SICILIA: Il bacio della fortuna

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Se in un freddino pomeriggio di ottobre mi fermassi lungo le strade della provincia milanese a ripercorrere i giorni appena trascorsi sull’isola sicula, penserei ai due luoghi come agli antipodi del nostro stravagante Paese. Italia come piccolo mondo a portata di mano. Modi diversi di vivere, di pensare, odori diversi, sapori differenti. Volti scavati. Gli uni dalla frenesia, gli altri dal sole che avvizzisce la pelle di chi ha passato una vita fra i campi o sulle proprie barche. Colori tra i più disparati e cangianti, o sulle medesime tonalità del grigiastro. Se dico Sicilia dico cordialità. Dico saggezza, dico cielo celeste che rispecchia nel mare. Dico passeggiate tra i sentieri che si fanno strada fra la folta vegetazione che non vuole smettere di bucare anche il cemento. Dico coste frastagliate, cime montuose e mentre lo faccio sento lo scirocco che smuove le ciocche verdi delle erbe selvatiche che crescono fra la sabbia. Inspiro l’odore tipico di sterpaglie e di brezza marina che accarezza i sensi ricordando l’estate. Riempio i polmoni più volte e cerco di farlo ogni volta di più, come a farne rifornimento. Dovrà bastarmi per un lungo inverno. Se dico Sicilia dico Palermo. Grande città meravigliosa che troneggia fra i suoi monumenti. Palermo è storia. Palermo ti scruta dall’alto. Arrivando in aereo, ci si fa la prima idea di quanto maestosa sia questa città. Punta Raisi svetta duramente sulla costa e sembra avvertire i visitatori. Palermo non è da vedere, ma da vivere! Non si può arrivare a Teatro Massimo, o ammirare la bellezza emozionante della Cappella Palatina, senza passare dalle vecchie vie scalcinate e in molti punti anche maleodoranti del capoluogo siculo. Non venite al mercato della Vuccirìa se le voci degli abbanniati vi disturbano, se non volete perdervi nella confusione più totale. Non immergetevi nel ventre del mercato del Capo, stretto budello che trasuda magnificenza ma allo stesso tempo scadimento e povertà se i vostri palati sono troppo fini. L’intricato labirinto di vie di questo via vai commerciale e antropologico, ospita coloro che sono disposti a provare la cucina di strada. Polipo bollito, patate, fritto misto, pane e panelle serviti fra i tavolini sistemati alla buona fra una bancarella e l’altra. Fegato, lingue, milza e frattaglie in prima fila. Palermo se la guardi, lo fai fissandola dritta negli occhi, altrimenti equivale a dire non averla vista. Se dico Sicilia, dico Etna. O Mungibeddu. Vulcano attivo più alto del continente europeo. Che ha donato poesia alla mia vacanza, accompagnando le mie cene a base di vino e spaghetti, su una terrazza di Taormina al chiaro di luna. Ma che ha portato durante la sua lenta attività, attimi di panico nei paesi sottostanti. Vederlo da lontano è quasi poesia. Salire e trovarsi ai piedi dei crateri che si sono formati in questi ultimi anni è tutt’altra sensazione. Ovunque sabbia nera. Sembra di essere su di un’orbita completamente travolta e inghiottita dalla lava. Veder crescere vegetazione in mezzo a quel tappeto fuligginoso ha dell’incredibile. E’ un luogo che è stato plasmato dalle colate che la terra stessa ha rigettato. Un senso di particolare calma apparente avvolge . Eppure non si è del tutto tranquilli. La cosa che più colpisce di quest’immensa distesa è che essa sia in gran parte invasa da coccinelle. Prima una. Sarà un caso. Porta fortuna. Poi un’altra e un’altra ancora. Che appariscente contrasto. Intenta a chiedermi il perché di tale fenomeno, mi piace pensare che esse proteggano il vulcano da nuove eruzioni. Con la loro corazza rossa lucida a pois neri, le si può trovare fra un sassolino e un altro, contribuire alla suggestività del luogo. Ora non ho dubbi: è la fortuna che bacia la bocca del cratere. La bocca della bella Sicilia.Se dico Sicilia, dico isole Eolie. Pepite di varie grandezza che la mitologia greca vuole luogo di riparo del Dio Eolo il domatore di venti. Che spuntano dal mar Tirreno e sovrastano con la loro bellezza più o meno selvaggia. In questo mio viaggio visiterò Alicudi, Silicudi e Salina. Ad Alicudi, la più piccola isoletta dell’arcipelago detta anche dell’erica, il vostro miglior amico sarà un asinello. Non esistono né auto, né motorini ma solo strette e inerpicate mulattiere. Sarà il saggio animale a condurvi fino al Timpune delle femmine, zona in cui durante il saccheggio dei pirati, si rifugiavano donne e bambini. Filicudi, l’isola delle felci, è l’antico rifugio della foca monaca. Circumnavigando l’isola si può scorgere la Grotta del Bue Marino e la famosa Canna, luogo di pesca di spugne e aragoste. L’imponente roccia alta e appuntita che buca il mare, affascina e al tempo stesso mette un certo timore. Salina è l’isola dei capperi, le sue due montagne gemelle erano famose già ai Greci. E’ l’isola in cui mi fermerei volentieri a sorseggiare un malvasia seduta su uno scoglio al tramonto. E’ sulla spiaggia della Pollara che Troisi girò “Il postino”. Se dico Sicilia, dico Taormina. Folcloristica cittadina di importanza storica, mi saluta dapprima dall’alto mostrando la bellezza delle rovine del suo Teatro Greco Romano. Affacciandomi poi dalla sua terrazza a strapiombo sul mare ho riposato i miei occhi. Lo fece anche Oscar Wilde. Nonostante la grandissima affluenza turistica che la invade in ogni periodo dell’anno riesca a mantenere, non so come, un fascino incontrastato. Infine, se dico Sicilia, dico malinconia. Quella che mi assale rivivendo i momenti passati in questo posto incantato che ha dato sapore alle mie giornate. Cos’è una breve vacanza, in confronto a una vita che non è stanca di essere vissuta in Sicilia?!

 

Testo e foto di Stefania Pozzi

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