Ai Caraibi sullo Star Clipper, lo svedese volante

Mikael Krafft, il proprietario svedese,  ripropone l’irresistibile fascino di queste imbarcazioni, sottili, eleganti e veloci. Epigone del mito della navigazione a vela prima dell’avvento del vapore. Riconvertite in lussuosi hotel galleggianti accompagnano i turisti in crociere tra mito e realtà per esplorare luoghi leggendari.


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Non appena si alzava il vento, il nostromo si armava del suo fischietto e in pochi secondi marinai, dai capelli lunghi e unti, sbucavano da sottocoperta a frotte e si arrampicavano per le scale di corda, fino all’ultimo pennone dell’albero maestro. Ognuno verso la propria vela e quel punto preciso, nel groviglio di sartiame e confusione complicato come due o tre ragnatele una sopra l’altra. In piedi, allineati sulla fune tesa, aspettavano l’ordine modulato del fischietto per sganciare le vele. Sul ponte altri marinai ai verricelli, issavano rande, fiocchi e controfiocchi, velaccini e carbonere, le varie vele triangolari che coprivano gli spazi tra un albero e l’altro, tirando drizze di canapa grosse come avambracci. Di colpo lo scheletro dell’insieme di alberi diventava lo spettacolo maestoso di un veliero con tutte le vele a riva, cioè issate. Una delle “sculture” più belle che l’uomo abbia mai inventato. La tela si gonfiava, gli alberi scricchiolavano, dal ponte il capitano passava gli ordini, si regolavano rande e fiocchi perché nulla della potenza del vento andasse perduta. La prua si alzava e lo scafo, lungo e sottile, cominciava a saltare sulle onde a velocità per quel tempo impressionanti: 15 perfino 20 nodi. Da Shangai a Portsmouth, Inghilterra, in 90 giorni con sopra un carico di prezioso tè.




Così erano i clipper. Fine ‘800: qualcuno intuì che era meglio trasportare meno merce ma più velocemente. Nacquero queste navi affascinanti, filanti, leggere, con vele su alberi di altezze mai viste, velocissime rispetto ai panciuti vascelli dell’epoca che quando riuscivano a fare i 6 nodi il capitano stappava due bottiglie di rhum. Fu l’ultimo fantastico momento dell’epopea romantica della vela. Di lì a poco sarebbe arrivato il vapore. Riesco solo a immaginare la vita di bordo dell’epoca mentre mi trovi a mollo nella piscina numero due di un moderno e solido veliero di alluminio e acciaio con un carico che non è di tè cinese diretto a Portsmouth, ma di turisti. Non è neppure il mar della Cina, ma quello dei Carabi. Però il vascello è davvero un clipper. Si chiama Star Clipper, 115 metri, quattro alberi, tre con vele triangolari, uno, l’albero di trinchetto, con i pennoni e le vele quadre e un bompresso, che si allunga sull’acqua per qualche decina di metri e un magnifico slancio di poppa d’altri tempi. Una ricostruzione minuziosa, un’illusione perfetta, ma tecnologia moderna.





Nascosti da qualche parte ci sono i motori, ma il fumaiolo, non si vede, abilmente nascosto dentro l’albero più a poppa, cavo. L’insonorizzazione perfetta fa il resto. Anche quando i motori aiutano le vele nessuna vibrazione, nessun rumore, solo il fruscio, o il fragore del vento sul cotone delle tele. Niente nylon, neppure per cime, scotte, drizze, cavi. E solo legno anche per i bozzelli, le caviglie. Ottone per le gallocce, ferro e metallo per le sartie. Però lo scafo è in solido acciaio. Altra inevitabile concessione: una serie di motori elettrici che svolgono, il lavoro ai verricelli. Quando il capitano decide di “tirar su le vele” si muove una squadra di una ventina di marinai. Niente fischietto del nostromo, ma comandi dati via radio. Schiacciando una serie di interruttori dai pennoni dell’albero di trinchetto cominciano a scendere le vele quadre. Piano piano e poi si tendono fino a prendere il vento. Un altro comando e i pennoni ruotano sulle trozze per mettersi “giusti”.






Contemporaneamente verricelli vari issano le rande, i fiocchi, e tutti i triangoli di tela facendo il lavoro di qualche altra decina di marinai. Tutto questo con l’accompagnamento non delle urla e bestemmie ottocentesche dei rudi marittimi dai capelli unti, ma di un enfatico pezzo musicale di Vangelis, “Conquest of Paradise”. E tutto ridiventa ottocentesco quando con le vele a riva la Star Clipper fila dritta e veloce nelle onde, giustamente sbandata sul lato sottovento come tutte le barche a vela, e non importa se l’acqua delle piscine prima e seconda (ce ne sono due) esce  ad allagare il teak del ponte ed è difficile camminare qua e là per la nave: così deve essere. Facciamo finta anche di non vedere il display con tante lucine e led e numerini rossi davanti al timoniere al centro del ponte (però il timone è di quelli antichi, una grande ruota di legno) e il monitor del radar che scruta i dintorni.



Perfetto nella velatura
con l’albero maestro si dice più alto del mondo (oltre 54 m.),  perfetto il ponte in legno. Certo nei vecchi clipper da trasporto la piscina non c’era, però anche ai tempi esistevano lussuosi clipper per passeggeri. Sottocoperta sei abbracciato da legno lucido ovunque. Corridoi, cabine, sala ristorante, pareti e pavimenti (dove non c’è la moquette con disegni marinari). Stile vittoriano nell’arredamento e nei particolari, efficienza nelle strutture tecniche. Il top è la cabina armatoriale a poppa, con “finestre” sul mare, vasca con idromassaggio; le più economiche le cabine interne. In mezzo altre tipologie di cabine: noi siamo nel Commodore deck, con oblò a livello acqua, abbastanza in basso da non sentire gli effetti di rollio e beccheggio in caso di mare mosso. Il resto è la vita di un piccolo, lussuoso hotel che vaga per i mari con un servizio all’altezza.



Così se il capitano russo (peraltro aiutato da un giovane marittimo italiano, comandante in terza, Ignazio D’Elia verace campano di Salerno) e le  sue capacità di marinaio rendono sicura la navigazione, le capacità di anfitrione di Rolando Lucci, toscano di Pietrasanta, ma abitante del mondo, con passato a Bahamas e casa in Thailandia, hotel manager della nave, rendono piacevole il soggiorno nell’hotel viaggiante. E’ lui che assicura che ogni passeggero abbia poderose colazioni al mattino, ricchi menù a pranzo e cena (elaborati e inventati da uno chef stellato Michelin francese), gustosi tea time al pomeriggio, non dimenticando lo spuntino di mezza mattina. Ed è ancora lui che a noi italiani rallegra lo spirito con racconti di vita di un certo fascino, e qualche lieve e sano pettegolezzo sulla vita di mare vista dal lato professionale. La sera, dopo la cena, di solito in navigazione, si sta tutti sul ponte superiore, nella grande area davanti al Tropical Bar a bere rhum, perchè siamo tutti marinai, a sentir suonare un maestro di piano bulgaro, a guardare le stelle.


La crociera



Il primo impatto con la barca si ha sulla banchina del porto di Saint Martin, Mar dei Caraibi, parte integrante di Paesi Bassi, da una parte e dipartimento d’Oltremare francese dall’altra. Appena 88 kmq ridicolmente divisi in due. Un passo e devi cambiare lingua, moneta, abitudini, anche se l’isola ha la stessa pelle e la stessa anima e le due capitali, che i suoi abitanti non vedranno forse mai, stanno a dieci ore d’aereo: gli ultimi effetti del colonialismo. Il vantaggio è che si ha un volo diretto da Parigi, con atterraggio spettacolare su una lingua di terra su cui sono riusciti a disegnare un aeroporto. Al porto ci aspetta il Clipper. Una magnifica prua che si staglia dentro il sole al tramonto, una fiancata immensa tutta bianca, lo scheletro degli alberi sopra e i marinai che vanno e vengono con i bagagli. Scaletta fissata sul fianco, traballante come sono sempre le scalette delle barche, perché devi capire subito che niente d’ora in poi sarà più fermo sotto i tuoi piedi, e si arriva a bordo della nave.



Saint Martin è la prima della corona dei Caraibi, la più vicina a San Juan, Hispaniola e Cuba. Da qui si snocciolano verso sud tutte le altre isole che tocca la crociera. Montagne all’interno fitte di boschi, una grande spettacolare laguna (divisa in due da un confine acquatico), alcune vaste baie, due minuscole capitali (Marigot e Philipsburg) convulse e rumorose come metropoli latine, qualche magnifica spiaggia bianca, una serie di ville principesche per ricchi americani, alberghi di grande livello, accompagnati dai casermoni del turismo quasi di massa. Ma anche pezzi di autenticità caraibica. Grand Case, per esempio, villaggio sul mare nella parte chiamata French Cul de Sac, ristorantini (in uno si mangia direttamente sulla spiaggia, cercatelo all’inizio sud del paesino), piccole boutique, piccole gallerie d’arte di artisti locali (o francesi fuggiti dal trambusto parigino), musica che sbuca da ogni angolo. Doveste un giorno fermarvi qui e passare una vacanza stanziale a Saint Martin, poco lontano da Grand Case c’è un magnifico albergo a quattro stelle, l’hotel Marquis, sistemato a mezza collina con una vista stratosferica sul mare e spiaggia a disposizione in basso. Una crociera non può essere un viaggio di conoscenza. C’è poco tempo. Si catturano emozioni, si diceva. Tutti a bordo, bella cabina, un oblò sulle onde, l’azzurro del mare e del cielo che si fondono nella cornice circolare di ottone. E si va.




Rotta a sud, si sfiorano Sint Eustatius, Saint Kitts per approdare a Nevis che con Saint Kitts costituisce uno Stato. Nevis è l’isola più piccola delle due. Un vulcano verde di vegetazione, piantato in mezzo alle onde, bordato di spiagge straordinarie lungo tutto il perimetro. Scendi a terra per fare un giro nelle bellezze naturali dell’isola o una passeggiata nel piccolo borgo di pescatori con le case di legno dipinte di azzurro, giallo e rosso che finiscono praticamente sulla spiaggia.





La seconda tappa è Dominica, sempre più a sud, ex colonia britannica, che si raggiunge in una lunga notte di navigazione tranquilla, Due minuti dopo l’attracco siamo su un microbus alla scoperta dell’isola, ma qualche ora dopo c’è il rischio di non voler risalire a bordo tanto l’isola è la cosa più vicina all’ideale di vita, teorico, che tutti inseguono. Magnifica Dominica. E’ la più semplice e pura di tutte le terre incontrate nel viaggio. Nessuna barca in rada, se ci sono turisti non si muovono a frotte; dei condomini di Saint Barth nessuna traccia. Silenziosa, quasi irreale come il Waitukubuli National Trail, il percorso naturale più lungo dei Caraibi che vaga dentro un paesaggio ancestrale. La chiamano Isola della natura, le sue foreste pluviali sono patrimonio dell’Unesco.



Les Saintes, la tappa successiva è a una decina di miglia. E’ un minuscolo arcipelago che fa parte delle isole della Guadalupa: 9 piccoli segni sulla carte geografica, un ambiente terrestre e marino magnifico. Lo Star Clipper è stato sistemato con maestria alla fonda in una baia azzurra di Terre-de-Haut, l’isola più grossa. Si va a terra con le lance di salvataggio che servono anche da navette. Tenero il paesino-capitale, pratico l’uso di noleggiare scooter ai turisti per vagare nell’isola. Un paio d’ore e si è vista tutta, compreso il Fort Napoleon, forte francese costruito sulle rovine di un forte inglese e un bagno nell’oceano davanti alla solita enorme spiaggia bianca.



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Guadalupa è ancora più vicina, così il capitano russo si diverte, a tirar su le vele e a fare un po’ di manovre, qualche virata, una strambata. E’ l’isola più grande della crociera, composta da due isole separate da un canale: Basse Terre e Grande Terre. Una buona strada asfaltata percorre completamente il suo perimetro. Serve un’auto, pochi dollari e i paesaggi caraibici sono un film senza sosta che si proietta sui finestrini.  Per arrivare fino alla capitale Pointe-à-Pitre, la metropoli: traffico, rumore, code ai semafori. Da rimpiangere tutto il resto.




La Star Clipper fa rotta a Nord verso Antigua. Bella, piacevole; una via di mezzo tra i fasti di Saint Martin e la bellezza di Les Saintes, senza avere la semplicità austera di Dominica. “Stavo a Parigi, prima” mi dice un venditore di piccoli manufatti artigiani incontrato su uno spaiggione a ridosso di Falmouth Harbour, avrà trent’anni “ero stressato e povero senza un perchè. Sono ancora povero ma non sono più stressato”. Allo spiaggione ci si arriva con un taxi pubblico. Si aspetta davanti alla chiesa del villaggio e quando il solito microbus ha messo insieme sei o sette passeggeri, si va. Un euro e sei in un paradiso di sabbia e di palme.




Non resta che Saint Barth, la Saint Tropez dei Caraibi. Famosa anche solo per gli atterraggi spettacolari a cui sono costretti gli aerei per via di una pista cortissima che fa sfiorare ai carrelli una strada in cima ad una collinetta. Bella la città, Gustavia per via di un passato svedese, bellissimo il suo porto zeppo di yacht d’ogni forma e dimensione, bello l’interno, al solito verde e boscoso. Si va in giro con una Mini Cabrio chiudendo il tetto quattro o cinque a causa di quattro o cinque acquazzoni violenti che intristiscono il paesaggio. Siamo ripiombati nei Caraibi più turistici e frequentati e domani saremo di nuovo all’ombra dei condomini di Saint Martin. Magnifico viaggio, finito. “Tutto finisce” mi dice Rolando, l’hotel manager della nave. Non per lui, che dopo una puntatina in Thailandia o chissà dove, ricomincerà. E lo fa quasi da mezzo secolo. O giù di lì.


Testo di Lucio Valetti     Foto di Sergio Pitamtiz

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