Vagabondare nella regione dell’Hoggar Tassili, probabilmente uno dei luoghi più estremi e affascinanti del pianeta, in compagnia degli “Uomini Blu”.

Testo e foto di Michele Dalla Palma

Sahara algerino (©ph.Michele Dalla Palma)

“Esiste un tempo, che non è già più giorno ma non ancora notte, in cui, da milioni di anni, per un momento lungo quanto il tramonto il vento racconta le sue storie alla sabbia del Sahara. Si muove lento, all’inizio, per poi crescere portando miliardi di granelli di roccia da un punto all’altro del deserto. Ho imparato ad ascoltarlo, il vento, nei tanti giorni vissuti in questo ambiente immenso e fascinoso, e ogni tanto riesco anch’io a capire la sua voce…”

                                   (in qualsiasi punto dell’infinito Sahara)

Conquistare l’inutile…

Attraversare deserti, per assecondare un innato bisogno di “avventura”, ha ben poco valore, al di là della gratificazione personale.

Come a nulla serve scalare montagne. Combattendo battaglie impari con gli umori del mondo, cercando a volte di capire, altre volte di sconfiggere, le nostre paure.

Gli spazi infiniti del deserto possono produrre una sterile sensazione di vuoto, di inutile, di incomprensibile a chi non riesce a farsi partecipe, con tutti i sensi e non solo con lo sguardo, delle maestosità di questa che forse, insieme alla vastità degli oceani, è la più violenta e primordiale manifestazione di potenza della Natura.

Del resto, noi uomini siamo terrorizzati dal concetto di infinito, perché non riusciamo a dargli una misura comprensibile alla nostra immaginazione; entrare in risonanza con la vastità del deserto, e il suo ripetersi all’infinito, aiuta invece a intuire, in modo reale, il concetto di Assoluto.

Di fronte al quale la nostra capacità interpretativa, teoricamente in grado di relativizzare ogni principio, si arrende.

Come l’Assoluto e l’Infinito, il deserto non deve essere capito, o interpretato. Non può essere assimilato all’esperienza umana. Va, semplicemente, subìto.

Apologia della Solitudine

Cammino, in questo mondo di polvere leggera. Solo. Ascoltando il rumore dei miei pensieri. Animali randagi che corrono lontano inseguendosi sui profili infiniti delle dune.

Mi sorprendo a non provare il bisogno di pormi alcuna domanda. Felice solo di essere dentro questo universo. Invisibile, ma vivo, puntino nell’infinito.

Sulla schiena il peso di uno zaino invisibile. Pieno di inquietudini e fantasie, che mi costringono, spesso, ad abbandonare la vita quotidiana per rincorrere un’emozione.

Nella sabbia, solo apparentemente monotona, risplendono magnifiche pietre colorate sinuosamente lavorate dall’opera incessante del vento, che le arrotonda, le scolpisce, le modella regalando alla pietra inerte nuove vite.

Ma l’anima, l’essenza della gemma rimane immutabile. Solo le più fragili vengono disgregate, trasformate in polvere indistinta.

Forse deve essere così anche per le emozioni. Bisogna manipolarle, corromperle, arrivando quasi a frantumarle cercando di cambiarle, per riuscire a scoprirne la vera anima. Un gioco pericoloso che condiziona, da sempre, la mia vita.

Universo estremo

Vapori di calore, sinuosi ed evanescenti come pennellate astratte di un pittore cosmico, rendono indistinguibili i profili dell’orizzonte.

Trasformando in uno scenario quasi liquido l’assoluta immobilità del deserto. Sempre uguale a se stesso, all’infinito, ritmato dal rumore sordo dei nostri motori che si conquistano lo spazio inventando linee immaginarie sulla sabbia.

Nelle frequenti soste, mi piace camminare a piedi nudi sulla sabbia finissima, quasi fredda sotto lo strato superficiale bruciato dal sole.

A dispetto delle raccomandazioni di chi, “esperto” di deserto, mette in guardia i malcapitati compagni dal contatto con questo elemento magnifico e sensuale favoleggiando di serpenti e insetti letali pronti a colpire, e ogni sorta di pericolo.

Astuti commercianti vendono scafandri e scarpe blindate per proteggersi dalle “insidie” della natura selvaggia.

Stivali color caki alti fino al ginocchio sono l’uniforme tipo del “vero” viaggiatore sahariano. E identificano chi il deserto l’ha visto solo comodamente seduto nella poltrona in dolbysurround di un cinema metropolitano.

Non ho mai visto un tuareg con gli scarponi. I sandali aperti, diventando parte del terreno, permettono alla sabbia di accarezzare i piedi nudi senza le frizioni che invece, inevitabilmente, lo stesso elemento provoca all’interno delle calzature, visto che non esiste nulla di così impermeabile da impedire a questa polvere, impalpabile ma terribilmente abrasiva, di penetrare ovunque.

Altro mito da sfatare è la presunta pericolosità del dormire all’aperto. Quando posso evito, nel deserto, di dormire imprigionato in un guscio di nylon.

Perché non si riuscirebbe ad ascoltare il respiro del vento, che di notte, quando ogni attività degli uomini è spenta, nel silenzio di un mondo alieno racconta le sue storie.

Nel deserto con gli Uomini Blu

Il loro nome, di origine araba, significa “abbandonati da Dio”, perché così dovettero apparire ai primi viaggiatori questi predoni nomadi che hanno difeso con orgoglio e ferocia la loro indipendenza, prima dai Romani, poi dagli Arabi e infine, nei tempi più recenti, dai Francesi.

Questo popolo, diviso in 21 clan tribali chiamati Kel, possiede una radicata cultura tradizionale, caratterizzata da un’antica lingua, il Tamasheq, e un proprio alfabeto, definito tifinar straordinario filo diretto con le loro primordiali origini berbere.

L’etnia Tuareg è stimata attualmente in circa 400.000 persone, ma solo 50.000 hanno conservato la purezza originaria, e vivono attorno ai massicci montuosi dell’Hoggar e del Tassili.

Gli altri, meno puri per incroci con le razze nere del centro Africa, vivono più a sud, nella steppa che va da Timbuctou sul fiume Niger al Lago Ciad.

La struttura sociale è ancora di tipo feudale, e i tuareg del Nord sono uniti in una confederazione di tribù sotto il comando di un sovrano. Il gruppo più importante è il Kel Air che vive nei dintorni dell’omonima catena.

Signori assoluti delle carovaniere che attraversavano il deserto, i Tuareg si spostavano in continuazione secondo le esigenze del pascolo delle bestie e per ragioni commerciali, motivi tra loro essenzialmente connessi.

I servi e gli schiavi avevano anche il compito di estrarre pezzi di sale dai giacimenti a cielo aperto che si trovano a nordest dell’Hoggar; il minerale veniva quindi trasportato ad Agadèz, in Niger, con lunghe carovane che sostavano anche mesi, in punti stabiliti, per permettere il pascolo dei dromedari.

Un ciclo – estrazione del sale / viaggio in carovana / pascolo dei dromedari – durava l’intero anno. Scomparse le razzie ai danni delle carovane di passaggio e ridotti al minimo gli scambi commerciali, oggi i tuareg si dedicano sempre più alla pastorizia e all’agricoltura, oppure si mettono alla guida dei camion che ormai hanno sostituito le “navi del deserto” a quattro zampe.

Il loro innato senso dell’orientamento tra le dune, senza alcun punto di riferimento, ne fa una categoria di autisti straordinari, e sono i più ricercati per guidare le spedizioni che si avventurano in territori sconosciuti dell’area sahariana.

Gli accampamenti, con le tende di pelle di pecora colorate con ocra, tendono a divenire stabili e i governi nordafricani premono in questo senso offrendo ai tuareg anche scuole e moderne strutture sociali.

Alcuni di loro però non vogliono rinunciare al tradizionale nomadismo e combattono per l’autonomia del loro popolo con sanguinosi atti di guerriglia che rendono ancora oggi insicure alcune piste del deserto.

La magia della notte

Violando la coperta di foschia umida e appiccicaticcia che il caldo lascia in eredità alla notte, la volta stellata del deserto appare all’improvviso.

Uno spettacolo indescrivibile. Mi sento completamente a mio agio in questo universo per altri ostile. La mia anima irrimediabilmente nomade trova la sua dimensione negli spazi senza fine. Poco importa se sono le grandi cime o le immensità dei deserti.

Mi piace addormentandomi col cielo negli occhi. Mi piace accarezzare la sabbia a piedi nudi. Mi perdo ad ascoltare i rumori, spesso impercettibili, di questo mondo che vive seguendo ritmi che non riusciremo mai a misurare. Ci sono momenti in cui il tempo rallenta, e per un attimo pare fermarsi.

Sdraiato sul terreno, guardo gli ultimi sussulti del fuoco che per gli uomini del deserto è compagno inseparabile. Usando la sabbia davanti a sé come una lavagna, Sheriff, accosciato con le gambe incrociate, ripete in modo quasi meccanico un gioco divinatorio dal quale trarre auspici che solo un tuareg sa interpretare.

Il passatempo con cui i nomadi del deserto sono capaci di trascorrere intere nottate consiste nel tracciare con le dita una serie decrescente di striscioline per un determinato numero di volte. Lo osservo mentre scruta attento la sabbia che pare svelargli segreti sconosciuti e insospettati, traditi dalle espressioni del volto che mutano ad ogni nuova sequenza.

Ripetendo gesti e riti ancestrali, Mohamed appoggia un ceppo di acacia sulle braci ardenti. Il legno, aspro e contorto, corroso dalla sabbia e dal vento di mille tempeste, tossisce, scricchiola, stride.

Poi, esausto, si abbandona all’abbraccio del fuoco. Rivive così, nelle trasparenze della fiamma che disegna misteriose ma reali ombre sulla sabbia, la magia del deserto. Sempre uguale a se stessa, ogni giorno e ogni notte diversa.

Il ceppo, bruciando, respira lentamente, e con lo stesso ritmo Jeli Ali travasa infinite volte da un recipiente all’altro, facendolo cadere dall’alto, il thè alla menta, fin quando non si trasforma in una morbida schiuma.

Solo allora, senza parole, mi porge un minuscolo bicchiere con la bevanda. Un rito quasi magico, che altre volte ho vissuto, e, a volerlo, si protrae per tutta la notte.

Perché perdersi la musica del deserto è rinunciare a vivere.

Gli antichi artisti del Sahara

Con le sue oltre 15.000 pitture e incisioni rupestri, il Tassili N’Ajjer è un’autentica enciclopedia di storia umana scritta sulle rocce del deserto.

Anche se già nell’800 qualche esploratore tedesco e inglese aveva raccontato di aver visto pitture e incisioni probabilmente molto antiche sulle falesie rocciose di alcune zone del Sahara, e nel 1932 Charles Brenans, giovane colonnello francese, aveva scoperto in una scarpata del Tassili splendide incisioni raffiguranti buoi, elefanti, giraffe, rinoceronti, antilopi, leoni, oltre a numerose e diverse figure antropomorfe, solo nel 1956, grazie ad una monografia pubblicata dall’etnologa svizzera Yolande Tschudi, i graffiti e le pitture rupestri del Sahara diventano un patrimonio unico e irripetibile della cultura umana.

Bisogna viaggiare, spesso per giorni, lungo percorsi fuoristrada estremi per raggiungere alcune località, ma il viaggio vale sempre l’emozione di rimanere a bocca aperta davanti a manifestazioni d’arte antica che hanno pochissimi equivalenti in qualsiasi altra parte del pianeta.

Alcuni si sono spinti a definire i muri e soffitti affrescati di grotte e falesie come autentiche “cappelle sistine” nel deserto. A mio parere, l’emozione di smarrire occhi e pensieri nelle suggestioni artistiche di manufatti che hanno anche più di 10.000 anni, non ha alcun paragone con nessun’altra opera d’arte.

Informazioni utili:

Avventura nel Sahara – Dicembre 2025

Ci vogliono due ore di volo per raggiungere Algeri distante 1200 chilometri da Milano… ma bisogna percorrerne altri 1600, dalla capitale algerina, per raggiungere Djanet, nell’estremo sud del più esteso Paese africano. Nel cuore del Tassili, questo piccolo villaggio al centro di un’altrettanto piccola oasi è da sempre riconosciuto come la capitale dei Tuareg. Di tutti i Tuareg, non solo quelli algerini, perchè gli “Uomini Blu” del deserto non riconoscono confini e nazioni, ma solo la loro grande patria che è il Sahara. Edifici di fango e legno appiccicati alle rocce tradiscono la vita semplice di questa popolazione ancora seminomade; la casa è un punto di sosta, ma sempre momentaneo e approssimativo, perchè la vera casa è l’infinito di dune e vento che nessun governo o esercito potrà mai “delimitare” con l’arroganza di un confine o di una frontiera.

Ogni anno, proponiamo, nel periodo migliore per scoprire il deserto, dieci giorni di autentica avventura, con campi tendati mobili in alcune delle aree più affascinanti del Sahara, per scoprire l’universo di sabbia e rocce ma anche le straordinarie testimonianze artistiche nascoste nel cuore del Tassili, vivendo insieme agli “Uomini Blu”.

Informazioni: Michele Dalla Palma – info@micheledallapalma.it

Testo e foto di Michele Dalla Palma |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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