Velo islamico. Obbligo o scelta?



La condizione femminile musulmana è spesso al centro di discussioni, dibattiti e critiche, non sempre purtroppo fondati sulla vera conoscenza di un mondo tanto variegato e complesso quale è quello islamico. Tra le questioni più ‘disturbanti’ si annovera quella del velo, ‘luogo della mente’ prima ancora che ostentato segno di appartenenza religiosa, che oramai da tempo ha invaso, minaccioso, anche lo spazio occidentale, dato che il mondo dell’altrove è diventato un hic et nunc.

L’affaire du foulard continua a far notizia, a partire dal celebre caso che scoppiò in una scuola francese nel 1989, quando due studentesse marocchine, che si presentarono a lezione appunto opportunamente – secondo il loro credo – velate, vennero sospese dal preside in nome della costituzione laica della Repubblica Francese. Eppure il velo è un accessorio comune a diverse epoche, culture e religioni, ammantato di significati di valore iniziatico nei riti di passaggio (matrimonio, lutto, stato monacale) o di status symbol (come fu per esempio per la veletta ottocentesca delle signore ‘per bene’).

Per tentare di comprendere la cifra intrinseca di questo capo d’abbigliamento, tuttora rigorosamente presente in molti Paesi del mondo islamico (dal Maghreb all’Indonesia)1, occorre sapere che la legge coranica impone specificatamente alla donna di nascondere il proprio corpo, ma non di coprire il volto.

Profeta, di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; esso permetterà di distinguerle dalle altre donne e a far sì che non vengano offese.

Il “mantello” citato in questa sura del Corano (XXXIII, 59) è l’higiab, descritto nei dizionari della lingua araba come una sciarpa molto larga o uno scialle che la donna indossa per coprire la testa e il petto. La sociologa Fatima Mernissi afferma che esso è una risposta all’aggressione sessuale (taarrud), ma ne è allo stesso tempo il riflesso, e che condensa e riflette tale attacco riconoscendo che il corpo femminile è arà, letteralmente nudità, corpo vulnerabile, senza difesa. La giornalista marocchina Hinde Taarji aggiunge che lo higiab, non è il velo di un tempo che rendeva la donna un’ombra senza volto. Non limita i suoi movimenti. È tuttavia difficile, per degli spiriti moderni, percepirlo in modo diverso da una pura regressione, un ritorno alla chiusura di partenza… Errore, rispondono le sue sostenitrici, che affermano, al contrario, di aver acquistato, portandolo, maggiore scioltezza di movimenti. Ieri simbolo di clausura, oggi strumento di liberazione.

Higiab, che etimologicamente significa “separazione”, è traducibile con “tenda”, istituzione che apparve come un consiglio per i credenti che dovevano parlare alle piacenti mogli di Muhammad: Questo è più puro per i vostri e per i loro cuori (Corano, sura XXXIII, 53). Questo velario, che dunque doveva inizialmente soltanto sottrarre dagli sguardi maschili non solo le mogli del Profeta, ma tutte le credenti in generale, divenne col tempo un modo per separare le donne dal resto del mondo, per renderle socialmente invisibili e relegarle nel regno del proibito e dell’inviolabile: l’haram (da cui è stato tratto harem). Si può ancora aggiungere che la tradizione coranica ai margini dell’istituzione del velo intese tracciare nel modo più preciso possibile i confini del tabù dell’incesto, dato che solo le persone cui è precluso ogni rapporto carnale (padre, suocero, figli, generi, nipoti) possono guardare la donna a capo scoperto.

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