Fra i colori del Paradiso, con le sue custodi

È l’area protetta più antica d’Italia, istituita nel 1922. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è un contenitore unico e prezioso di natura montana. Compreso tra Piemonte e Valle D’Aosta, intorno al massiccio da cui prende il nome, è nelle stagioni più tranquille che regala appieno tutta la sua ricchezza e i prodotti di un ambiente speciale. Bello lasciarsi condurre dalle donne del Gran Paradiso, guardaparco e guide, una presenza fatta di passione, dedizione, competenza, sensibilità.

Si va dagli 800 m dei fondovalle ai 4061 della vetta del Gran Paradiso, incontrando boschi di larici e abeti, praterie alpine, rocce e ghiacciai. L’habitat ideale per molte specie faunistiche non di rado visibili anche da vicino percorrendo chilometri di sentieri segnati. Nel parco vivono in libertà stambecchi, camosci, marmotte, ermellini, scoiattoli e uccelli rari come l’aquila reale, la pernice bianca e, maestoso ritorno, il gipeto, dall’apertura alare che può raggiungere i tre metri.

I colori dell’autunno arrivano attorno alle cime del Gran Paradiso. © Enzo Massa

La parte piemontese del Parco Nazionale comprende le valli Orco e Soana. È da questo lato, ora addolcito dalla livrea autunnale, che forse meglio si percepiscono le origini dell’area protetta. Se non altro per il contributo essenziale dato dai Savoia, che da Torino salivano verso i monti. Spesso passando dal Col del Nivolet, scavallando a volte in Val D’Aosta, per abbondanti battute di caccia. Fu infatti Carlo Felice, re di Sardegna, a imporre nel 1821 nel territorio del Gran Paradiso il divieto di caccia allo stambecco, ormai quasi estinto.

Una tutela rafforzata in seguito, e sancita con l’istituzione della Riserva Reale di Caccia da parte dell’insaziabile “cacciatore e gaudente” Vittorio Emanuele II, nel 1856. Passi fondamentali per la conservazione faunistica del luogo, anche se, come si intuisce, i divieti riguardavano tutti i sudditi ma non i reali, che mantennero il diritto di sparare a ogni specie fino al 1922. In quell’anno Vittorio Emanuele III decise di cedere allo Stato i territori del Gran Paradiso di sua proprietà con i relativi diritti, auspicando la nascita di un Parco Nazionale per la protezione della flora e della fauna alpina.

Lontano dalla folla tutto è più bello

Panorama autunnale nel vallone di Urtier, nel versante di Cogne. © Luciano Ramires

Soprattutto durante l’estate, il clima fresco e la bellezza dello scenario naturale attirano tantissimi visitatori. Mentre nel resto dell’anno il Parco quasi si svuota, e ogni angolo respira con ritmi più lenti. L’autunno, con l’inverno e la primavera, è sicuramente uno dei momenti migliori per entrare in sintonia con terra e natura. Per soffermarsi sui dettagli e comprendere nel profondo tutta la varietà e la fragilità del suo ecosistema. Gli animali sono meno disturbati dalla presenza umana e gli ungulati scendono dalle alte quote dove si spostano quando fa caldo.

A partire da fine settembre il paesaggio si accende di colori, quando i boschi cambiano livrea. Dal giallo dei larici al rosso di aceri, castagni e faggi, sono tante le sfumature che catturano la vista in un gioco cromatico quasi surreale. Ma l’autunno è anche il periodo migliore per l’avvistamento di alcuni animali, più arditi negli spostamenti e più distratti, sotto la spinta degli ormoni in fermento.

Autunno, stagione degli amori

Il tardo autunno è la stagione degli amori per gli stambecchi. Aspri combattimenti fra i maschi, scesi a quote più basse. © Dario De Siena

Nel silenzio ovattato esplodono per primi i bramiti dei cervidi, poi lo scalpiccio dei camosci nei loro inseguimenti sfrenati. Verso dicembre risuonano le potenti cornate fra i maschi di stambecco, il simbolo del Parco, che si contendono i favori delle femmine. La stagione degli amori di questi grandi mammiferi coincide con la raggiunta maturità dei piccoli di lupo, nati a fine maggio. Ora sono pronti a seguire il branco che segnala la sua presenza con inconfondibili ululati, soprattutto al mattino e alla sera.   

Durante l’inverno la neve è come una tavolozza immacolata su cui è più facile notare le tracce lasciate dagli animali. Una filigrana di segni tipici bella da vedere per i visitatori, ma estremamente utile a guardaparco e ricercatori per monitorare la presenza delle varie specie. Viene la primavera, la natura si risveglia, gli alpeggi si ammantano di fioriture tipiche d’alta montagna.

Un magnifico esemplare di gipeto. Il grande avvoltoio da qualche anno è ritornato e nidifica nel Parco. © Alberto Olivero

Questo è uno dei periodi migliori per guardare il cielo, dove più frequente è il passaggio dell’aquila reale e del gipeto. Il Parco è uno dei più importanti siti in Italia per la presenza dei grandi rapaci, contando ben 27 coppie di aquila reale nidificanti e 3 di gipeto.

Una vita per il Parco

Il sorriso di Raffaella Miravalle, da 25 anni guardaparco in Valle Orco. © Gianfranco Podestà

A Ceresole Reale, il centro più famoso e frequentato del Parco nella Valle Orco, con diverse case tipiche dai tetti in losa e il lago smeraldino ai suoi piedi, abbiamo la fortuna di un incontro speciale. Raffaella Miravalle fa parte della sparuta pattuglia di donne guardaparco del Gran Paradiso. Originaria della collinare Chieri, da 25 anni (ma a guardarla ci si stupisce…) vive in simbiosi con queste montagne, rapita da un ambiente eccezionale. Ci accoglie insieme al suo giovane pastore tedesco, una femmina ancora vogliosa di salti e scorribande fra i boschi.

Molti guardaparco posseggono un cane, fidato e spesso indispensabile compagno di lavoro. Perché le guardie girano quasi sempre da sole; a volte possono trovarsi in situazioni non semplici e la presenza del cane è un aiuto prezioso. Raffaella ci parla ad esempio del caso tipico di gitanti estivi che in barba ai divieti segnalati un po’ ovunque, accendono fuochi e preparano grigliate come fossero a una sagra. Allora bisogna intervenire, dissuadere e, nel caso, passare alle multe. Come minimo ci sono proteste, o addirittura reazioni aggressive. Se poi a sanzionarti è una donna, tutto si complica. Ma un cane addestrato pronto a difenderti fa subito da deterrente.

La giovane “lupa” di Raffaella. I cani dei guardaparco sono anche addestrati a non aggredire gli animali selvatici. © Gianfranco Podestà

Del resto, ci conferma Raffaella, proprio l’uomo è il fattore di rischio più importante per la salvaguardia dell’ecosistema del Parco. Dagli escursionisti indisciplinati ai fotografi invadenti, dai sorvoli di elicotteri ai rocciatori incuranti dei nidi. Fino ai padroni di cani lasciati liberi di aggredire i selvatici ormai confidenti con la presenza umana.

A far barriera contro tutto questo dal 1947 c’è il corpo delle guardie del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Donne e uomini presenti ogni giorno dall’alba al tramonto per sorvegliare e tutelare il territorio dell’area protetta. A questo compito i guardaparco affiancano attività di supporto per la ricerca scientifica, di soccorso alpino, polizia giudiziaria, approfondimento delle conoscenze in campo faunistico. E anche informazione ai turisti, divulgazione e sensibilizzazione nelle scuole.

La pernice bianca nel Parco del Gran Paradiso. Una specie sempre più rara. © Stefano Andretta

Mentre ci accompagna verso il Col del Nivolet, gli occhi di Raffaella si accendono parlandoci delle sue vere passioni, che richiedono un po’ di sacrificio, ma la fanno sentire una privilegiata. Come sorprendere all’alba i maschi di gallo forcello affrontarsi in cerchio in un’arena segreta con le code aperte a ventaglio per spaventare gli avversari. O sostare immobile nella neve dove pochi arrivano, per avvistare la ormai rara pernice bianca. E la parte di ricerca, con il monitoraggio nivologico di previsione delle valanghe, e dello stato dei ghiacciai, in collaborazione con Arpa e Università. Cogliendo tutta la potenza e la delicatezza di questo mondo alpino.

Lasciamo pieni di gratitudine la nostra nuova amica e ci spostiamo in località Prese, un poco più a valle, concedendoci uno spoiler per i mesi estivi. Da luglio a settembre all’interno dell’edificio che ospitava il Grand Hotel Ceresole è aperto il Centro Visitatori “Homo et Ibex”. È dedicato al rapporto tra uomo e stambecco nel corso della storia e nell’arte. In una parte delle sale dell’ex albergo di lusso, meta turistica di èlite tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, ricostruzioni, immagini, strumenti multimediali. Tra cui pannelli che ricreano una grotta con graffiti preistorici raffiguranti i primi stambecchi e scene di caccia dell’epoca.

La fucina del rame nella valle della grande biodiversità

Un bell’esemplare di femmina di stambecco. I grandi ungulati sono facili da incontrare in Val Soana. © Silvia Pesce

La Val Soana è l’altra valle ricompresa nella parte piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Si trova tra la Valle Orco, la Valchiusella e la Valle D’Aosta. Lontana dalle importanti vie di transito, è selvaggia e pressoché incontaminata, conservando il tipico dialetto franco-provenzale e i legami con la “vicina” Cogne.

È sicuramente la meno battuta fra le valli del Parco, così da possedere una notevole biodiversità e una velata aura di mistero e di antiche credenze, tanto che gli abitanti la definiscono “valle fantastica”. Salendo da Pont Canavese, il primo tratto di strada è ripido e impervio, quasi fossimo in una gola tagliata dal torrente Soana. Ma poi il panorama si apre e appaiono boschi fittissimi scintillanti nella livrea autunnale ai piedi di cime imponenti già cosparse di neve.

La guida del Parco Donatella Steffenina. Racconta la storia delle fucine e tanti aspetti, aneddoti, leggende della Val Soana. © Gianfranco Podestà

Nella frazione Castellaro di Ronco ci aspetta una visita interessante, accompagnati da una guida capace e competente. Un’altra donna del Parco, la guida Donatella Steffenina, che ci porta a conoscere un raro esempio di opificio azionato dalla forza dell’acqua. Risale alla fine del XVII secolo, come attesta una scritta su pietra all’interno del fabbricato principale: IHS Glaudo Calvi 1675. Sono le Fucine del rame di Castellaro.

Un sistema ingegnoso alimentato dall’acqua

L’acqua del Soana muove la ruota per sollevare i magli tramite un rudimentale albero a camme e produce aria compressa per le fucine. © Gianfranco Podestà

Il complesso era costituito da una fucina grande, adibita alla lavorazione del rame, una fucina piccola per la lavorazione del ferro e del carbonile, per ottenere il carbone di legna, impiegato nel ciclo di lavoro. La produzione, che rimase in attività fino al 1950, riguardava oggetti in rame di uso domestico, principalmente pentole, paioli e altre tipologie di contenitori. Come ci spiega Donatella, un canale, detto della Fucina, derivato dal Soana a monte dell’opificio mediante una diga instabile in pietrame e fascine (in modo che non opponesse resistenza all’impeto dell’acqua nei periodi di piena) inviava l’acqua sulle ruote in ferro. Le ruote davano il moto ai magli, e a due trombe idrauliche in legno, per la ventilazione delle forge.

I magli battevano le formelle di rame incandescenti. L’operaio più abile sapeva creare un manufatto dal giusto spessore utilizzando l’udito. © Gianfranco Podestà

Un sistema ingegnoso. Dalla potenza dell’acqua forza motrice per sollevare i pesanti magli in legno con i “becchi” in ferro. Contemporaneamente aria compressa per soffiarla nei forni (le forge). Raggiungendo i circa 800° C necessari alla separazione del rame da minerale cavato nelle miniere della valle. Tante altre informazioni ci fanno entrare in un mondo ormai tramontato, fatto di duro lavoro ma anche mirabilmente organizzato. Pensiamo che l’opificio era in grado di produrre anche 2000 pezzi al giorno.

Fino alla chiusura definitiva il complesso delle Fucine produceva manufatti per i calderai. Grazie a un accordo con il Comune, il Parco Nazionale del Gran Paradiso ne ha curato la ristrutturazione e l’allestimento interno facendone un Ecomuseo. Dopo un periodo di chiusura per problemi di stabilità della copertura, oggi accoglie i visitatori su richiesta.

Un marchio di qualità per i prodotti e l’accoglienza del Parco

I prodotti e gli esercizi con Marchio di Qualità del Parco sono una garanzia per l’ospite e il consumatore. Courtesy PNGP

Chi arriva fino ai territori tutelati del Gran Paradiso non ha solo la certezza di incontrare un ambiente naturale e paesaggistico conservato e protetto. Sa anche di trovare ospitalità e produzioni orientate alla qualità, sostenibilità, valorizzazione delle risorse locali. L’intento dell’ente Parco è quello di abbinare il bello al buono e autentico.

Per questo è stato creato il Marchio Qualità Gran Paradiso, che identifica gli operatori del settore turistico alberghiero, artigianato e agroalimentare. Affrontano un percorso virtuoso, impegnativo e controllato, garantendo all’ospite la qualità dei prodotti, il rispetto per l’ambiente, la cortesia e la trasmissione delle tradizioni locali. Provare per credere.

Mangiare & dormire con il marchio di qualità PNGP

Albergo Ristorante Chalet del Lago – Borgata Pian della Balma, 10 Ceresole Reale (TO)

Affacciato sul lago di Ceresole, un edificio in pietra e legno e un interno caldo e accogliente, tipicamente di montagna. Camere graziose con servizi privati, saletta con caminetto e sala da pranzo con mobili artigianali e antichi. A disposizione degli ospiti bici, tandem e kayak e una piccola sauna per ritemprarsi dopo una giornata all’aria aperta. Buone le colazioni con prodotti del territorio.

Il ristorante dello Chalet. La cucina utilizza rigorosamente prodotti locali, ispirandosi alla tradizione di montagna e canavesana. Fra gli antipasti non mancano il lardo, la mocetta, i salumi del territorio, torte di verdure. Fra i primi una gustosa zuppa del Gran Paradiso, che ha negli ingredienti il tipico seiras, ricotta di latte di mucca stagionata al pepe, poi pasta e gnocchi fatti in casa (da segnalare i ravioli, assaggiati nella versione con ripieno di salampatata). Nei secondi dominano il civet per carni e selvaggina e la trota del lago. La polenta, con farina nostrana, è ovviamente onnipresente. Interessanti i dolci, sempre home made, in particolare il Ceresolino, il Semifreddo alle nocciole, il Pasticcio di mele.

Sostanziosi ravioli ripieni di salampatata, salume tipico del Canavese. © Gianfranco Podestà

Locanda Aquila BiancaFrazione Piamprato, Valprato Soana (TO)

Nell’alta Val Soana un’accogliente struttura perfetta per un soggiorno circondati dalla natura delle Alpi che incantò Mario Rigoni Stern. Camere spaziose e confortevoli, servizio attento e cortese. L’Aquila Bianca è un punto di ritrovo anche per i valligiani perchè, all’insegna delle locande di un tempo, offre sempre servizio bar, franca cordialità e buona cucina. A disposizione anche un’area Camper.

Il ristorante della Locanda. Due sale luminose e gradevoli, che danno subito l’idea di convivialità, accolgono gli ospiti. Nel menu molta tradizione e un pizzico di fantasia, privilegiando filiere corte e territorio. Negli antipasti da segnalare un profumatissimo lardo, mentre nei primi una specialità è il risotto alla toma e timo di montagna, insieme alla polenta concia, gustosa e corroborante. Fra i secondi non mancano la selvaggina e altre carni, come un sapido brasato all’Erbaluce, rigorosamente con polenta. Buoni i dolci, in particolare la torta con crema al Genepy.

Il profumo del timo di montagna esalta la toma nel risotto dell’Aquila Bianca. © Gianfranco Podestà

Osteria dei viaggiatori – Frazione Frera Superiore, NOASCA (TO)

In una piccola graziosa frazione adagiata alla destra del torrente Orco, sulla strada per Ceresole, l’osteria è luogo in cui si respira aria di genuinità. Qui si viene per gustare cucina del territorio e qualche proposta speciale, come i tagliolini, che attirano parecchi clienti. Ma soprattutto per la carne (di ottima qualità) da preparare a cura dei commensali sulla losa rovente, la pietra tipica della montagna, utilizzata nella tradizione per la copertura dei tetti. Selvaggina e cinghiale in umido, formaggi locali, insieme a una piccola ma sostanziosa proposta di dolci completano l’offerta.

Le carni cotte sulla losa acquistano un sapore speciale. © Gianfranco Podestà

Marchio qualità PNGP, produttori e prodotti da ricercare

Il Marchio di Qualità del Parco Nazionale Gan Paradiso è garanzia di genuinità e rispetto di principi di sostenibilità, valorizzazione delle produzioni del territorio, tutela dell’ambiente. Quindi ci si può affidare con fiducia ai produttori che se ne possono fregiare. Eccone qualcuno, ma sarà bello e sfizioso cercarne altri. La Stella Alpina (Valprato Soana (TO) – Frazione Campiglia 38 bis) propone una serie di prodotti al Genepy (artemisia mutellina), in particolare distillati; originali i liquori non zuccherati o aggiunti di miele. Inoltre promuove altri produttori del parco e zone limitrofe, come La Boochera dl’a Nonna Piera (sempre in Frazione Campiglia) che vende prodotti tipici, dai salumi (prosciutto crudo super), alle tome d’alpeggio, agli sfarinati, etc. Un ottimo miele si trova all’Apicoltura Marco Pezzetti (Locana (TO) – Borgata Pratolungo). Da non perdere il rododendro e il nocciolmiel, mix puro di crema di nocciole e miele: uno sballo.

Una carrellata di prodotti contrassegnati dal Marchio di Qualità del Parco Nazionale Gran Paradiso. © Gianfranco Podestà

Info: Ente Parco Nazionale Gran Paradiso

Testo di Gianfranco Podestà | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com