Le suggestioni delle antiche roccaforti Swahili dell’oceano Indiano


Il fiorente commercio era agevolato dalla posizione strategica e dall’efficienza del porto, uno dei più funzionali dell’Africa orientale. Dall’interno del continente, dopo lunghi e insidiosi viaggi, vi giungevano carovane cariche di merci preziose: avorio, resina, ambra, pelli, corni di rinoceronti. La città divenne un grande bazar, dove transitavano mercanzie di ogni genere che venivano immagazzinate e utilizzate per gli scambi fra il Medio Oriente e l’interno dell’Africa. Dalle coste settentrionali e nordorientali dell’Oceano Indiano – dall’Arabia, dal Mar Rosso, dal Golfo Persico e dall’India – arrivavano imbarcazioni (dau) cariche di prodotti del mondo islamico e del lontano oriente, tra i quali ceramiche cinesi e pregiate stoffe indiane. In particolare, Kilwa Kisiwani monopolizzò il traffico dell’oro proveniente dallo Zimbabwe, sottraendolo al controllo di Sofala, situata 1.500 km più a sud, nell’odierno Mozambico. La corsa all’oro, molto richiesto in Europa e nei mercati dell’oceano Indiano, fece la fortuna dell’isola. Anche le civiltà più prospere sono soggette al declino, nel caso di Kilwa la combinazione di alcuni fattori risultò determinante: i dissidi interni per la successione reale, la competizione con i porti di Mombasa e Malindi (odierno Kenya), l’arrivo dei portoghesi e la crisi dell’oro. I Portoghesi furono i primi europei a solcare le acque dell’oceano Indiano che bagnano le coste dell’Africa orientale e rimasero sbigottiti dallo stile di vita degli isolani. Kilwa Kisiwani, abitata da una comunità mercantile priva di organizzazione militare, fu sopraffatta facilmente dalla potenza degli invasori.

Nel 1505 venne devastata e nel 1512 fu abbandonata definitivamente al proprio destino. Lo scopo dei portoghesi fu assumere il controllo delle rotte commerciali nell’Oceano Indiano e, a tal proposito, assoggettarono la stessa Sofala, dove costruirono dei forti per consolidare la loro posizione. La presenza portoghese a Kilwa Kisiwani, in fondo, è durata solo pochi anni, ma è stata determinante per la disgregazione del sistema del commercio nella regione. Alcuni secoli dopo il sultano omanita Sayyid Said trasferì la capitale del suo impero da Mascate a Zanzibar, facendo di quest’ultima il più importante centro commerciale di tutto l’oceano Indiano. La dinastia dell’Oman aveva già combattuto i portoghesi in Arabia Saudita, fino a espellerli definitivamente dalle acque dell’oceano Indiano. I commerci furono spostati nella vicina Kilwa Kivinje, mentre Kilwa Kisiwani, insieme a Bagamoyo, più a nord, divenne teatro dell’ignobile tratta degli schiavi, che raggiunse l’apice proprio in quel periodo. La città fu abbandonata e successivamente inclusa nella colonia dell’Africa Orientale Tedesca, dal 1886 al 1918. Negli anni cinquanta iniziarono gli scavi archeologici che assicurarono all’isola la necessaria tutela, con il già citato inserimento nella lista del Patrimonio dell’Unesco. Per contrastare il deterioramento dovuto al tempo e agli agenti atmosferici, dal 2004 al 2006 ha avuto luogo un progetto di riqualificazione e restauro del sito per opera di una commissione patrocinata dai governi tanzaniano, giapponese e francese. Le maestose rovine lasciano immaginare lo sfarzo e la sontuosità raggiunta dall’isola nel corso dei secoli e delle varie dominazioni che si sono susseguite. Testimoniano l’influenza di culture appartenenti a popoli stanziati in paesi lontani, che nel corso del tempo intrattennero relazioni commerciali con l’isola: l’Oman, lo Yemen, la Persia e il delta dell’Indo. La pace del luogo permette di apprezzare le vestigia architettoniche e i superbi scenari, conducendo il visitatore in un’atmosfera d’altri tempi.

Testo e foto di Francesco Cosentini © RIPRODUZIONE RISERVATA

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