Il ritmo del respiro

Un’avventura nell’Upper Mustang, l’ultimo “regno proibito” del Nepal.

Testo e foto di Michele Dalla Palma|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

Hola Mik, come stai? Ho organizzato una spedizione in Himalaya, nel Mustang, una robetta facile, ti va di venire con noi?”. All’altro capo del telefono Pietro, un caro amico piemontese che vive da trent’anni nelle Rocky Mountains del Colorado, con cui ho già condiviso qualche avventura estrema, come la discesa in canoa di un fiume praticamente sconosciuto in Alaska, oltre il Circolo polare artico, qualche anno fa. Penso alla mia agenda piena di impegni, libri da consegnare, mostre da preparare, lavori da finire. “Ma certo che vengo!”.

In realtà la “robetta facile” di Pietro è un trekking estremo di oltre duecento chilometri tra passi e creste ad una quota media sempre superiore ai quattromila metri in una delle regioni più remote del Nepal, a nord della catena himalayana, su tracce di sentieri percorsi dai pastori nomadi tibetani che vivono in quel territorio. L’appuntamento è a Kathmandu tra venti giorni, non c’è tempo per allenarsi né per ripensamenti, improvviserò, basandomi sulla mia esperienza di vecchio alpinista himalayano.

Il 20 maggio arrivo nella capitale del Nepal, dove mi aspettano Pietro, Kelly, Giovanni, Mirko, Max e Thomas. Ognuno arriva da un luogo diverso, con lo stesso desiderio. Vivere un’avventura nelle solitudini dell’ultimo regno nascosto tra le montagne dell’Himalaya. Ci vuole qualche giorno per preparare i materiali che ci serviranno per la spedizione nell’Upper Mustang, e ne approfittiamo per perderci nelle atmosfere, sempre affascinanti, della capitale del Nepal.

Verso il Tibetan Plateau

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

Partiamo all’alba da Pokhara, per risalire la valle del Kali Gandaki, uno dei maggiori fiumi del Nepal che nasce dai giganti dell’Himalaya e ha creato un profondo canyon, la valle di accesso alla regione del Mustang, l’antico Regno di Lo.

Chilometro dopo chilometro, lasciamo alle spalle le foreste di conifere e risaliamo la valle in un paesaggio sempre più desertico, all’ombra dei giganti della Terra. A sinistra il Daulagiri, 8167 metri, e a destra l’immensa sagoma dell’Annapurna, 8091 metri, che ci accompagneranno riempiendo l’orizzonte durante i nostri prossimi giorni.

Siamo eccitati, la nostra avventura sta per iniziare, ma ci vorranno due giorni e oltre venti ore di mulattiere accidentate per raggiungere Kangbeni, dove lasceremo i fuoristrada e inizieremo il nostro trekking in una delle regioni più remote e meno conosciute del pianeta.

Il nostro trekking inizia alle prime luci del giorno dal monastero di Muktinath, a quota 2800 metri, l’ultimo punto raggiungibile con i fuoristrada. Ci aspettano sei giorni di marcia a un’altitudine media tra i 3800 e i 4500 metri, per percorrere circa 200 chilometri che ci permetteranno di arrivare a Lo-Manthang, l’antica capitale del Regno “proibito” di Lo. Un trekking estremo, con tappe medie di oltre 30 chilometri al giorno, lungo crinali e valli che solo qualche pastore nomade raramente percorre.

Con noi ci sono Ang Nima e suo figlio Ngima, due tibetani di etnia Sherpa che saranno le nostre guide capaci, grazie alla loro esperienza, di trovare i giusti passaggi tra queste montagne, e anche Pasang Sherpa che si occuperà della “cucina”, oltre a una decina di muli che porteranno tutte le attrezzature necessarie alla spedizione, e due borsoni con materiale e vario che lasceremo nei villaggi toccati dal nostro itinerario.

Per “alleggerire” la fatica del trekking, Pietro ha infatti previsto di arrivare un paio di volte in minuscoli villaggi dove vivono, isolati dal modo, piccoli clan tibetani composti da poche decine di persone.

I primi passi sono in assoluto i più difficili. Sappiamo che per sei giorni il nostro unico scopo sarà mettere un piede avanti all’altro, accettando la fatica in cambio dell’emozione di essere in questi luoghi remoti, dove possiamo, senza filtri, ascoltare il ritmo del nostro respiro che però, in questa mattina di fine maggio, mentre superiamo per la prima volta i 4000 metri di quota, fatica ad arrivare, e per i prossimi giorni ci riempiremo occhi e pensieri con gli straordinari panorami del deserto d’alta quota che caratterizza il Tibetan Plateau himalayano di cui questa regione è il confine meridionale.

La magia di Lori Gompa

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

Il quinto giorno decidiamo di prenderci una pausa, perchè davanti a noi ci sono le due tappe più pesanti; da Lo-Manthang ci dividono ancora più di 70 chilometri, con quasi 10000 metri di dislivello in salita. Ma la ragione della nostra sosta è anche un’altra, ci troviamo in una valle dove esiste uno dei più antichi monasteri buddisti del Nepal, arroccato alla fine di una lunga vallata che percorriamo in sella ad alcuni cavalli presi in prestito da una famiglia tibetana che vive lì.

In un luogo impervio e apparentemente inaccessibile è stato costruito, quasi duemila anni fa, uno dei monasteri buddisti tra i più antichi di tutta l’area himalayana. Il tempio rupestre di Lori Gompa è costituito da una serie di grotte interconnesse tra loro, affrescate da antichi dipinti raffiguranti la vita di Buddha e i suoi insegnamenti.

Alcune ospitano piccoli chorten, come vengono chiamati gli stupa in lingua tibetana. Solo pochi fedeli riescono a raggiungere questo luogo isolato e remoto, e per noi rimarrà un’esperienza unica, impressa a fuoco nella memoria.

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

Il mistero delle “Grotte Celesti”

Lungo la gola scavata dal fiume Kali Gandaki, un itinerario ancora oggi estremamente difficile da percorrere, gli uomini sono passati oltre 3000 anni fa; questo era l’unico collegamento tra le pianure del continente indiano e l’altipiano del Tibet.

In posti apparentemente irraggiungibili, su pareti verticali, a 50/60 metri dalla base delle valli, si trovano le Grotte Celesti, un insieme di circa diecimila grotte che l’uomo ha scavato nel corso dei secoli sui fianchi di questa valle del Mustang.

Ancora oggi, nonostante numerosi gruppi di archeologi siano da decenni al lavoro per cercare di sapere qualcosa di più su questi insediamenti, le Grotte Celesti rimangono un mistero. Non si sa quale civiltà ha costruito, scavandoli, questi ripari nella roccia, alcuni comprendenti anche più stanze, come ha fatto a realizzarli e soprattutto a cosa servivano.

Verso Lo-Manthang

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

La nostra avventura continua, e risaliamo faticosamente in quota dentro scenari e orizzonti chiusi dalle curve sempre più aspre di pareti che si arrampicano nel cielo. Abbiamo imparato a camminare col ritmo del respiro, che sembra in armonia con questo mondo immobile, ma le gambe ci dicono, passo dopo passo, che ogni metro è una conquista.

Nel frattempo, abbiamo sostituito i nostri asini con degli yak, gli unici animali in grado di arrampicarsi sui crinali impervi che proteggono la vallata di Lomantang.

Non è possibile raccontare con parole gli scenari che riempiono il mondo che ci circonda. Nell’immensa regione del Tibetan Plateau, che ospita la maggior parte dei territori sopra i 4000 metri della Terra e le sue montagne più elevate, la crosta terrestre è spessa quasi il doppio della media del resto del pianeta.

La superficie è stata modellata dall’azione incessante dei ghiacciai, che hanno “sgretolato” le rocce trasformandole in sabbia, e mischiando tra loro minerali diversi, che creano incredibili composizioni di colori.

Lungo i duecento chilometri di questo trekking abbiamo ammirato la straordinaria forza della natura che ha forgiato questi scenari, dove non c’è posto per le ambizioni di conquista degli uomini. Abbiamo ascoltato il ritmo del nostro cuore e dei nostri respiri, consapevoli di vivere un’avventura incredibile in uno dei luoghi più solitari e distanti dalle nostre sicurezze e da tutto ciò che pensiamo indispensabile.

Gli ultimi due giorni di marcia sono estenuanti, la stanchezza e l’idea di essere quasi alla fine della nostra spedizione tramano insieme per mettere alla prova la nostra volontà, ma anche i dislivelli quotidiani in salita e discesa aiutano a farci immaginare Lo-Manthang come un miraggio.

Con i pastori nomadi

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

Prima della discesa verso la capitale del Mustang, l’incontro con i pastori nomadi e le loro mandrie di yak e capre è l’ultima, grande emozione del nostro trekking. Questi clan familiari, nomadi da sempre, durante l’estate, si spostano con le loro tende raggiungendo i pascoli d’alta quota. La loro unica ricchezza sono gli animali con cui passano tutta la loro esistenza.

Trascorrere qualche ora insieme a loro, nelle tende che rappresentano la casa per molti mesi all’anno, è un’esperienza emozionante e importante che si aggiunge alle tante vissute durante questa spedizione, e ci trasporta in un modo antico ma sano di vivere le giornate, con lentezza, senza le ansie del nostro mondo, che in questi giorni di solitudine tra le montagne del Mustang abbiamo dimenticato.

Nepal Mustang ©Foto di Michele Dalla Palma

Nel “Regno Proibito” di Lo

Arriviamo a Lo-Manthang alle ultime luci del giorno. Considerato “la Porta del Tibet”, questo villaggio, capitale del Regno di Lo, proteggeva la via che dall’India portava a Lhasa. Per almeno 15 secoli nessuno straniero è arrivato fin qui, neppure i nepalesi.

Annesso al Nepal nel 1984, solo dal 1992 hanno iniziato ad essere ammessi nella regione anche pochi visitatori stranieri, prevalentemente alpinisti affascinati dalle montagne della regione, con un massimo di 1000 permessi all’anno, limite valido ancora oggi.

Chiamato anche “Tibet nepalese”, il Mustang rimane ancora oggi un’anomalia culturale: un regno tibetano, sopravvissuto con indifferenza all’uragano della rivoluzione culturale cinese, in possesso di un’ineguagliabile cultura che affonda le radici in un passato remoto. Ascoltiamo i nostri pensieri. Siamo alla fine di un’avventura che ricorderemo a lungo.

Mentre l’ultimo sole accarezza la cresta del Nilgiri, a 7000 metri, lasciando nel vento le infinite preghiere regalate agli dei che vivono oltre il mondo degli uomini, alla fine della nostra avventura respiriamo a pieni polmoni l’aria frizzante della sera himalayana. Ci sentiamo fortunati. Nel silenzio percepiamo, insieme alla voce potente del vento, perfettamente chiaro, il ritmo del nostro respiro.

Testo e foto di Michele Dalla Palma|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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