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Myanmar, la terra dorata

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Myanmar, la terra dorata

“Questa è la Birmania, ed è diversa da ogni altra terra che tu possa aver conosciuto”. Così scriveva, verso la fine del 1800, Rudyard Kipling in Letters from the East.

Testo di Nadia Ballini Foto Luca Bracali

Sarà l’oro delle sue pagode, sarà il profondo legame del paese con il Buddhismo e l’elevatissimo numero di edifici di culto presenti sul suo territorio, sarà il complesso mosaico delle sue 135 etnie, ma il Myanmar è realmente una terra unica, capace di sorprendere anche il viaggiatore più esigente. Questo paese, scintillante come le sue pagode, che ha ispirato poeti e scrittori, offre ai viaggiatori un caleidoscopio di emozioni da vivere ogni giorno.

La pagoda Shwedagon Paya

© Luca Bracali

Ovunque si volga lo sguardo si scorgono guglie che si protendono verso il cielo e strutture dorate che cambiano sfumatura al mutare della posizione del sole; dal giallo intenso, quando si trova allo zenith, al fiammeggiante arancione-cremisi dell’alba e del tramonto.

Il primo contatto con la spiritualità e l’imponenza dei luoghi di culto birmani si ha a Yangon, dove svetta la Shwedagon Paya; occupa un’area di 46 ettari ed è una delle più note pagode al mondo. Con i suoi 110 metri di altezza è visibile da ogni punto della città grazie anche alla sua superficie dorata che spicca sia nelle ore diurne che in quelle notturne.

Si dice che lo zedi sia ornato da centinaia di foglie d’oro e da circa 4531 pietre preziose e diamanti, fra i quali uno da 72 carati. Leggende narrano che al suo interno siano custoditi otto capelli del Gautama Buddha oltre a reliquie di tre Buddha precedenti.

La Bagan di Tiziano Terzani

© Luca Bracali

Lo scenario più sorpendente è tuttavia a Bagan, l’antica capitale del primo regno birmano che affascinò Tiziano Terzani. Nella sua opera In Asia la descrisse in maniera sublime: Ci sono viste al mondo dinanzi alle quali uno si sente fiero di appartenere alla razza umana. Pagan all’alba è una di queste. Nell’immensa pianura, segnata soltanto dal baluginare argenteo del grande fiume Irrawadi, le sagome chiare di centinaia di pagode affiorano lentamente dal buio e dalla nebbia: eleganti, leggere.

Myanmar The true essence di Luca Bracali from Luca Bracali on Vimeo.

Ognuna come un delicato inno a Buddha. Dall’alto del tempio di Ananda si sentono i galli cantare, i cavalli scalpicciare sulle strade ancora sterrate. È come se una qualche magia avesse fermato questa valle nell’attimo passato della sua grandezza.

Patrimonio dell’umanità

© Luca Bracali

A Bagan, situata in un’arida zona centrale del Myanmar lungo la riva orientale del fiume Ayeyarwady, è d’obbligo svegliarsi prima dell’alba; è questo il momento in cui le eleganti guglie dei templi emergono gradatamente dalla nebbia che le ricopre come un manto delicato. Qui si avverte realmente di essere partecipi di un fenomeno straordinario; siamo nell’area archeologica che vanta la maggiore concentrazione di edifici sacri, sede di uno dei siti archeologici più significativi del sud-est asiatico e del mondo ; non a caso nel 2002 ha ottenuto lo status di Patrimonio dell’Umanità.

In origine, in questa pianura, i sovrani costruirono in soli 250 anni circa 13.000 templi di varie dimensioni; per questo motivo ancora oggi pochi luoghi al mondo offrono lo spettacolo mozzafiato di oltre tremila stupa e templi; datati tra l’XI e il XIII secolo, disseminati a perdita d’occhio su un territorio di quarantadue chilometri quadrati.

Il Lago Inle e gli Intha

© Luca Bracali

Da Bagan, con un breve volo verso Heho ci si immerge nella tranquillità e nei ritmi lenti del lago Inle. Il grande lago è il regno degli Intha (letteralmente figli del lago), un’etnia tibeto-birmana che parla un dialetto arcaico. Gli Intha sono tradizionalmente buddhisti e vivono in semplici case in legno e bambù intrecciato, costruite su palafitte.

Sono in gran parte agricoltori che si dedicano alla coltivazione di vegetali negli orti galleggianti, ma soprattutto sono pescatori, attività che ha dato loro notorietà per il curioso modo di remare in piedi sulla barca; infatti, per avere maggiore visibilità fra i canneti e le piante galleggianti, utilizzando un solo remo sospinto da una gamba con un movimento che sembra quasi una danza.

Gli antichi mestieri

© Luca Bracali

Sul Lago Inle è anche possibile entrare in contatto con antichi mestieri; nelle fornaci gli artigiani forgiano il ferro con metodi tradizionali; in piccoli laboratori si rinnova l’arte della lavorazione dell’argento con il quale sono stati prodotti, nei secoli, ciotole, calici, coppe, scudi e cinture. La forma di artigianato più preziosa, praticata in un villaggio su palafitte, è la tessitura di stoffe create con fili di fiori di loto con tradizionali telai in legno azionati da una pedaliera.

© Luca Bracali

Il loto cresce spontaneamente nei laghi del Myanmar in meravigliosi giardini galleggianti; i suoi fiori rosa sono raccolti da maggio a dicembre, nella stagione delle piogge. I gambi vengono strappati, affinché possano ricrescere, e successivamente spezzati a mano; se ne  estraggono i finissimi filamenti, da 3 a 5 micron di diametro; questi sono poi ritorti e filati entro ventiquattro ore dalla raccolta affinché non si deteriorino.

Il filo che si crea unendo 3-5 steli è lavorato a mano dalle donne del luogo che ottengono circa 120 grammi di filato al giorno. Per ottenere un metro di questo tessuto occorrono ben trentaduemila steli di fiore di loto e per produrre un chilo di filato può essere necessario fino a un mese di lavoro. In Myanmar, da secoli, le fibre ricavate dal loto sono utilizzate per la tessitura delle stoffe degli abiti dei monaci buddhisti di alto rango e delle sciarpe per decorare le statue del Buddha.

Mingun Paya

© Luca Bracali

Da Mandalay, risalendo in barca il corso del fiume Ayeyarwady si giunge al piccolo villaggio di Mingun, nella regione di Sagaing, che ospita la possente e maestosa Mingun Paya. Il progetto originale aveva l’ambizioso obiettivo di farne la pagoda più grande del mondo con un’altezza pari a 150 metri. In realtà l’edificio, iniziato nel 1790, non fu mai portato a termine in quanto la costruzione si fermò con la morte del re Bodawpaya.

Un disastroso terremoto, avvenuto nel 1838, danneggiò gran parte dell’edificio incompiuto; quello che rimane è perciò un terzo della base del progetto originario. Nella struttura sorge una gigantesca campana in bronzo dal peso di 90 tonnellate che, con un’altezza pari a 4 metri ed un diametro che supera i 5 metri, è considerata la seconda campana più grande al mondo.

Poco lontano dalla Mingun Paya è la Hsinbyume Paya, costruita nel 1816 e disposta su sette terrazze bianche ondulate che simboleggiano le sette catene montuose che circondano il monte Meru, secondo la mitologia buddhista.

Il ponte U Bein ad Amarapura

© Luca Bracali

Ad Amarapura è d’obbligo una sosta al ponte U Bein, il più lungo ponte in teak del mondo, costruito intorno al 1850, quando la capitale del regno awa fu spostata ad Amarapura. Il ponte attraversa il lago Taungthaman disegnando una curva delicata ed è ritenuto il più lungo ed antico del mondo.

La passerella misura circa 1200 metri di lunghezza e poggia su 1086 pali in legno, che si narra siano stati colonne di templi; oggi, molti sono stati sostituiti da strutture in cemento. Nella stagione secca il ponte appare molto alto, mentre dopo le piogge estive le acque del lago arrivano quasi a lambire la passerella.

Appena dopo l’alba il ponte è attraversato nelle due direzioni da centinaia di monaci che si dice utilizzino il lungo percorso per fare passeggiate in cui rilassarsi e meditare; la visione più suggestiva di questa straordinaria opera architettonica è al tramonto, quando la luce dorata del sole enfatizza la sua silhouette leggera ed elegante.

Le donne giraffa

© Luca Bracali

Sempre da Heho, le distanze da percorrere per raggiungere i villaggi Kayan in cui dimorano le leggendarie donne giraffa, accrescono il fascino e il mistero che avvolgono questa etnia risalente all’XI secolo, chiamata, in lingua shan, Padaung, un termine che significa coloro che si vestono d’oro, una definizione da loro considerata offensiva.

Le vere origini dell’usanza di indossare spirali in ottone sono ignote, benché diverse teorie abbiano tentato di attribuire spiegazioni; protezione per evitare di essere catturate e rese schiave, segno di identità culturale e prova tangibile della discendenza diretta da una dragonessa divina dal lungo collo, difesa per proteggere il collo dagli attacchi delle tigri, un tempo presenti in questi territori oppure, semplicemente, monili indossati a scopo ornamentale come simbolo di identità culturale.

Il peso dell’ornamento

© Luca Bracali

Diversamente da quanto ritenuto, non è il loro collo ad allungarsi, ma le spalle a scendere a causa del peso dell’ornamento, che varia dai 7 ai 12 chili. Alcune bambine iniziano a portare il pesante monile già all’età di 5 anni, e, durante la crescita, la spirale viene sostituita con altre di dimensioni sempre maggiori.

Le donne adulte arrivano ad indossare fino a venticinque spire e alcune di loro portano spirali di ottone anche alle gambe e alle braccia. L’etnia kayan è passata, nel corso del tempo, da settemila a quattrocento individui, un numero che in Myanmar sta progressivamente e inesorabilmente diminuendo a causa dell’esodo verso la Thailandia alla ricerca di migliori condizioni di vita.

I templi di Mrauk U

© Luca Bracali

Imperdibile, quando difficoltosa da raggiungere, è l’area archeologica di Mrauk U, nello Stato Rakhine. La zona, specialmente nella stagione delle piogge, è raggiunta solo da pochissimi visitatori e qualche studioso. Mrauk U, l’ultima capitale del regno rakhine, è il secondo sito archeologico del Myanmar per importanza, dopo quello di Bagan ed è denominato da alcuni piccola Bagan, ma impropriamente perché questa gemma dell’architettura ha un’identità e un valore ben definiti.

La località, in posizione piuttosto isolata e raggiungibile con un viaggio in barca di circa 5 ore, risalendo un affluente del fiume Kaladan, sorprende per l’imponenza dei templi, costruiti prevalentemente in pietra, che spiccano in un paesaggio rurale caratterizzato da dolci colline e campi di ortaggi.

La città fu capitale del regno rakhine per 354 anni e divenne uno dei centri più ricchi dell’Asia. Una testimonianza del suo antico splendore era il sito originario, che si estendeva per 45 chilometri quadrati, un’area ora ridimensionata a 7 chilometri quadrati, in cui si concentrano i templi principali.

Shittaung Paya

© Luca Bracali

Fra gli edifici più notevoli è la Shittaung Paya, il cui nome significa Santuario delle 80.000 immagini; infatti un tempo si credeva che l’edificio, uno stupa centrale circondato da altri ventisei stupa, custodisse al suo interno questo numero impressionante di raffigurazioni sacre. Nel corso degli anni il numero è diminuito, ma la Shittaung Paya, risalente al 1535, vanta ancora una collezione notevole di immagini, bassorilievi e statue; racchiude anche un obelisco in pietra arenaria alto tre metri considerato il libro di storia più antico del Myanmar con iscrizioni in sanscrito su tre lati.

Da Mrauk U, con due ore di navigazione fluviale su una piccola imbarcazione in legno, si possono raggiungere i villaggi chin, situati ai confini con il Bangladesh in una delle zone più povere ed isolate del Myanmar. Qui vivono le ultime tenta donne dai volti tatuati, insieme alle donne giraffa le più rappresentative del Myanmar. I loro volti spigolosi sono completamente decorati da fitte linee scure, che corrono anche sulle palpebre e si intersecano come a formare la trama di una tela di ragno.

Il volto di una tradizione

I loro visi raccontano una tradizione antica, nata qualche centinaio di anni or sono per sfigurare le bambine chin, note per la loro bellezza, allo scopo di renderle poco desiderabili e proteggerle dai rapimenti dei principi rakhine, il cui regno confinava con le colline meridionali dello Stato Chin.

Per completare il tatuaggio era necessario più di un giorno e, per tre giorni, il loro volto rimaneva gonfio e tumefatto impedendo loro di aprire gli occhi e parlare. L’impegno dei missionari cristiani nello scoraggiare questa usanza, il rifiuto delle nuove generazioni di donne di sottoporsi ai dolorosi tatuaggi e, soprattutto, il divieto del governo negli Anni Sessanta, ha determinato l‘abbandono di tale pratica e la tradizione scomparirà per sempre insieme a queste ultime trenta anziane donne.

La Golden Rock

© Luca Bracali

Un’emozione da non perdere in un viaggio in Myanmar, è una visita alla Golden Rock, nello Stato Mon, la bellezza della quale è esaltata dalle luci dell’alba e del tramonto. La Pagoda Kyaiktiyo si trova a circa 1100 metri di altitudine ed è uno dei monumenti più venerati del Myanmar. Si tratta di un piccolo stupa, di poco più di 7 metri di altezza, costruito sulla sommità di un enorme masso alto circa 7 metri e mezzo e dalla circonferenza di circa 15 metri.

La sua particolarità è di essere ricoperto da numerosi strati di foglie d’oro. Secondo la leggenda, a tenere il masso in equilibrio apparentemente precario sulla piattaforma rocciosa sarebbe un capello che Buddha donò ad un eremita; questi lo donò a sua volta al re Tissa perché lo conservasse come una reliquia in uno stupa costruito su un masso la cui forma ricordasse quella della testa dell’eremita.

In questo luogo, raggiungibile con camion pubblici, affollati di pellegrini, che si arrampicano velocemente lungo una strada tortuosa, si respira una profonda atmosfera di spiritualità; accade soprattutto al tramonto quando centinaia di fedeli intonano canti e preghiere intorno alla roccia che risplende di bagliori dorati.

Testo di Nadia Ballini foto di Luca Bracali|Riproduzione riservata ©Latitudeslife.com

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