Il concetto di higiab dunque racchiude almeno tre sfumature: quella visiva (nascondere, celare allo sguardo), quella spaziale (separare, fissare un confine) e quella morale (delimitare qualcosa di proibito) ed indica in senso lato l’adesione delle donne che lo indossano (muhajjabat) all’Islâm. Adottare questo costume significherebbe per le donne addirittura poter “invadere” quei luoghi pubblici che in precedenza erano riservati solo agli uomini. Naturalmente resta fondamentale la differenza tra la donna che spontaneamente indossa queste vesti, esercitando un suo diritto, e quella cui invece sono imposte, divenendo così simbolo della subordinazione agli uomini e di pudore femminile. In questo caso, infatti, alla donna verrebbe negata la libertà stessa di scegliere. Generalizzare è dunque arduo e difficile e anche esprimere giudizi che potrebbero scoprirsi avventati, vista la complessa costellazione di senso, metafore e simboli che ruota attorno a questo argomento.
Il modo di indossare il velo, i colori, i tessuti e il significato cambiano a seconda delle latitudini, delle classi sociali e persino dell’età. Comunque sia non bisognerebbe mai dimenticare che sotto i lunghi soprabiti, abbottonati fino ai piedi, ravvivati – si fa per dire! – da ampi foulard spesso bianchi od orlati di minuscole perle, indossati in Egitto, Palestina, o Indonesia, o sotto la milaya nera delle algerine o l’elaborato reticolato (khimar) che nasconde completamente il viso delle yemenite, dietro il burqa2 (o chadris) sfumato in tinte pastello, che nasconde completamente le afghane fin con una sorta di rete all’altezza dello sguardo (sopravveste peraltro non legata alla tradizione dell’Islam), o sotto la veletta che copre il volto delle signore dei Paesi del Golfo Persico, chiamata niqab, o sotto un’abaaya, il lungo mantello nero che copre gli abiti spesso lussuosi delle saudite, o dentro i morbidi panneggi delle comode tuniche di seta dette salwar kameez che scendono fin sopra gli ampi pantaloni delle pakistane, o ancora, al di là del chador più propriamente iraniano, o di quella sorta di maschere rigide a forma di uccello che, scendendo sul naso come fossero becchi, mostrano solo gli occhi di velluto delle signore dell’Oman e degli Emirati Arabi, vivono altrettante donne, anche se paiono solo creature uscite da un mondo “altro”.
Il velo per loro sarà un simbolo di violenza, insicurezza e paura o uno scudo protettivo sacrale per l’intera comunità? Riassumerà la preservazione della continuità della tradizione o si porrà come reinvenzione a valenza fortemente politica ed emancipatoria? Quando dentro di noi pensiamo che queste donne siano come la morte che esce a fare una passeggiata, per usare una definizione di Guy de Maupassant, proviamo allora a riflettere anche su tutta la mitologia legata a questo capo d’abbigliamento, destinato a proteggere il corpo femminile evidentemente ritenuto enorme fonte di seduzione e quindi capace di minare l’onore familiare.
Testo e foto di Chiara Rossi
Note:
1 In molti Paesi riformisti del mondo arabo, più che abolire il velo per legge, come invece venne fatto in Egitto nel 1920 e in Iran nel 1935, si preferì che da solo passasse di moda, cosa che naturalmente è avvenuta più capillarmente nelle grandi città dell’area mediterranea più che nei villaggi e nelle roccaforti islamiche isolate.
2 Curiosamente burqa è anche il nome tecnico del cappuccio che copre il capo del rapace nella falconeria.














































