Respiro Carioca

Guarda. Guarda la strada! Guarda le pietre di cui è fatta! Sembrano danzare al ritmo che sconquassa tutto l’intorno. Guarda che qui non puoi star fermo neanche un attimo. L’istinto che ti porta a muoverti come ti va è istinto primordiale. Istinto primitivo, che esplode dal centro esatto di ogni cellula. Guarda. Giallo, verde, azzurro. Niente di forsennato, tutto è quietezza dolce. Calma che abbronza. Ti tocca camminare lento, come una tartaruga. Altrimenti ti perdi. Ti perdi tutto. Guarda! Guarda queste vie in mezzo agli alberi. Guarda questi grattaceli in mezzo alla foresta! Ombra. Ombra perenne, non serve il cappello. Cammini sui marciapiedi di una città protetta. Protetta dalla natura, cullata tra le braccia verdi degli alberi che la ospitano. Alberi, alti e magnifici, loro ci sono sempre stati. Siamo noi che siamo arrivati dopo e che ci abbiamo colato sopra il grigio, che gli abbiamo tolto il respiro. Guarda! Camminiamo da chilometri e il cielo si vede a chiazze. Ma sta attento. Non distrarti, sennò è la fine. Ti affannerai soltanto.

Ecco. Ora respira e siediti qui. Siamo arrivati. La mente umana ha delle regole difficili da contraddire. Ma è proprio così,è reale ciò che vedi ora. Adesso non c’è più una linea di confine, la tua anima è rapita dal blu senza limiti. Ecco. Quello a cui anelavi. Il punto esatto in cui l’acqua si consegna al cielo e il cielo all’acqua, da sempre, per sempre. E non sai dove, come e quando, ma tutto ciò che vedi è un colore. Anche se non lo puoi toccare, anche se non lo puoi respirare, anche se non puoi incontrarlo, non puoi parlargli, è qui. È l’azzurro velo dell’infinito. Che straborda. Se gli vai vicino ti inganna, sembra che l’onda non possa raggiungerti. Allora la sfidi, e proprio quando sembra stia morendo inesorabilmente sprofondando nella sabbia decantata, non cede e ti bagna fino alle ginocchia. Ma è l’oceano e può farlo, glielo si deve concedere. Mette paura solo a pensarci, litri e litri d’acqua per chissà quanti chilometri, in chissà quali abissi, per quali profondità. Guarda! Guarda questa spiaggia. Forma di arcobaleno. Arco. Abbraccio. Culla. Quintali di pace e di perfetta armonia con tutti gli uomini cullati in questa vita, con i miliardi di passi chiusi nelle ventiquattrore nere, con ogni scelta, ogni speranza. Comunione perfetta, con ogni primo vagito, con ogni ultimo respiro.

Ogni sogno, ogni ambizione, ogni grembiule sporco di pastelli e cocacola, ogni bastone sofferente spinto a terra con forza dalla preghiera. È Copacabana. Guarda! Guarda la sabbia. Prendila tra le mani, ti rimane appiccicata alle mani come il senso di tutto ciò che qui ti capita. Tu sei come uno di quei granelli che cerchi di isolare dagli altri. A casa non puoi, ogni granello nella tua sabbia è come gli altri. Non lo riconosci, si mischia tutto. Guarda qui! Nessuno è uguale all’altro, ognuno ha un colore. E puoi scegliere il tuo, puoi staccarlo dal tutto e contemplarlo. Puoi scegliere il tuo granello. Perché proprio il più marrone? L’hai preso per caso? O l’hai deciso? Guarda è inverno. E piove. C’è un surfista che se ne frega. Uno? Matto. Ma non è solo. Sono tanti. Tutti matti? Fa caldo qui. Sbrigati a camminare, non perdere il passo del gruppo. Dicono che questo non sia precisamente un posto di cui fidarsi. Ma se vado veloce le favelas le lascio lì. Ad aspettare ancora che qualcuno abbia il coraggio di rallentare il passo e di girare la testa verso altri lidi. Da Copacabana alle favelas, ci vuole un po’ di ardore. Guarda. Legno. Sofferenza. Pezzi di lamiera. Povertà. Funivie. Panni stesi. Case scoperchiate. Una montagna selvosa. Le cui radici affondano in migliaia e migliaia di vite umane accoccate così,una sopra all’altra, senza possibilità di vedere il sole. Guarda. Cosa provi? Non farti ingannare dai colori. Non far caso ai grattacieli ingordi di ricchezze che fanno da triste cornice a quella gente.

Che sembra vicino, ma vicino non è. È lontano. Guarda! Guarda il Pan di Zucchero. Guarda è tutto qui, intorno a te, anche se è buio, non c’è tenebra. Lassù, lassù quel bagliore che sorride tra le nuvole seriose. Le braccia, guardagli le braccia! È il Cristo Redentore, che abbraccia l’universo. Che puoi fare li sotto? Chi sei li sotto? Dal Corcovado, vedi tutta Rio. Ma lì sotto, sotto il Cristo quanto sei piccolo? Eppure le braccia sono stese per te, proprio per te che sei lì e che non ti senti che polvere da scacciare via da sotto le scarpe, con violenza. Li è pace. La sua immensità ti custodisce come la pietra più preziosa, nella sua scatola di metallo. Come la candela accesa, tremante al vento, protetta dal vetro. Se è così siamo davvero al sicuro. Se è così mi abbandono. Se è così mi sdraio e dormo qui sotto, per sempre. Perché affannarci amico mio, quando qui sul monte lui è qui, così grande, e mi abbraccia? Grazie Rio. Guarda. Rio ha sempre vissuto dentro di me, Rio è nato in me da prima che cominciassi a capire come si sogna. Rio è cresciuto con me e ne parlo da sempre. Così come tutta l’America Latina, come ogni uomo che la abita. Così come Madrid. Così come ogni luogo dell’anima. E guarda. Guarda quelle montagne. Di che sono fatte?

Testo di Agnese Palmucci | Foto web

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