Abruzzo di vino, di mare, di terra


di Gianfranco Podestà

Una delle regioni più genuine e veraci d’Italia, che possiede tutti gli ingredienti per affascinare e sorprendere. A cominciare da una produzione enologica ormai votata alla qualità, intimamente legata a cultura e tradizioni ma pronta alle grandi sfide.

Se esistesse un campionato mondiale dell’understatement, ovvero, parlando come si mangia, di modestia e riservatezza, gli abruzzesi risulterebbero ai primi posti. Tranne qualche  scontata eccezione a confermar la regola – una per tutte, il Vate Gabriele D’Annunzio – il popolo d’Abruzzo in genere non ama far vanto di sé e delle tante cose belle e buone che lo circondano. Così, anche se il turismo appare in costante crescita, molta parte di queste terre rimane poco conosciuta ai più, con le sue attrattive naturali, architettoniche, archeologiche, artistiche, con le sue tradizioni, e un patrimonio enogastronomico ragguardevole.

Ed è un vero peccato. Perché si tratta di un territorio molto vario e interessante, dove si  azzera il rischio della monotonia. Si passa dalla montagna, dominata dal Gran Sasso e dalla Majella, in cui orso,  lupo, lince e  aquila trovano l’habitat ideale, a calanchi e dolci colline, fino a raggiungere il mare, 120 chilometri di costa tutta da vivere, fra lunghe spiagge e calette riparate. Numerosissime le zone naturali protette (ben il 36% del territorio, al top in Europa) a cominciare dal Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il più antico d’Italia.
Borghi, villaggi, cittadine portano i segni della storia, dalle civiltà preromaniche discendendo fino alle vicende della seconda guerra mondiale. Un urbanizzato spesso incantevole, considerando i 21 centri attualmente inseriti fra i Borghi più belli d’Italia.

Fra le mille sfaccettature che può offrire un viaggio in Abruzzo, vale la pena di seguire le orme della produzione vinicola, considerando che la parte orientale della regione è caratterizzata dalla presenza di un’ininterrotta e lunga fascia collinare sospesa tra il mare e le imponenti montagne. E’ un paesaggio segnato dal lavoro dell’uomo, la mano contadina ha ricavato una tavolozza dove armoniosamente la vite si sposa all’olivo, a fattorie e paesi, accarezzando lo sguardo.

La maggiore produzione di vino si ha nella provincia di Chieti. Un territorio che a partire dall’epoca angioina per cinque secoli fu parte dell’Abruzzo Citeriore (da Citra flumine Piscaria), così distinto dall’Abruzzo Ulteriore (Ultra flumine Piscaria), le due circoscrizioni separate dal fiume Aterno-Pescara che formavano “gli” Abruzzi. Nell’area sono presenti tutti principali vitigni autoctoni dell’enologia abruzzese: Montepulciano, Passerina, Pecorino, Cococciola, Montonico, Trebbiano d’Abruzzo.

Le colline degradanti fino al mare  circondano centri e località da non perdere. Solo per citare, oltre al capoluogo Chieti, di antichissime origini, con la mirabile cattedrale di San Giustino, i palazzi storici l’anfiteatro Romano e l’emozionante testimonianza del Guerriero di Capestrano (Civiltà dei Piceni VI secolo A.C.) nel museo nazionale di archeologia, Guardiagrele adagiato su un promontorio alle pendici della Majella. L’aria frizzante è già montana, ma intorno e verso valle troneggia l’ulivo insieme a fitti coltivi di Montepulciano, qui dal carattere quanto mai deciso. Nonostante i danni dell’ultima guerra, le stradine che s’inerpicano, gli edifici, le torri e le chiese conservano un fascino discreto  e, insieme al paesaggio superbo,  hanno dato abbondante materia per inserire il paese fra i Borghi più belli d’Italia. Famoso l’artigianato, soprattutto per il ferro battuto e il rame, con alcune botteghe ancora attive. Ma il visitatore in cerca di meritate calorie avrà in premio una specialità stuzzicante già dal nome: le sise delle monache, strati di pan di spagna farciti con crema pasticcera dalla forma inequivocabile. Il profilo della Majella è un buon compagno di viaggio che ci orienta verso  Roccascalegna. Fra filari di tipiche produzioni, dal Pecorino al Trebbiano d’Abruzzo, vediamo emergere la sagoma inquietante di un castello, appollaiato sopra uno sperone roccioso come un falco pronto a balzare sulla preda. Il borgo antico si stringe attorno al maniero, che fu probabilmente avamposto longobardo e poi presidio in epoca normanno-sveva e angiono-aragonese, subendo successive trasformazioni senza mai perdere le sembianze di luogo inespugnabile. Fatto il pieno di bellezza, meglio non dimenticarsi di certe leccornie  della zona, come l’olio delle colline Teatine, il peperoncino, le scamorze, la mitica pizza Scime (azima, di origine ebraica) cui il paese dedica una speciale sagra. Il mare spesso occhieggia tra un tornante e l’altro e invita a scollinare per raggiungere la costa e altre meraviglie, scoprendo nel tragitto nuove zone vinicole e tenute famose.

Come il magnifico  castello di Semivicoli presso Casacanditella dove – si dice –  fra una ripresa e l’altra Gerard Depardieu sia fatalmente  tombé en amour con il vino abruzzese. Più in giù l’Adriatico regala brezze balsamiche alle uve costiere e in pochi chilometri riserva incontri di grande fascino. Fossacesia ha una parte nel primo entroterra, in una zona a vocazione agricola apprezzata già dai laboriosi Benedettini che nel IX secolo fondarono una comunità attorno a un piccolo monastero divenuto in seguito l’abbazia di San Giovanni in Venere. Il nome deriverebbe dalle vestigia di un tempio romano preesistente  dedicato alla dea.  Più volte distrutta e ricostruita assunse l’aspetto attuale nel 1500: un’oasi di pace e spiritualità che riconcilia con il mondo. Si scende alla Marina con animo leggero accolti da candide spiagge di ciottoli contornate da una vegetazione ricca, scoprendo  baie e insenature immersi nei profumi di ginestre e finocchietto marino. Pochi chilometri più a sud si trova la bella riserva naturale di Punta Aderci.  In tutta questa zona è possibile osservare da vicino le strane costruzioni che in lontananza parevano scheletri di insetti ciclopici adagiati sul mare. Si tratta dei trabocchi abruzzesi, piattaforme in legno collegate alla terraferma da passerelle, dotate di impalcature, pali, argani, e due lunghi bracci che sostengono un’enorme rete a maglie strette. E’ un ingegnoso sistema di pesca tradizionale da tempo in declino e per questo  tutelato da apposite leggi regionali. Per poterli conservare e manutenere alcuni sono stati trasformati in ristoranti, più o meno alla buona, sempre con piatti di pesce freschissimo. Da provare il Trabocco Pesce Palombo, tuttora funzionante. Accogliente, sobrio, informale ma impeccabile, con una cucina strepitosa. Acciughe al cartoccio, cozze ripiene, sagne ai frutti di mare, pescatrice e pomodorini, sgombri con pommarola, e alla via così… Ideale per una cena romantica sospesi sul mare al chiaro di luna: se non avrete successo qui, lasciate perdere.

Questa stringata e geograficamente circoscritta esemplificazione delle attrattive di un viaggio in Abruzzo si chiude là dov’era iniziata. Parlando di modestia e vino. Perché il fatto che il territorio abruzzese sia ai primi posti della produzione enologica nazionale viene ben poco pubblicizzato. Ma attenzione, solo un quinto del vino abruzzese è imbottigliato sul posto. Il resto prende la via di altre regioni italiane o estere e, viste le notevoli caratteristiche, viene impiegato per dare struttura ad altri vini, con varie denominazioni. Per fortuna alcuni produttori tenaci e lungimiranti hanno da qualche tempo deciso di valorizzare e promuovere l’enologia abruzzese home made.

Il Consorzio Citra Vini con sede a Ortona riunisce nove cantine sociali (con ben 3000 soci) delle zone più storicamente vocate del chietino. Già nel nome testimonia il forte e indissolubile legame con il territorio e con l’antica sapienza vitivinicola che lo connota. Il marchio Citra oggi è garanzia di vini d’alta qualità, esportati in tutto il mondo. Chi assaggia ritorna, riconoscendo caratteristiche uniche, a partire dai rossi, con un Montepulciano DOCG a lungo invecchiamento di assoluto pregio, e poi con i bianchi, capitanati da Passerina e Pecorino, e gli altri autoctoni davvero sorprendenti. Ma la vera sfida è appena cominciata: queste uve hanno dimostrato ottime caratteristiche per la spumantizzazione. La versione Charmat delle bollicine è già disponibile e con risultati lusinghieri. Per il metodo Classico, ci vorranno ancora almeno un paio d’anni. Con l’aiuto dell’Università di Teramo e dell’istituto per la ricerca enologica C.ri.V.E.A.  le sperimentazioni daranno i loro frutti,  lo “champagne” chietino sarà realtà. E magari, come l’Abruzzo, con un’anima forte e gentile.

Info utili: Dreamingrooms –  SpumantiBruzzodo – Citravini – TraboccoPescePalombo

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