IRLANDA – Scogliere celtiche

Cime tempestose a picco sull’azzurro Atlantico, isolette dove si parla solo gaelico, pub con stufato di montone  sempre in lista, vento, cieli tersi, natura ruvida e intatta. Se questo è quello che immaginate debba essere l’Irlanda, è qui che dovete venire, nell’ovest.

Tony è preoccupato perché le  pecore stanno diminuendo drasticamente. Loro, i belanti simboli dell’identità d’Irlanda, stanno cedendo alla legge del mercato. Troppo costoso allevarle, troppo bassa la richiesta di lana. La faccenda desta preoccupazione tra i difensori della tradizione celtica, come  Tony,  guida esperta che traghetta turisti tra le asperità del Burren. Anche la Tigre Celticasussulta sotto i colpi del progresso che abbatte usi e costumi affondati nella tradizione. Capita quasi ovunque, ma non qui. Qui, è l’ovest d’Irlanda, territorio aspro, apparentemente sterile e impervio, ma invece ricchissimo di tradizione e natura stupenda. Il Burren e il Connemara, non contee amministrative, ma regioni naturali, stanno al centro della zona occidentale, a nord e a ovest alla città di Galway. Diverse tra loro, ma unificate all’occhio del visitatore da panorami drammatici e scarni che chiamano involontariamente alla memoria i paesaggi di Jane Austen. Dopo aver traversato l’Irlanda arrivando da Dublino e

dopo 2 ore e più di pascoli, muretti a secco, pecore e mucche, si apprezza infinitamente il cambio di marcia: l’oceano si incunea e penetra  profondamente tra i prati per via della marea in salita. Sembrano distese lacustri queste praterie invase dall’acqua su cui si specchiano castelli grigi e severi e mentre laggiù, sul fondo del lunghissimo orizzonte, appaiono le scarne colline del Burren. Siamo all’ovest, infine. Quelle alture grigie e minacciose, come gibbi di cetacei, di cui si intuisce un profilo a terrazze di pietra è il Burren. Da lontano sembra un pianeta silenzioso, grigio e violaceo, un panorama che non ha eguali, qualcosa di mai visto prima. Ci spiegano trattarsi di rocce calcaree alternate a scisto; nei millenni passati, nell’era glaciale,  questo era il fondo dell’oceano: ora si spiega il sacro timore che quel cinereo profilo induce all’occhio. L’effetto è quello di un pianeta antichissimo e non terreno. Ecco: sembra di stare sotto le macerie di una montagna fatta a pezzi da un gigante iracondo. Invece, avvicinandosi a questo gigantesco fossile, si resta sopraffatti dalla vita  che si è infiltrata tra le pietre. Da vicino si entra in infinito giardino, strano, misterioso e magico. L’inverno è stato gelido e la primavera ritardataria permette di vedere le piccole genziane blu che luccicano tra il calcare. Ma insieme a loro, brillano grandi mazzi di primule gialle, rose selvatiche, ranuncoli, orchidee, erica rosa e bianca, licheni e vegetazione artica come il bel calmedrio, fiorellino giallo uso a latitudini artiche edendemico in Islanda. I 350 kmq del Burren sono poco visitati ed è un peccato. I sentieri sono larghi e facili, sono le vie della transumanza in realtà; transumanza al contrario perché qui le mucche rientrano in primavera per lasciar fiorire la delicata flora locale, preziosissimo patrimonio botanico e vegetale. Tony è una delle guide che accompagna la gente in giro per questo strano mondo lunare, mentre in basso luccica un oceano blu che neanche ai tropici. (www.heartofburrenwalks.com)  Qua attorno pullulano piccoli centri vivacissimi, borghi da cartolina dove non bisogna mancare neanche un pub, perché come dice la vulgata, è nei pub che accade tutto. Uno dei più vivaci è Lisdoonvarna, cittadina ruggente che si è inventata il Matchmaking Festival, (www.matchmakeireland.com)  manifestazione che richiama single da tutto il globo ormai, perché durante la settimana del festival che si tiene a settembre si viene  a cercare l’anima gemella. E come dicono qui, se la prima è sbagliata avanti con la prossima. A Lisdoonvarna vale certamente una visita la Burren Smokehouse(www.burrensmokehouse.ie) dove l’intraprendente proprietaria, una vivace signora scandinava accasata con un sanguigno irlandese che è anche il patron del pub locale, affumica con un procedimento di sua invenzione, salmoni locali, trote e halibut e vende delizie gastronomiche dal ceddar, alla cioccolata, alle marmellate, the e altre prelibatezze della zona guadagnandosi il titolo di presidio slow food. Già, perché un’altra leggenda da sfatare riguarda la limitatezza gastronomica  irlandese. In pieno Burren celebra uno chef giovane ma già  in odore di stelle, il finlandese Mickael Viljanen. Luogo di esercizio all’altezza: Gregan’s Castle, residenza agreste dei principi della contea : un trionfo di bellezza e misura. Giardino fiorito, legni antichi, lampadari di cristallo, fiori freschi ovunque, bovindi bianchi, salotti dove arde la torba nel camino e una sala da pranzo  che dà sul parco. Gregan’s Castle è anche piccolo hotel di charme con  solo 20 stanze, tutte arredate come una nobile residenza di campagna. (www.gregans.ie)  Ballyvaughan è considerata la piccola capitale del Burren perché tutte le strade e i collegamenti essenziali passano da qui. La cittadina è veramente minima, ma sul corso  si trova un bel pub di quelli che si ricorderanno, il Logues Lodge (www.logueslodge.ie) con una cucina di tutto rispetto in ambiente ruspante dominato dal legno scuro. Ennis, città mercato dall’epoca medievale e capitale  della contea di Clare, è il tipico centro rurale su cui ruota la vita dei dintorni. Il viale principale è fitto di negozi a dire il vero un filo trascurati, ma ci assicurano che questo  è tipicamente irlandese. Cittadina un po’ sonnolenta ma gradevole, è uno dei luoghi in cui si suona la migliore musica tradizionale. Il pub dell’Old Ground Hotel, è uno dei templi della musica irlandese dove soprattutto nei fine settimana si esibiscono gruppi famosi. Il pub è quanto di più classico si possa immaginare, birra e whisky scorrono a fiumi e nei momenti clou della serata si fatica anche ad entrare; ma il bello sta proprio in questo allegro caos. Il pub è collegato da una porticina in vetro sabbiato all’Hotel,  una bella magione del 18° secolo dalla facciata ricoperta di edera. L’Old Ground Hotel  (www.flynnhotels.com) è un piacevole e solido hotel con 105 stanze assai confortevoli e lussuose e con spazi comuni veramente accoglienti dalle belle tappezzerie, grandi sofa, colori caldi e immancabili caminetti. Ennis è punto di partenza verso una delle mete più frequentate della Contea: le Cliff of Moher, scogliere infinite a picco sull’Atlantico. In verità il luogo ha perso un po’ di fascino sotto la pressione dei grandi numeri che hanno richiesto un grande centro accoglienza, parcheggio e dei lastroni di pietra che impediscono di avventurarsi troppo vicino agli strapiombi. Vale la pena di arrivare per vedere l’alba o il tramonto, verso le 7.30 del mattino e le 21,30 nei weekend. (www.cliffofmohers.ie).  Se amate il genere strapiombi sull’oceano, il vostro posto sono le isole Aran, soprattutto la maggiore, Inismore. Qui l’impatto con i grandi numeri è decisamente meno invasivo. Inismore si raggiunge in 30 minuti di traghetto da Rossaveal, porticciolo nella baia di Galway. L’isola , culla della tradizione antica dove la popolazione parla correntemente il gaelico, è un luogo magico, spazzato dal vento. Il porto principale, Kilronan, si risolve in poche case, qualche albergo, l’ufficio turistico locale e una notevole spiaggia di sabbia bianca a mezzaluna che fa dimenticare in che latitudini ci troviamo…

Si affitta una bici o si sale su un calesse e poi via verso il periplo dell’isola. La natura è molto forte e intatta: l’oceano fa sentire la sua possanza ovunque, soprattutto in cima, sull’antico forte del 2000 a.C, una costruzione in pietra semi circolare aperta sulle scogliere strapiombanti nell’Atlantico dove cresce il timo selvatico. Luogo intenso, sacro e temibile da cui si gode la vista di tutta la costa. L’isola andrebbe assaporata e non visitata in un solo giorno; molti sono gli angoli magnifici e ancora non intaccati: la spiaggia a nord di Kilronan dove vive una colonia di foche, le rovine delle sette chiesegotiche dell’VIII° secolo con il delizioso cimitero campestre, la casa tradizionale con il tetto di paglia dove fu girato negli anni ’30 ‘Man of Aran’, bellissimo film in b/n a metà tra i Malavoglia di Verga e Stromboli di Rossellini.   (www.aranislands.com). Prima di tornare alla modernità approdando a Galway, conviene decantare un poco a Bearna, piccolo centro fuori città  e fuori dal mondo con due locali indimenticabili, il Donnelly’s Pub tradizionalissimo e accogliente, e O’Grady’s, ristorante di pesce direttamente sul mare con le onde quasi sui tavoli e segnalazione Michelin. Bearna è attraversata dalla strada principale da cui parte una stradicciola che conduce al porticciolo: non perdetevi il cimitero fitto di antiche croci celtiche e vecchissime lapidi dove canta perennemente un upupa di foscoliana memoria e una cena, se vi avanza tempo e appetito al ristorante del Twelve Hotel, design hotel molto charmant e dotato di ottima cucina. (www.thetwelvehotel.ie). A questo punto, Galway, terza città d’Irlanda attende. Dopo giorni passati nel selvaggio ovest rurale e oceanico, Galway fa l’effetto di una metropoli. In realtà si tratta di una città quieta e ordinata con un bel centro storico pedonalizzato su cui affacciano la maggior parte dei negozi, pub e ristoranti. William Street, che diventa via via Mainguard  Street e infine O’Brien’s Bridge, è il corso principale chiuso alle auto dove si passeggia felicemente in mezzo alla allegra folla di studenti che popolano la città dandole un cotè decisamente giovanile. Qui è tutta una teoria di locali dove la sera si suona e si balla (e si beve) . Come ovunque in Irlanda, nei pub si mangia benissimo così è anche  da McSwiggan’s, al n° 3 di Eyre Street (www.mcswiggans.com ) un locale storico su più piani e mille salette deliziosamente arredate. Dopo aver gironzolato per la zona pedonale, avventuratevi verso il mare: la lunga passeggiata sull’acqua  è un balcone lunghissimo sulla profonda baia di Galway da cui si guarda con nostalgia alle azzurre colline del Burren perse al di là del mare.

Testo Lucia Giglio

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