Le suggestioni delle antiche roccaforti Swahili dell’oceano Indiano


Il celebre viaggiatore marocchino Ibn Battuta che visitò Kilwa nel 1329 la descrisse cosi: “Una delle più belle e meglio costruite città del mondo!”

Riferendosi a Kilwa occorre precisare che esistono tre diverse località: Kilwa Masoko (Kilwa del mercato), Kilwa Kisiwani (Kilwa dell’isola) e Kilwa Kivinje (Kilwa degli alberi di Causarina), adagiate a breve distanza l’una dall’altra nella baia di Kilwa, circa 315 km a sud di Dar es salaam in Tanzania. I siti archeologici conservati sulle isole di Kilwa Kisiwani e Songo Mnara sono stati dichiarati monumenti nazionali e patrimonio dell’Unesco per la bellezza delle rovine che ne testimoniano il glorioso passato. La cornice naturale, il mare cristallino e la vegetazione, unitamente alle testimonianze storico-architettoniche rendono uniche queste isole. Qui, più che in altre località della costa, è possibile immergersi senza compromessi nella pura atmosfera bantu-islamica, che ha prodotto la cultura e la lingua swahili. Salpando dal porticciolo di Kilwa Masoko verso l’isola Kisiwani, sulla superficie calma si specchia la folta foresta di mangrovie accarezzata da morbide nuvole, creando dei fantastici giochi di colori. Il cielo terso e la luce viva impreziosiscono lo scenario, di per sé già piuttosto suggestivo. Ammiriamo una famigliola di ippopotami che se ne stanno tranquilli a riposare: si sono abituati, nel corso del tempo, a vivere nel canale dove l’acqua salata dell’Oceano Indiano si mescola a quella dolce fluviale. Si ha l’impressione di essere inseguiti dalla tentacolare foresta di mangrovie che, fittissima, dalla spiaggia si inoltra nel mare, in un inestricabile intrico di alte radici e bassi rami nodosi. Sbarchiamo e incontriamo pescatori intenti nella riparazione dei dau (tipiche imbarcazioni locali) e nella sistemazione delle reti da lavoro.

Il cimitero Shirazi, che scorgiamo sul sentiero, appena lasciata la spiaggia, è costituito da pietra corallina e calce ricavata sul posto, come tutte le costruzioni presenti sull’isola. La storia di Kilwa Kisiwani affonda le radici in tempi remoti: ritrovamenti di manufatti risalenti al Paleolitico e al Mesolitico (tarda età della pietra e l’età del ferro) confermano che fosse già abitata migliaia di anni fa e che vi fosse una complessa industria litica. I viaggiatori che, in epoca romana, visitarono le spiagge dell’Africa orientale riferirono d’insediamenti di considerevoli dimensioni. La storia medievale di Kilwa Kisiwani è legata a una leggenda secondo cui, nel 975, il persiano Ali ben Sultan Hasan ebbe, attraverso un sogno, un presagio di sventura. Decise, quindi, di equipaggiare sette navi e salpare con i familiari e alcuni seguaci alla volta della costa africana. Una forte tempesta sparpagliò le navi che, approdando in altrettanti punti diversi, determinarono l’origine delle odierne comunità shirazi. Dal punto di vista storico, si ritiene che il primo sultanato di Kilwa Kisiwani sia stato fondato intorno al 1050 da rifugiati politici shirazi provenienti dalla Persia (l’odierno Iran), passati attraverso il Benadir, nella Somalia meridionale. Insediatisi sull’isola, si unirono alla comunità indigena e finirono per costituirne la classe dominante. La città accrebbe il proprio potere politico e commerciale e vennero allacciate relazioni con le isole di Mafia, Pemba e Zanzibar. Nel 1277, in occasione di un colpo di stato, l’isola passò sotto il dominio della dinastia yemenita fondata da Mahdali di Hadramaut; in seguito attraversò un trentennio di straordinaria ricchezza e prosperità (1300-1330). Vennero coniate monete, per la prima volta anche d’oro e furono erette costruzioni monumentali che riflettono la grandiosità del tempo. L’influenza araba favorì intense relazioni commerciali e l’apertura verso il mondo, nonché il crescente arrivo di stranieri dal Medio Oriente, che si integrarono con la comunità isolana.

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