Sulle tracce di Gengis Khan nella Mongolia Interna

Il clangore delle armate guidate dalla furia di Gengis Khan risuona ancora tra le verdi praterie e le aride steppe d’Asia, a ricordare il periodo in cui l’avanzata delle popolazioni mongole sembrava non avere fine. I cinesi ne sanno qualcosa: l’opera artificiale più grande al mondo, la grande muraglia cinese, fu costruita proprio per arginare la sete di conquista di questi temibili guerrieri, che in occidente abbiamo imparato a conoscere soprattutto grazie ai resoconti di Marco Polo.

Oggi i successori del grande Gengis Khan vivono in Mongolia: non solo in quella ufficialmente riconosciuta come stato indipendente, ma anche nella provincia cinese della Mongolia Interna, un enorme territorio grande quattro volte l’Italia, con una popolazione di 24 milioni di abitanti e una corposa minoranza di lingua e cultura mongola decisamente orgogliosa delle proprie origini e tradizioni.

Le grandi praterie mongole
Le praterie sono state l’habitat privilegiato delle popolazioni nomadi nei secoli dei secoli. La parola prateria è un termine comunque generico, dietro al quale si nascondono ambienti molto diversi tra loro. Ce ne sono alcune in cui il verde è lussureggiante, altre dove la vegetazione è più scura e arsa dalla carenza d’acqua, oppure ancora praterie che assumono le sembianze di aride steppe, preambolo del deserto vero e proprio. D’estate sono calde, nel rigido inverno si ricoprono d’un manto uniforme di neve. In ogni caso, da est a ovest e in tutte le stagione le grandi praterie della Mongolia Interna rappresentano il luogo d’elezione dove approfondire la conoscenza di usanze e tradizioni delle popolazioni nomadi. A Hulunbuir, nel nord-est, troviamo incredibili scenari di vaste praterie inframmezzate da foreste e bagnate da laghi e fiumi, dove i pastori e il loro bestiame vivono ancora in simbiosi; le praterie nei dintorni di Ordos, nel sud della provincia, sono più aride man mano che ci si avvicina al deserto. Nella distesa di arbusti delle praterie di Otog si erge la Grotta di Arzhai, una misteriosa e solitaria rupe rocciosa color rosso fuoco che nasconde un migliaio di pitture murali raffiguranti scene della vita quotidiana dei popoli mongoli, tibetani e uiguri.

Folklore
La vita e la morte, per le antiche popolazioni mongole, erano intrinsecamente legate. Così anche le abilità più importanti per la vita degli uomini, lotta, ippica e tiro con l’arco, riguardavano la sfera del combattimento come quella del gioco. In particolare durante i Nadam, le antichissime olimpiadi in salsa mongola, che nel 2010 sono diventate patrimonio orale e immateriale dell’umanità Unesco. Anche oggi nelle grandi praterie dell’altopiano mongolo è possibile fare passeggiate a cavallo, assistere a esibizioni di arcieri e a lotte tra wrestler. Ma i costumi mongoli non sono solo cruenti. L’ospitalità mongola sa essere gentile e premurosa, calda e divertente. Negli accampamenti gli ospiti vengono ricevuti nella yurta con una particolare cerimonia di benvenuto, che comprende l’offerta di un hada di seta e un brindisi rituale con airag, latte fermentato di giumenta. La sera l’ospite viene intrattenuto con danze, canti e giochi. Si può dormire nelle yurta e venire accolti come principi in molte delle praterie della Mongolia Interna. Tra queste, nei dintorni di Xilingol, non lontano da Pechino, ci sono le praterie temperate più rappresentative dell’interna Cina, riserva naturale e paradiso dell’equitazione. Di giorno si va a cavallo e di notte si dorme in tenda, per una vacanza in vero stile nomade. Non distante troviamo il sito archeologico di Xanadu, leggendaria capitale dell’impero mongolo fatta edificare dal grande Kublai Khan nel XI secolo e patrimonio dell’Unesco dal 2012.

Gengis Khan 
Tra i simboli della cultura mongola il mito fondativo di Gengis Kahn è forse uno dei più sentiti, contribuendo a mantenere viva l’identità mongola, quella delle origini. E in effetti Temujin, il grande Khan, diede vita all’impero più imponente della storia del mondo, un territorio che andava dal Mar del Giappone alla Polonia, passando per la Cina, la Russia e l’Iran. Un enorme melting pot che comprendeva dentro di sé popolazioni diversissime per lingua, religione, cultura e tradizioni e che tuttavia, almeno fino all’epoca di Kublai Khan, nipote del grande Temujin, convissero pacificamente. La messa in sicurezza di un territorio così vasto permise il rifiorire dei traffici tra Europa ed estremo oriente e, più in generale, aprì una nuova epoca di viaggi e di scambi culturali, la cosiddetta pax mongolica. A ricordare il periodo d’oro dei mongoli c’è il Mausoleo di Gengis Khan, nella città di Ordos, un bel complesso costituito da tre edifici che esternamente ricordano le yurta e che conservano i feretri del grande leader mongolo e di sua moglie. Qui ogni anno decine di migliaia di pellegrini vengono a rendere omaggio al loro condottiero, che viene considerato alla stregua di una divinità.

Tradizione e modernità

E proprio Ordos, città-prefettura nel sud della Mongolia Interna e centro di una delle zone più ricche della Cina, è anche l’emblema di come nel paese del Dragone riescano oggi a convivere i retaggi dell’antico passato di questi territori. Se da un lato la Cina ha riscoperto l’importanza delle tradizioni delle minoranze etniche, dall’altro continua la sua corsa verso il raggiungimento della leadership economica e tecnologica mondiale. E tutto questo non passa solo dall’hard power – Ordos possiede un sesto delle intere riserve di carbone della Cina, ha un PIL pro capite superiore a quello di Pechino, è polo d’eccellenza dell’aeronautica cinese – ma anche e soprattutto dal soft power. La città, all’avanguardia per il rispetto dell’ambiente e per la lotta ai cambiamenti climatici, presenta al mondo il suo nuovissimo Kangbashi District, perfetto esempio di quartiere polifunzionale contemporaneo, dove storia e modernità s’incontrano: dalle monumentali statue dei cavalieri mongoli che stanno di guardia di fronte alla city hall alle linee sinuose dell’Ordos Museum, che conserva, oltre ai resti fossili di dinosauri della regione, anche diversi oggetti appartenenti alle popolazioni che sono vissute da queste parti dal Paleolitico fino all’epoca della rivoluzione comunista; fino a moderni shopping mall circondati da verdi rubano e piccoli edifici a forma di yurta o, come nel caso del Teatro d’Opera, a forma di copricapo mongolo.

Nel deserto

Poche decine di chilometri da Ordos e dalla popolosa città di Baoutou troviamo il Muu-us e il Kubuqi, rispettivamente l’ottavo e il settimo deserto cinesi per superficie. Insieme formano il deserto di Ordos, all’interno dell’omonomo altopiano, circondato su tre lati dal grande Fiume Giallo, che a nord è anche separazione naturale dall’immenso deserto del Gobi. La Xiangshawan – Gola delle sabbie risonanti – si trova a una cinquantina di km da Bautou, all’interno del Kubuqi desert, ed è celebre per il fenomeno sonoro, una sorta di sussurrio, prodotto dalla sabbia che scivola dalle sue altissime dune di sabbia. È tra le dune di questo deserto frusciante che sorgono alcuni dei resort più fantasmagorici dell’intera Mongolia Interna, particolarissimi soprattutto se si vuole vivere una vacanza totalmente chinese style: arrivo in cabinovia con panorama del deserto dall’alto, scivolate tra le dune con lo slittino, scenografici matrimoni mongoli e passeggiate in cammello tra le dune. Andando più a ovest, quasi al confine con il Gansu, troviamo il Deserto di Badain Jaran, chiamato anche “Deserto dei laghi misteriosi”. Geograficamente parte del Gobi, questo deserto, il terzo per dimensioni dell’intera Cina, è conosciuto per le fonti d’acqua sotterranea che arrivano da montagne lontane centinaia di chilometri e che danno vita a un centinaio di laghetti circondati da miliardi di granelli di sabbia e dalle fisse più alte del mondo – il Bilutu Peak arriva a 500 metri d’altezza – per un effetto decisamente surreale.

Non solo Mongolia: Tibet, islam e Russia

Esiste un legame storico tra il buddismo tibetano e la cultura mongola, come molte sono le somiglianze tra i costumi del popolo di Lhasa e quelli dei discendenti di Gengis Khan. Nella Mongolia Interna le testimonianze più importanti di quest’antica connessione sono le lamasserie che si trovano nella capitale, Hothot, tra cui quella di Dazhao, colorato tempio buddhista risalente al XVI secolo, che ospita al suo interno una statua d’argento del Buddha alta 3 metri; oppure il tempio delle Cinque Pagode, edificio in stile indiano costruito nel 1732 e conosciuto anche con il nome di Pagoda dei mille Buddha, per via delle 1560 piccole statue del Buddha conservate tra le sue mura. Anche l’influenza islamica si fa notare. Sempre nella capitale troviamo la Grande Moschea, risalente al 1693, un bel mix tra architettura cinese e araba, e la “Islam style street”, con tanti bei ristorantini con cucina halal. Nella grande Mongolia Interna c’è posto anche per l’influenza russa: nel nord della regione, al confine con la Russia e a pochi chilometri dal confine con la Mongolia Esterna, quella di Ulan Bator per intenderci, sorge Manzhouli, un bellissimo esempio di città di confine, dove gli stili e le vicendevoli influenze formano un interessante intreccio culturale.

C0sa mangiare in Mongolia

E per finire il cibo. Protagonisti assoluti della tavola mongola sono gli animali e il loro latte. Pecore e montoni in primis, ma anche yak, cavalli, cammelli e buoi. La carne viene essiccata o bollita e mangiata nel brodo, magari accompagnati dai buuz, ravioloni di carne e cipolla cotti al vapore. Altri piatti interessanti arrivano da un sapiente uso del quinto quarto: dal budello ripieno di sangue e interiora alla lingua di montone bollita, dalle salsicce fresche con interiora di cavallo al boodog, preparato di carne di capra o marmotta la cui carcassa viene dapprima svuotata di ossa e viscere e poi cucinata dall’interno con l’inserimento di sassi roventi. Il condimento più utilizzato per cucinare è l’olio d’arachidi, mentre per speziare gli alimenti si usa cumino, peperoncino e sesamo. In un viaggio gastronomico nella Mongolia Interna non può mancare l’hot pot, la fondue versione mongola, servita con 3 diversi condimenti: piccante, al pomodoro e al pollo. In tavola sono sempre presenti formaggi, yogurt, tè salato con il latte e la bevanda alcolica per eccellenza, l’airag. Oltre alla carne vengono preparati piatti a base di funghi, tipo orecchie di topo cucinate con arachidi e peperoncino, oppure uova di quaglia o crisantemi. Non c’è una grande tradizione dolciaria ma a cena un buon piatto di pere con marmellata di mirtilli può bastare per addolcire la serata. In attesa di un altro giorno alla scoperta delle meraviglie della Mongolia Interna.

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Testo e foto di Ivan Burroni | Riproduzione riservata Latitudeslife.com

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