Salta. Il Tren a las Nubes: un viaggio tra le nuvole in Argentina

Il “Tren a las nubes”con i suoi 217 chilometri di strada ferrata,  21 tunnel scavati nella roccia, 29 ponti e 13 viadotti è un avventura indimenticabile che da Salta porta in dieci ore ai 4.220 metri del Viadotto “La Polvorilla”. A un palmo dalle nuvole e a volte anche oltre.

Quando il grande orologio della “Estacion Central” di Salta segna le 7.05 parte il convoglio ferroviario che effettua il percorso più alto del mondo. Quasi a sfiorare le nuvole. Ecco da cosa deriverebbe il suo nome. Ma altri lo attribuiscono al fatto che, la prima locomotiva, era a vapore. Quindi viaggiava, e lasciava, dietro di sé, un’enorme nuvola bianca. Tutti aneddoti che vengono raccontati da Diego. Così si chiama la guida della carrozza 404. Uno dei ragazzi che, in ogni vagone, racconta il percorso ai viaggiatori. Seduti al proprio posto e cullati dal dondolio del treno, il paesaggio esterno passa al di là del finestrino come lo scorrere, a tratti lento, a tratti veloce, della pellicola di un film. Fotogrammi dai colori accesi che passano dal rosso intenso di un’alba che dà il buongiorno all’intera giornata, al grigio di una scoscesa pietraia, al verde squillante dei “cardones”(i cactus) che si stagliano nel turchese del cielo argentino.

Sembra di toccare il cielo con un dito. E sì. Perché, nella terra dei gauchos e del tango, la volta stellare pare essere a portata di mano. Ancora di più se si pensa che, in tutto il viaggio, si percorre un dislivello che va dai 1187 ai 4200 metri. La prima parte, quella che transita attraverso la Valle di Lerma è completamente immersa nella natura, finchè non si arriva a incontrarsi con la strada RN51. Un nastro d’asfalto percorso da auto e “movitrack” che seguono il treno per fotografarlo nei punti più panoramici e spettacolari. Uno di questi è la Quebrada de Toro. Un imponente paesaggio multicolore. E’ un continuo aprire e chiudere di finestrini, spostarsi di passeggeri dalla destra alla sinistra del treno, per cogliere l’immagine più suggestiva, fermare l’attimo più particolare, un susseguirsi di istanti sempre diversi.

Ma, mentre location mozzafiato ci riempiono gli occhi, possiamo anche far partecipi i nostri amici lontani di questo viaggio dai contorni ineguagliabili. Alla carrozza 400, infatti, c’è un simpaticissimo ufficio postale che, oltre a vendere cartoline, le affranca e le invia con il timbro, unico ed ineguagliabile del “Treno delle nuvole”.

Come il treno procede e conquista sempre più altitudine, si vede l’imponente mano dell’uomo che ha segnato questo paesaggio. Il viadotto del Rio Toro è la prima opera importante che appare davanti agli occhi dei viaggiatori. Il più lungo del viaggio, con i suoi 260 metri di rotaia, per 23 metri sul letto del fiume.

Proseguendo il tragitto si trova il primo zig-zag della locomotiva C-14. Vuol dire che, visto il dislivello, il treno non può proseguire in linea retta ma deve obbligatoriamente fare un pezzo in avanti e, conquistare la salita andando all’indietro. Passando in appositi tunnel. E così per parecchi metri. Incominciano i problemi per chi soffre di altitudine. Al bar, per l’occasione, servono un ottimo mate de coca. Indispensabile per curare il mal d’altura. Ma, all’inizio di ogni vagone, una enorme bombola di ossigeno, con tanto di mascherina, ti guarda con i suoi manometri, che sembrano due occhi, e quasi ti imbarazza. Spesso, andando su e giù per i vagoni, si trova qualche passeggero attaccato alla sua maschera d’ossigeno.

Ma l’ora del pranzo è arrivata. E, i cuochi, hanno preparato per chi vuole accedere alla carrozza ristorante, un menù leggero, vista l’altitudine, a base di crema di zucca, pasta con verdure e un buonissimo dolce. Qui si fa presto amicizia. Seduti allo stesso tavolo si incontrano argentini, soprattutto di provenienza italiana. Persone socievolissime che, in quattro e quattr’otto, ti portano nella loro carrozza a conoscere un’argentina diventata oramai un mito a Leones, paese vicino a Cordoba. E’ Silvana Quirinali, moglie del famosissimo campione mondiale di biliardo Gustavo Torregiani. Attualmente risiedono a Brescia. Ma ogni anno ritornano nella loro terra natale. E quest’anno, come già l’anno scorso, l’intero paese organizza una gita sociale e Silvana partecipa con sua mamma Nilda e due delle tre figlie, Florencia e Victoria. Camila è rimasta a Leones con papà.


Insieme si arriva al momento clou del viaggio. Il viadotto della Polvorilla, a 4200 metri di altitudine e a un’altezza di 65 metri. Tutto completamente in ferro, largo un binario senza parapetto….E’ il momento degli amanti delle forti sensazioni. IL convoglio rallenta e inizia a prendere il viadotto mentre di sottofondo suona la colonna sonora de “Il Gladiatore”. La sensazione è da brivido lungo la schiena, pelle d’oca e, qualche lacrima. Le foto si sprecano mentre il treno lascia la sua ombra perpendicolarmente sul sottostante parcheggio per quelle quattro jeep che l’anno seguito.


Qui si sente davvero tutta la magia e la grandezza della Ande che ti circondano con i loro 6000 metri. Scendi per ammirare il panorama tra uno stuolo infinito di bambini indios, donne con mante coloratissime dove all’interno dorme un neonato, anziane che portano legati lama di ogni età. E ognuno che ti vuole vendere un ricordo, scattare una foto, lasciare un piccolo pezzo di carta con su scritto il proprio nome e indirizzo.



Anche il ritorno è memorabile. Seconda sosta a San Antonio de Los Cobres Nella carrozza di Silvana, dove c’è Roxana come guida, un simpatico signore dedica una serenata, in argentino. E la voce da usignolo di Florencia intona “Don’t cry for me Argentina”, in spagnolo. Momento di forte commozione, tra le lacrime, i brividi e gli applausi dei viaggiatori.

Si girano i sedili, parte il film per rilassarsi, mentre si abbassano le saracinesche in lamiera dei finestrini. E sì, l’arrivo a Salta, spesso, è preso a pietrate dai piccoli teppisti dei quartieri periferici che non vedono di buon occhio il “Trenino delle nuvole”, per loro meta inaccessibile.


Testo e foto di Roberta Gallo


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