Un paese ricco di storia e chi la abita fa di tutto per tenerlo vivo. Intorno, quei paesaggi della Basilicata che non si dimenticano più, e a tavola sapori antichi e brindisi importanti. Viaggio fra borghi, laghi, chef e una cantina che ha fatto storia.
Testo di Anna Scarano foto di Lucio Luigi Rossi

Un susseguirsi di colline, alcune tonde, tappeti d’erba macchiati dai colori della primavera, il contrasto del verde con il cielo e le nuvole.
Il paesaggio della Basilicata è inconfondibile, lo riconosci quando lo attraversi, lo ritrovi nelle immagini del famoso fotografo Franco Fontana che scrive: “Quando fotografo un paesaggio è il paesaggio che entra dentro di me, si fa l’autoritratto, così che anche io diventi un ‘paesaggio’, per esprimermi al meglio” (a Roma, al Museo dell’Ara Pacis fino al 31 agosto la sua prima monografica).
Assorbire quello che ci circonda, immergersi totalmente per cercare di saperne di più di un luogo, della gente che ci vive coltivando l’aglianico e i peperoni che arrostiti diventano cruschi. Basterebbero vino e ortaggi per spingersi fino a qui, ma c’è molto di più.
Venosa la città di Orazio

L’albergo è di quelli che ti fanno sentire il loro passato appena varchi la soglia e sali le scale. L’Hotel Orazio, all’interno di Palazzo del Baliaggio, venne costruito intorno alla metà del XV secolo e fino al 1808 è stato sede del Balì, il più alto grado dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.
Qui vive anche la famiglia del proprietario, nel salotto dopo la reception ci sono tre generazioni di donne, con la loro presenza discreta, un saluto agli ospiti per accoglierli e la vita di ogni giorno che prosegue.
Uscendo, le direzioni da prendere possono essere due: attraversare il centro in direzione del Castello Aragonese, con il Museo Archeologico che ha un nuovo percorso, interattivo e multimediale, o all’opposto fare una passeggiata per raggiungere il Parco Archeologico e la Chiesa della Santissima Trinità.
Nel primo caso si incontra la statua di Orazio. Venosa la città di Orazio, si legge e si sente dire in giro, anche se poi il poeta qui ci abitò poco e, quando ripassò via mare e gli chiesero se volesse sbarcare per mettere di nuovo piede dove era nato, declinò l’invito.
Quel che resta di epoca romana a Venosa
Venosa è stata una grande colonia romana, da qui passava l’Appia Antica, c’erano un Tempio, il Teatro, il Foro, le Terme e l’Anfiteatro, con una capienza di 10.000 persone.
Era un centro importante e oggi, con Matera a fare da volano, i turisti arrivano anche qui e raggiungono per primo il centro storico.
Dove, anche se non te ne accorgi finché non te lo dicono, ti trovi su una striscia di terra con ai lati il Vallone del Reale e il Vallone del Ruscello.
“’Ai due lati pende’ disse un cronista di Venosa nel ‘500“, racconta la guida Maria Minutiello. “I due valloni- continua– in realtà l’hanno anche protetta, con i suoi fiumi al di sotto che ora sono delle fiumarelle, e quello del Reale si vede bene dalla piazzetta del lavatoio pubblico, regalo degli Angioini alla città nel 1313“.
La trecentesca fontana di Messer Oto, per i venusini, è la chiazzotta: il posto dove si veniva a chiacchierare.
Funzionava anche da abbeveratoio e si nota subito il leone, di epoca romana. Non è l’unico, ce ne sono altri sparsi per il paese: davanti al Castello, alla Villa Comunale e alla Chiesa.
Il fascino dell’Incompiuta

È grazie al terremoto del 1980 che si sono trovati i fondi per scavare e restaurare il parco archeologico, la Chiesa della Santissima Trinità, detta l’Incompiuta, e altri monumenti della Basilicata.
Di tutta l’epoca romana oggi possiamo vedere solo le Terme, del secondo secolo dopo Cristo. Si trovano in quello che un tempo era un quartiere residenziale; si vedono pietre tombali, resti di iscrizioni e la visita al tramonto è suggestiva, sullo sfondo poi c’è il profilo della Chiesa della Santissima Trinità che attira lo sguardo (per saperne di più).
Si tratta di un complesso con una chiesa antica, importante all’epoca dei Normanni (4 cavalieri sono sepolti qui, fra cui Roberto il Guiscardo), mentre i lavori di una chiesa nuova, voluta dai benedettini del monastero, non furono mai portati a termine, nonostante il luogo fosse diventato meta di un crescente numero di pellegrini e i monaci fossero un centinaio.
Nel 1297 papa Bonifacio VIII soppresse il monastero e il complesso passò ai Cavalieri di Malta, per nulla interessati a finire la chiesa o a usare gli spazi benedettini.
Le alte colonne, le tre piccole absidi rimaste, le iscrizioni nelle pietre creano un’atmosfera sospesa, un luogo in mezzo alla campagna rimasto chiuso per 20 anni prima di essere restituito al pubblico, il tempo necessario per studiare l’evoluzione della chiesa nel corso dei secoli e poi restaurarla.
È tutto un peperone crusco

Un detto di Venosa recita: “Da noi si mangia, si beve e ci si riposa”. Sarà nato solo per fare rima ma è certo che la tavola qui è un trionfo di eccellenze.
Nei ristoranti le proposte sono di qualità: taglieri di salumi e formaggi lucani (canestrato di Moliterno, caciocavallo podolico, soppressa, lucanica), primi con il peperone crusco, secondi come il maialino nero e la ciambotta (con patate, peperone, zucchine, cipolla).
Dopo aver cenato e pranzato a Venosa il peperone crusco non avrà più segreti: funziona da antipasto, lucido, intero e croccante accompagna l’aperitivo.
Coltivato in zona, messo a seccare e poi arrostito si ritrova sbriciolato nei primi piatti, nelle insalate, lo servono come contorno e con il cioccolato a fine cena.
Per portarlo a casa si va da Odissea Store, in via Vittorio Emanuele II, bel negozio che oltre a una selezione di oggetti di design per la casa ha uno spazio dove acquistare pasta, olio e naturalmente peperone crusco (odisseastore.com).
Nei dintorni cogli il paesaggio

Da Venosa si raggiungono facilmente paesi come Ginestra, Maschito e Barile, dove si parla prevalentemente la lingua albanese, per non tradire le origini arbëreshë (la minoranza albanese d’Italia).
È nell’itinerario per raggiungere borghi e paesi che fanno compagnia le colline coltivate, poco abitate, un paesaggio naturale e non interrotto come se ne vedono ormai pochi.
E si individua facilmente anche il Vulture, vulcano ormai spento, con i versanti caratterizzati da vallate, gole e dai laghi di Monticchio, una località molto amata dai locali.
Siamo nel Parco del Vulture e una volta arrivati qui si vede prima il Lago Grande poi, salendo nel bosco verso l’Abbazia di San Michele, fra olmi, carpini, noccioli e ciliegi selvatici, la vista si allarga e compare anche il Lago Piccolo.
In una giornata di sole ci sono solo il verde della fitta vegetazione che chiude ad anello gli specchi d’acqua e l’azzurro del cielo.
All’interno dell’Abbazia, oltre a una suggestiva chiesa che ha una grotta naturale, c’è il Museo di storia naturale con erbari, esemplari di rocce, capitelli rinvenuti nell’area e il pezzo forte del museo, la Bramea, di cui si racconta di tutto: è una falena fossile vivente, una specie rara, che qui continua a volare; venne scoperta da Federico Hartig, entomologo nato a Bolzano.
Il percorso all’interno della badia, con un saliscendi da un piano all’altro, regala scorci bellissimi.
Una cantina sociale per la produzione dell’Aglianico

Le vigne, con le viti a spalliera, sono a perdita d’occhio. “Nelle uve c’è tutto, basta decidere quando prenderle e quando lasciarle“, dice Donato Gentile, l’enologo di Cantina di Venosa, unica cooperativa vitivinicola della Basilicata e fra le più importanti del sud Italia.
È una cantina radicata nel territorio, che nasce nel 1957 e riunisce 350 soci che coltivano 800 ettari di vigne ad aglianico, malvasia di Basilicata, moscato bianco e merlot.
Si rinnova con tecnologie all’avanguardia (in 15-20 giorni si lavorano 30-40.000 quintali d’uva) e il progetto di una nuova cantina per fare enoturismo.
“Stiamo crescendo e gli spazi non bastano più”, spiega Francesco Perillo, il presidente. “L’obiettivo per il 2030 – prosegue– è di raddoppiare la produzione, che ora è di 2 milioni di bottiglie“.
La cantina è in cemento armato, materiale che alla lunga si è rivelato un vantaggio. “A differenza dell’acciaio dà stabilità al vino senza troppi sbalzi termici ed è stata completamente ristrutturata sia all’esterno che all’interno“, racconta ancora Donato Gentile.
Ben 24 le etichette fra rossi, bianchi e spumanti: dal Carato Venusio Superiore, un Aglianico del Vulture Docg, potente, strutturato ed elegante, al Matematico, un grande rosso morbido e avvolgente, da un taglio bordolese di uve merlot e aglianico, affinato 6 mesi in barrique francese.
Vini che, come altri di Cantina di Venosa, hanno raccolto numerosi premi e riconoscimenti.
Informazioni utili:
Informazioni: sul sito dell’ATP della Basilicata
Come arrivare:
Da Nord
Dal litorale adriatico, immettersi sull’autostrada Adriatica A14 ed uscire allo svincolo di Foggia. Prendere la S.S. 655 Bradanica, Foggia-Matera, ed uscire a Venosa sud.
Dal litorale tirrenico, immettersi sull’autostrada del Sole A1. Allo svincolo di Caserta, immettersi sulla A16 Napoli – Canosa ed uscire a Candela. Prendere la S.S. 655 Foggia-Matera ed uscire allo svincolo Venosa sud.
Da Sud
Immettersi sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, uscire a Sicignano e deviare per il raccordo autostradale: Sicignano-Potenza. Immettersi sulla S.S. 658 Potenza-Melfi. Uscire allo svincolo per Barile-Ginestra-Venosa e seguire la segnaletica. Da Bari seguire in autostrada la direzione Napoli fino al casello di Cerignola Ovest; poi seguire le indicazioni per Venosa.
Dove dormire:
all’Hotel Orazio, in un palazzo del Quattrocento situato in pieno centro storico. Le camere, semplici, sono state recentemente rinnovate.
Dove mangiare:
Il Brigante, ristorante e pizzeria dove Michele Leo propone Saracena, spaghettone con crema di fave, funghi cardoncelli e peperone crusco, seguito da filetti di baccalà al forno su letto di crema di fave e peperone crusco. Quanto alle pizze, ben 45 farciture diverse, impasto con 48 ore di lievitazione e la scrocchiarella, innovativa miscela di farine che permette di ottenere una pizza leggera e fragrante.
Al Baliaggio lo chef Angelo Fiorisi propone anche la ciambotta e gli spaghettoni fagioli e cozze. Una cucina lucana che si rinnova, alla carta e nei menu degustazione con wine pairing.
Al Frantoio si assaggiano il peperone ripieno con mollica di pane e alici, il pancotto con cime di rapa e peperone crusco, la pasta al torchio con purea di fave, funghi cardoncelli e peperone crusco, la guancia di suino nero lucano all’Aglianico del Vulture e cicoria selvatica. Tutto preparato dallo chef Antonio Spadone.
Al Ristorante Ganea si va per un’insalata di seppie, arancia e granella di pistacchio, per la vellutata di cicerchie con funghi cardoncelli e mollica fritta, lo spaghettone bio del pastificio Stigliano au Cazz’Mberr (peperone crusco, pomodoro secco, pecorino), il polpo fritto, peperone arrosto e salsa tzatziki.
La Trattoria Locanda Oraziana, infine, propone il girello di manzo marinato, con caciocavallo podolico e ristretto di Aglianico del Vulture, su misticanza di rucola; i ravioli ripieni di baccalà e ceci con molliche di pane fritte e peperone crusco, baccalà al vapore con cicoria in padella e sbriciolata di peperone crusco. Una trattoria di quelle come una volta, a conduzione famigliare con i giovani che stanno prendendo in mano l’attività fondata dai padri (via Vittorio Emanuele II, 110).
Testo di Anna Scarano e foto di Lucio Luigi Rossi |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com






































