al più frequentato, che permetto di scegliere tra, vivere pienamente la cultura del luogo nella natura incontaminata o ritrovarsi nei locali più affollati. A Corvara, una splendida località turistica situata in una della posizioni migliori nel comprensorio delle Dolomiti Superski, la ricettività alberghiera è di altissimo livello, secondo la tradizione altoatesina. Il Posta Zirm Hotel vi dá il benvenuto in un‘atmosfera unica, che unisce alla tradizione alpina la piú moderna ospitalitá, da una posizione invidiabile: piste da sci, impianti di risalita e vari negozi specializzati nel noleggio e nella vendita di sci e di mountain bike, sono situati a soli pochi metri dall’Hotel.
In una vacanza invernale in Alta Badia, insieme allo sci, snowboard e sci di fondo, si può anche scoprire la montagna, con attività all’aria aperta, piacevoli soste in rifugi, agriturismi e ristoranti, visitare negozi e botteghe di artigianato e vivere momenti di relax nei centri dedicati al benessere. Gli ospiti dell’ Hotel avranno, infatti, libero accesso alla Wellness Farm dell’albergo (ideata secondo i dettami del Feng Shui, antichissima scienza cinese del “vento e dell’acqua” che insegna ad armonizzare le energie in rapporto all’ambiente circostante) e alla Taverna Posta Zirm, il disco-pub più gettonato della valle.
In serena tranquillità potrete decidere se trascorrere quattro giorni al prezzo di tre da 417 € per persona, in stanza matrimoniale standard, oppure optare per 8 giorni al prezzo di sette, da € 834 . I pacchetti includono sconti anche su scuole di sci, noleggio sci e snowboard convenzionati con l’offerta. Per concludere con gusto l’hotel vi propone uno stuzzicante viaggio sensoriale a tavola, alla scoperta di nuovi sapori con 4 menù a 5 portate, in cui vengono proposti sia piatti della tradizione locale sia pietanze innovative, ma sempre con un occhio di riguardo verso le materie prime locali.
Dal 16 ottobre al 28 febbraio 2009 in mostra “ Gli anni di Grace Kelly” Principessa di Monaco, presso la Fondazione Memmo.
Icona di eleganza e classe, star hollywoodiana di altri tempi, ha affascinato il mondo con la sua storia da favola. La mostra disvela ciò che c’è dietro il fascino del suo mito. Lasciatevi trasportare e immergetevi nei ricordi degli “anni di Grace Kelly”, da diva del cinema a Principessa Monegasca, l’itinerario di una donna meravigliosa, dal destino eccezionale.
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La sua prima apparizione sulla Rocca del Principato risale al 1956 e se fosse viva il 12 novembre di quest’anno compirebbe Ottanta anni, la Principessa Grace ci ha lasciato l’immagine di un’eleganza inalterabile. Per la prima volta a Roma, in collaborazione con i servizi del Palazzo del Principato di Monaco, una mostra di portata internazionale renderà omaggio alla Principessa Grace, curata da Frederic Mitterrand, e sotto la supervisione degli stessi discendenti Grimaldi, il Principe Alberto II e le Principesse Carolina e Stephanie, a vegliare sulla scelta dei pezzi perché fossero testimonianza fedele della personalità e dell’aura della Principessa Grace.
Esposti all’interno della mostra sono molte le cose estremamente interessanti: un favoloso guardaroba conservato con cura, tra i molti abiti quello floreale che la giovane Grace Kelly indossò al primo appuntamento col Principe e i due abiti da sposa, il sobrio tailleur di pizzo ecrù indossato nella cerimonia civile e il magnifico vestito per le nozze in cattedrale che le fu donato dalla Metro Goldwyn-Mayer, cucito con 300 metri di pizzo valencienne tempestato di minuscole perle, 98 metri di tulle e 46 di taffetà.
Esposti molti abiti da ballo firmati Dior e Chanel e l’imperdibile borsa Kelly originale, di cuoio marrone scuro, che prese il nome dalla principessa. Una moltitudine di elementi diversi ci illustrano una certa arte di vivere: oggetti decorativi, effetti personali, gioielli e biancheria, senza tralasciare i suoi celebri quadri di fiori. Grandi sorprese sono le corrispondenze con ogni sorta di personaggi notevoli: una lettera autografa che le scrisse Greta Garbo e che comincia con le parole “My little princess”, con”Dear Gracie” inizia invece una lettera che le scrisse Frank Sinatra, ritroviamo una lettera di Cary Grant, una di Hitchcock, una di Jacqueline Kennedy, insieme a quella più formale della regina Elisabetta. E poi i biglietti d´amore del principe Ranieri, i telegrammi e i suoi messaggi “longing of you”. Predominanti sono i supporti audiovisivi in tutta la mostra: sono presenti sia quelli che la principessa girò ad Hollywood, sia una serie di film di famiglia, girati dalla stessa Grace Kelly, che permettono di apprezzare il calore della vita famigliare dei principi, a ciò si aggiungono dei film amatoriali girati dai monegaschi, che contribuiscono a sottolineare l’importanza dell’attività ce la Principessa Grace ha sempre dedicato al Principato. La mostra si articola in quindici sale e dopo aver vissuto nuovamente davanti all’obiettivo quegli anni con lei, a colpire di più lo spettatore sono la Sala Giardino Privato e la Sala Donna Segreta, quelle che raccontano la Grace più inedita. C’è una frase di Grace Kelly che sembra voler accantonare il suo passato da diva: «Vorrei che mi si ricordasse come qualcuno che compiva delle buone azioni, gentile e benevola con gli altri. Vorrei che rimanesse la memoria di un essere umano che si comportava in modo giusto e che cercava di aiutare gli altri».
Ai visitatori non resta che perdersi in quegli anni d’oro ed in quei momenti di intimità familiare che svelano, dietro l’immagine mitica, una sensibilità delle più squisite, uno sguardo di madre amorosa, di amante e amata, e un senso di bellezza spinto fino alla ricerca costante della perfezione.
Fondazione Memmo, via del Corso 418, Roma. Per informazioni: tel. 066874704
Storia di un improbabile gemellaggio tra due luoghi, Sandrigo e le Isole Lofoten, che hanno in comune solo un goloso pesce le cui tradizioni gastronomiche sono custodite gelosamente da una severa confraternita.
La Confraternita del Baccalà
Quando si dice “non tutto il male viene per nuocere”: anche questa storia a lieto fine ebbe inizio con un naufragio. Quello di Pietro Querini armatore, navigatore e avventuroso nobiluomo veneziano che nel 1431 salpò da Creta con 800 barili di malvasia deciso a venderli nelle Fiandre. Dove però non arrivò mai. Passato lo stretto di Gibilterra e salpato da Cadice, una terribile tempesta fece disalberare la sua cocca fracassando anche il timone. Dopo sei settimane in balìa della Corrente del Golfo, il capitano Querini e il suo equipaggio decisero di abbandonare la nave su due scialuppe, sperando di approdare da qualche parte. Una di esse venne inghiottita dall’oceano, ma quella con a bordo il capitano e un pugno di marinai riuscì a raggiungere terra. Chiamarla terra è una parola grossa, che infatti il capitano non usò, preferendo, sul suo diario, descrivere con un colorito in culo mundi l’inospitale Sandoi, scoglio disabitato poco lontano dall’isola di Røst nelle Lofoten, arcipelago norvegese un centinaio di km a sud del circolo polare artico. Per fortuna i pescatori di Røst, molto ospitali, raccolsero e rifocillarono i naufraghi come riporta riconoscente il capitano nel suo diario di bordo: “Gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrarono molto benevoli et serviziosi, desiderosi di compiacere piu’ per amore che per sperare alcun servitio o dono… vivevano in una dozzina di case rotonde, con aperture circolari in alto, che copron di pesce; loro unica risorsa è il pesce che portano a vendere a Bergen“.
Baccalà alla vicentina con polenta
Nutrirono anche la loro fantasia: “Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cosí le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedí, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d’un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl’uomini “. Complici queste abitudini, ingenue ma audaci agli occhi dei cattolicissimi Veneziani, le lunghe notti invernali e la solitudine di mogli e figlie lasciate al villaggio dai pescatori, che la mattina presto spingevano le loro barche in mare, molti marinai decisero di stabilirsi nelle Lofoten, e questo spiegherebbe le differenze somatiche esistenti ancora oggi tra molti degli abitanti di queste isole e il resto dei norvegesi. Ma il capitano Querini, più che dalle nordiche grazie muliebri fu fulminato dalle possibilità commerciali dello stoccafisso (da stock=bastone, fish=pesce), il merluzzo pescato in grande quantità ed essiccato all’aria, trattamento che ne favoriva trasporto e conservazione. Tanto che rientrando a Venezia ne portò con sé un campionario. Il suo entusiasmo non contagiò il palato dei veneziani abituati al gusto del più raffinato pesce fresco. Altro discorso per i paesi dell’interno, Vicenza e il suo territorio in particolare che, lontani dal mare, già avevano una certa consuetudine con il pesce conservato. Un altro aiuto all’affermazione dello stoccafisso, che i veneti chiamano “bacalà”, come il merluzzo salato, venne dalle prescrizioni del Concilio di Trento (1545-1563) sull’osservanza dei giorni di magro, quando il bacalà , accompagnato dalla polenta, trionfava sulle tavole dei poveri, del clero e di golosi nobili che con fervore abbracciavano il precetto della penitenza. Così dai freddi mari vichinghi lo stoccafisso approdò a Sandrigo, in provincia di Vicenza, la capitale italiana del bacalà, dove rimangono tracce di questo stretto, inusuale gemellaggio tra uno sperduto arcipelago norvegese e una operosa cittadina della pianura veneta. Tanto che le Lofoten hanno chiamato Sandrigøya una delle loro isole e Sandrigo Røst una sua piazza. Proprio a Sandrigo nel 1987 è stata fondata la Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina, serissima istituzione di personalità, custodi dell’antichissima ricetta originale e chiamate a vigilare sulla sua corretta esecuzione nei ristoranti della zona che si vogliono fregiare dell’omonima onorificenza. Ogni anno una delegazione della Confraternita lascia la storica sede del ristorante Due Spade per recarsi alle Lofoten e controllare la materia prima in loco, accolta con grandi onori. E annualmente tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre si tiene la Festa del Baccalà, quando ogni adepto indossa l’abbigliamento tradizionale: una cappa di velluto bruno argenteo, che ricorda il colore dei mari del nord, una mantellina gialla come la immancabile polenta e un medaglione con l’effige della Villa Sesso Schiavo di Sandrigo.
Interno della Villa Godi Malinverni a Lugo di Vicenza
Perché non è il bacalà la sola ricchezza di una zona che sposa il suo profumo robusto alla raffinatezza e l’equilibrio architettonico delle famose Ville Palladiane, 24 delle quali sono state inserite nel Patrimonio dell’UNESCO tra il 1994 e il 1996, che permettono di lucidare con una patina di cultura i nostri eccessi di gola. Come la celebre Villa Capra (La Rotonda) icona universale di tutte le ville palladiane, completata verso la fine del 1500. Costruita in cima a una piccola collina, la Rotonda interpreta il modello ideale di architettura del Palladio, specchio di un ordine e di un’armonia superiori. O come la famosa villa Godi Malinverni di Lugo, con i suoi splendidi affreschi e il suo parco che ospita piante secolari. Vicino c’è Bassano del Grappa dove si trova il non meno celebre negozio di Pierantonio Concato “La bottega del Baccalà”. Fondato nel 1935 espone, come fossero ombrelli, innumerevoli bastoni di rigido stoccafisso infilzati in grandi cesti, che maneggia con l’attenzione dovuta a una merce preziosa. E così ci ritroviamo al punto di partenza della nostra storia, ad ammirare lo stesso carico dell’avventuroso capitano Pietro Querini…
Echi di tamburi, batterie e percussioni si rincorrono per la città. Accade ogni fine settimana d’estate (ovvero da maggio a ottobre) su quella porzione di spiaggia che risponde al nome di Banana Beach. Direttamente sulla sabbia, quasi con i piedi nell’acqua, si ritrovano al tramonto del venerdì batteristi e musicisti non professionisti che danno il via al ‘Welcome to weekend’ con jam sessions che tirano l’alba. Banana Beach è anche il nome del Beach Bar più cool di tutta la spiaggia dove, tra divani e poltrone che mimano un salotto en plein air come oggi usa, si beve, si mangia, si chiacchiera ogni notte fino a che le stelle non impallidiscono. Proprio dall’altra parte della strada, il muezzin chiama i fedeli dal minareto della Moschea di Hassan Bek mentre sulla spiaggia scorrono cocktails, balli e musica. Piccoli esercizi di tolleranza attiva. Questa è Tel Aviv.
Il Dolphinarium resiste chiuso e abbandonato, sul lungomare proprio di fronte a due grandi alberghi e alle loro torri in vetro e cemento, il David Incontinental e il Dan Panorama. Il sito, di giorno è triste e decadente. Qui, nel 2001, 21 giovani ebrei che ballavano in questa che era una delle discoteche più in voga, vennero uccisi da un attentatore suicida. Da allora il Dolphinarium sembra chiuso ed è come abbandonato e triste, avvolto da miasmi di urina e spazzatura che esalano sotto il sole ardente di Tel Aviv. Ma di notte la vita trionfa, resiste, rinasce, più intensa e forte. Ed ecco che ogni venerdì e sabato, il Dolphinarium risorge, riapre e accoglie migliaia di ragazzi e ragazze che ballano sotto le stelle e quasi sulle onde. Un’esperienza da non perdere: appena fuori la lapide ricorda l’attentato, dentro si balla e si beve fino all’alba in una ubriacatura di vita che sconfigge ogni tentativo di interromperla.
Dolphinarium, Alma Beach 1, Kaufman street; tel. 972-3-5106670
Ma cosa c’entra il Bahuaus con Israele? Domanda lecita visto che Tel Aviv è un manifesto all’aria aperta di questo stile architettonico nato in Germania tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900. ‘Responsabili’ del volto razionale e niveo di tanti luoghi della città, furono 3 architetti ebrei che avevano studiato in Germania e, tornati in patria, decisero di riordinare le strade di Tel Aviv. Ed ecco che oggi questa è la città con più edifici in stile Bahuaus del mondo. Belli, dalle linee nettissime, bianchi e vagamente marinari, svettano qua e la per il centro, massimamente concentrati tra viale Rothschild, via Allenby, viale Melchett fino al sublime esempio dell’Hotel Cinema su a Rehov Zamenhoff. Sono così tanti e così ben conservati, che l’Unesco nel 2003 ha dichiarato la ‘città bianca’ Patrimonio dell’Umanità. Ogni sabato alle ore 11, da Viale Rothschild al 46, parte un tour gratuito sulla scia della Bahuaus. In città vi è anche un Bahuaus Center, via Diezengoff 99, tel. 972-3-5220249; www.bauhaus-center.com
Raccolto ricco in breve tempo: Shalom Shabazi, Neve Tzedek. In una sola strada c’è la concentrazione massima di negozi cool della città. Firme locali, nessun pericolo di globalizzazione, prezzi abbordabilissimi. Penserete di essere approdati in paradiso. Iniziate con Ronit Jewellery, al n° 20. Tel. 972-03-5162721. Ronit, la designer è una signora di gran classe e simpatia che vende i gioielli che disegna. L’oro al 14% è meno puro del nostro ma assai più lucente; le creazioni di gusto orientaleggiante, sono geniali e sembrano rubate al tesoro di Bisanzio. Bellissimi gli anelli con perle barocche. Al n° 31 ecco Red Mountains, eclettico shop di artigianato indiano e bigiotteria locale di gusto. Molto interessanti i teli per il letto fatti con antichi sari. Tel. 972-3-516371. www.redmountainstlv.com. Poco oltre, al n° 56 un interessante luogo per modaioli. La boutique Sarit Bar Zohar vende solo abiti e accessori di stilisti israeliani. La titolare ha ascendenze italiane ed è molto ben disposta verso i compratori italici. Abiti davvero piacevoli, bellissimi i pantaloni, le gonne e le camicie in seta. Tel. 972-3-5175082; www.saritbarzohar.com. Ancora un gioielliere-design al n° 55, Sigal. Qui lo standard è piuttosto alto e vi si va per un acquisto importante. I pezzi più particolari uniscono pietre semipreziose e oro. Tel 972-3-5167775; www.sigal-jewelry.com
Ai piedi della vecchia Jaffa, dove l’atmosfera è più vivace e il fermento è quello dei suk, si trova “Il Grande Itzik”, in ebraico “Itzik Hagadol”, traducibile per il ghiottone nel paradiso dello spiedino. Trattoria locale autentica, e luogo di approfondimento cultural-gastronomico-sociale. Itzik è un posto sublime, a cui l’aggettivo etnico non fa onore, perché questa è una specie di multinazionale dello spiedo, dove la carne infilzata in lunghi spiedoni fumanti, è il fine, non l’inizio. Già, perché come entrèe sono serviti almeno 20-25 piattini di ogni ben di dio, a getto continuo e senza che voi chiediate nulla. Si va dalla classica tahina con falafel, a carotine in agrodolce, mousse di melanzane al sentore di fegato, pomodori saporiti, cipolline e infiniti altri assaggi che, non appena terminati, ritornano. Scordatevi di finire gli antipasti e tenete spazio per l’enorme spiedo che sta arrivando. Ambiente caldissimo, non solo per il grande fuoco acceso: famiglie arabe, giovani, bambini, anziani, padri di famiglia dagli incisivi in oro massiccio e grande cordialità. Prezzi ragionevolissimi. Itzik Hagadol Grill, 3 Raziel Street, Jaffa. Tel. 972-3-6830033.
Dal 4 al 6 dicembre 2009 si terrà la nona edizione di Boa Vista Ultramarathon, competizione podistica di 150 chilometri nella splendida isola dell’arcipelago di Capo Verde.
La Boa Vista UltraMarathon si svolge lungo le coste dell’isola per 150 chilometri che si snoda su sentieri “appoggiati” al deserto e tracciati sterrati disegnati dal vento e dall’uomo su infinite pietraie, da percorrere in un tempo massimo di 60 ore. Una competizione “estrema” in cui ogni concorrente deve garantire la propria autosufficienza, una sfida contro decine di avversari e decisiva per misurarsi con la natura dell’isola, selvaggia e per questo seducente. Una gara internazionale che ha visto partecipare atleti di diverse nazioni e proprio per questo richiede una organizzazione di alto livello infatti, la ultramaratona africana vede una partnership tra il locale Boa Vista Marathon Club e Friesian Team, famoso gruppo sportivo che in Italia è noto per organizzare eventi nel campo della multidisciplina.
Indispensabili saranno la forza d’animo e la strategia di gara da scegliere attraverso il road-book, consegnato alla partenza e dove bisogna stabilire non solo il miglior tragitto per arrivare alle postazioni di controllo e al traguardo ma, anche dove effettuare le poche soste consentite per recuperare un minimo di energie.
Energie che per tanti arrivano dalla maestosità dei paesaggi, l’isola di Boa Vista è la terza per dimensioni dell’arcipelago di Capo Verde, ed è contornata da spiagge bianche bagnate da acque trasparenti in una natura dominata da suggestive dune di sabbia dorata. Per i meno sportivi si può seguire in fuoristrada il percorso e approfittarne per scoprire gli angoli più nascosti dell’isola e innamorarsene.
Montefiore Street è una piccola traversa della Allenby. Quieta e tranquilla, alterna begli edifici anni ’30 ad altri di gusto dubbio. Ma al numero 36 la bellezza trionfa. In un palazzotto rosa antico, in stile eclettico, ha sede il sublime hotel Monfefiore, dedicato a Sir Moses Monfefiore, ricchissimo ebreo di origini italiane nominato Sir dalla regina Vittoria. Questo delizioso edificio del 1922, nato come residenza privata , è oggi uno dei più eleganti e raffinati hotel di Tel Aviv. Entrati vi parrà di essere in una colonia inglese ai tropici: parquet scuro, soffitti a cassettoni floreali, legno bianco per i tavoli, musica soft, poltroncine in midollino dalle sedute bianche e tappeti preziosi. Sublime il bancone in legno circondato da specchi come sarebbe piaciuto a Hemingway. In tale atmosfera rarefatta e glamour, si sorbiscono tè e aperitivi, breakfast di ogni foggia e lunch e dinner di rango. Stupefacente inoltre la sostenibilità dei costi. Fatevi un giro ai bagni al primo piano per annusare il raffinatissimo ambiente delle camere. Cosa non da poco, tanta classe non fa rima con puzza sotto il naso; come ovunque a Tel Aviv. Da non perdere assolutamente.
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