Tibet, Cina: festa al monastero di Labrang

Sono in Cina o in Tibet? La geografia politica ed economica dice in Cina. Cultura, storia e il mio cuore dicono in Tibet, esattamente nel Tibet Orientale: nella provincia dell’Amdo.

È il Tibet che pulsa, lotta in modo pacifico affinché le tradizioni millenarie possano sopravvivere all’ondata cinese, capillare e incessante.

Tutto sa di Cina: all’entrata di Xiahe, una cittadina rurale situata in un’ampia vallata a 2900 metri di altitudine nella provincia del Gansu meridionale, sta sorgendo un altro quartiere per gli Han, i cinesi dell’est, con palazzoni privi di personalità e tutti rigorosamente uguali.

I fieri tibetani paiono folletti del bosco, ai piedi buffe scarpe in feltro. I volti sono bruciati dal sole e dall’elevata altitudine. Hanno zigomi ben pronunciati, ovali armoniosi. Le donne hanno capelli corvini e lunghe trecce trattenute da fili colorati fino a metà schiena, tra gli uomini qualche accenno di barba e baffi. Tossiscono spesso, ridono a cuore pieno, tanti sono i bambini con il naso colante di enormi mocci. Tutti, giovani ed anziani, hanno cappotti colorati e di pelliccia (alcuni indossano i jeans, indice di modernità), ampi berretti e sciarpe riparano il viso dal freddo pungente e dai notevoli sbalzi termici tra il giorno e la notte. Siamo a febbraio, in piena stagione invernale.

Il monastero di Labrang, oltre a essere uno dei sei maggiori monasteri fuori dai confini del Tibet, è anche la più grande struttura buddhista dell’Amdo, seconda per importanza  a quella di Lhasa (capitale del Tibet storico).

Labrang appartiene alla scuola religiosa dei Gelugpa, conosciuta col nome di “Berretti Gialli” (lignaggio fondato nel XIV secolo dal lama tibetano Tsongkhapa), il cui capo supremo è il Dalai Lama. Il monastero è tutt’ora residenza del Jiamuyang, il Buddha vivente, terzo per ordine d’importanza dopo il Dalai Lama (capo spirituale e religioso esiliato in India) ed il Panchen Lama (seconda autorità spirituale).

E’ stato fondato dal primo Jiamuyang nel 1709 e prima della Rivoluzione Culturale e della “pacifica liberazione del Tibet” ospitava circa 4000 monaci. Dopo un periodo di repressione totale, nel 1980 è tornato ad essere una scuola superiore simile ad un collegio, con scuole d’arte, medicina, astrologia, teologia, esoterismo, legge. Attualmente pare vi risiedano circa 1000 monaci.

L’evento religioso più importante dell’anno è il Monlam, conosciuto anche come “festa della Grande Preghiera”, che inizia il quarto giorno del primo mese del calendario lunare tibetano, tra febbraio e marzo, dopo i festeggiamenti del Losar, il capodanno.

Questi sono giorni indimenticabili per il continuo susseguirsi di cerimonie, danze, riti, preghiere, processioni, accompagnati da suoni di cembali, tamburi, buccine, trombe, corni e gong.

La mia guida, di padre cinese e madre tibetana, mi dice che ci sono probabilmente più di cinquantamila persone. Oggi, 15 febbraio, è una splendida giornata di sole, fa caldo e le montagne che proteggono il monastero sono brulle e prive di neve. L’aria è tesa: i preparativi si susseguono, è continuo l’andirivieni di monaci e pellegrini che aspettano l’uscita trionfale dell’enorme thangka ripiegato e portato a braccia tra nuvole di incenso, canti e preghiere.

Solo in questa giornata verrà mostrato al pubblico: un fiume umano sale lungo le pendici della collina su cui è dispiegato, con enorme fatica per il peso e le dimensioni (30 metri per 20), tra lanci di grosse corde e mani tese di monaci che lo tengono ben saldo. Il thangka, con l’immagine dipinta dell’Illuminato, è svelato alla gente che, come un’onda, si prosterna e prega intensamente.

I tibetani lungo la via continuano a prostrarsi: il Ciak è uno dei gesti di venerazione più importante ed impegnativo. Mentre recitano la formula sacra “Om mani padne hum” (Salve o Gioiello nel fiore di Loto), ad ogni passo si inginocchiano, si sdraiano totalmente a terra con il viso nella polvere, gambe e braccia distese, si inginocchiano di nuovo, si rialzano, fanno un altro passo e nuovamente si genuflettono. Così per chilometri.

Per compiere i 108 Ciak previsti dai 108 grani del rosario tibetano, i pellegrini si proteggono le mani con guanti, talvolta con tavolette di legno, e le ginocchia con spesse ginocchiere.

Di prima mattina, seduti sul selciato ghiacciato, sotto un cielo livido ed un freddo pungente, assistiamo estasiati alle Cham, le danze sacre. I monaci indossano per l’occasione costumi in broccato di seta e filamenti d’oro, incredibili ed appariscenti maschere in legno o carta pesta di varie forme, tra cui cervo, scheletro, cane.

Le danze sono lente, silenziose, metodiche: interpretano le deità che combattono il male, allontanano gli spiriti maligni, einsegnano le tradizioni tibetane. Corpi avvolti in antichi e sfarzosi abiti, con le mani strette su conchiglie ed oggetti rituali, volteggiano al ritmo cadenzato di suoni profondi di trombe e corni telescopici, tamburi a manico lungo decorati da terrificanti divinità tutelari, cembali e buccine che danno il senso dell’estenuante battaglia.

Ho le gambe intorpidite dal freddo e non riesco a muovermi. Ogni volta che provo ad alzarmi qualcuno mi tira una piccola pietra nella schiena. Non devo impedire, anche solo per pochi istanti, la vista su questo splendido palcoscenico. Incantata, affamata, infreddolita ed arresa ai crampi, osservo in silenzio tanta magnificenza.

Nelle gelide sale del monastero continuano senza sosta le celebrazioni; i monaci, accoccolati su bassi cuscini, bevono una calda, energetica, densa bevanda a base di burro di yak. La neve cade copiosa per tutto il giorno a Labrang: Xiahe pare fermarsi. Il paesaggio è fantastico: ovunque una lastra di ghiaccio su cui mi muovo a fatica e su cui, ahimè, cado rovinosamente.

Gli ampi cortili di Labrang sono coperti da neve soffice ed intonsa. Coccolo il mio sguardo su tanta meraviglia e mi perdo nel labirintico monastero tra uno stretto passaggio ed una viuzza. Il suono profondo delle trombe annuncia una nuova cerimonia religiosa: l’enorme statua sorridente del Buddha Maitreya è pronta per essere portata in processione lungo il perimetro del monastero. I monaci nelle tuniche color porpora indossano ora i berretti gialli, mentre frotte di devoti ferventi arrivano da tutte le direzioni. Sono infinite le braccia protese verso l’assoluto.

Le stesse braccia saranno poi protese al monaco che versa dal pesante bricco di rame il fumante e caldo thé. Mani, sacchetti di plastica, bottigliette per avere un po’ di quel liquido giallo scuro bevuto a piccoli sorsi o cosparso sul capo, come protezione.

Con il passare delle ore, dai tetti scintillanti del monastero la neve ritorna ad essere acqua grazie al sole caldo che illumina improvvisamente Labrang. Le celebrazioni del Monlam sono quasi giunte al termine.

Le mie mani impastate di sogni vorrebbero trattenere questo mondo di fiaba: il Tibet scappa via, vorrei stringerlo a me, ma ormai Labrang è deserto, i negozi e i ristoranti si svuotano, partono gli ultimi taxi, le moto-risciò e i carretti stracarichi di gente.
Mi guardo intorno:  il mio naso cerca altro incenso, i miei occhi luci fioche,  le mie orecchie suoni di trombe. Sono ancora assetata di quella magia, ma il sogno si è concluso. Rimarrà il fulgido ricordo nel mio cuore, che batte forte come per un passaggio a un’alta quota.


Testo e foto di Cinzia Bassani

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