Lo Zambia in bianco e nero

di Paolo Solari Bozzi

Zambian Portraits è il volume fotografico di Paolo Solari Bozzi appena uscito che racconta l’Africa. Le sue fotografie parlano dello Zambia in particolare, narrandolo attraverso degli scatti memorabili che immortalano gli sguardi di bambini, anziani, donne e uomini del continente più antico del mondo. Per quattro mesi Solari Bozzi ha viaggiato a bordo del proprio fuoristrada, percorrendo più di diecimila chilometri su strade sterrata alla scoperta della terra magica e misteriosa dello Zambia. Centoventidue immagini in bianco e nero sviluppate e stampate nella sua camera oscura personale e che verrano esposte alla Libreria Hoepli di Milano.

“Quando i miei genitori mi regalarono a 15 anni la prima macchina fotografica (una Nikkormat nera, con un buon obiettivo Nikkor 50mm f/2) seppi subito che col tempo questo hobby si sarebbe trasformato in passione. Ispirato dal fascino di Venezia, dove stavo ultimando al Collegio Navale Francesco Morosini i miei studi liceali, scattai durante le libere uscite le prime foto. La vera svolta arrivò con la messa a disposizione in Collegio di uno spazio tutto mio da adibire a camera oscura e con le prime benevole “lezioni”, assieme agli apprezzamenti, di un mio compagno di Collegio più anziano. Pur avendo per un periodo di tempo utilizzato molto anche la diapositiva a colori, feci nel corso degli anni una chiara scelta di campo a favore della pellicola in bianco e nero.

A questo si aggiunse, come mio “territorio di caccia” prediletto, l’Africa. Da 20 anni punto il muso della mia Land Rover (attrezzata per le spedizioni avventurose “alla Nino Cirani”, divenuto il mio secondo padre) verso Sud, sempre rifiutandomi di andar altrove perché secondo me, mentre è impossibile conoscere tutto il mondo, è viceversa concepibile conoscerne solo una parte – ma bene. Per la sua luce, che ho ritrovato da adulto dopo esser vissuto da piccolo per 4 anni in Marocco, e per i suoi orizzonti, che ho imparato ad apprezzare e ad amare nei primi viaggi nel Sahara, l’Africa mi attira da sempre molto. E così, dopo aver viaggiato a varie riprese nei Paesi desertici del Maghreb, mi sono invaghito dell’Africa Australe, coronando il mio sogno con un investimento nel 2008 in due lodge (Sausage Tree Camp e Potato Bush Camp), situati in Zambia in un Parco Nazionale, lungo le sponde del fiume Zambesi.

Sia il mio primo libro “Nambia Sun Pictures”, Tecklenborg Verlag, 2013) sia il secondo (“Zambian Portraits”, Skira editore, 2015) ritraggono alcuni aspetti di due Paesi meravigliosi, sconfinati in tutto, ricchi di meraviglie umane e naturali, e di cultura. Durante i 70 giorni di viaggio trascorsi in Namibia nel 2010 e nel 2012 e i 4 mesi trascorsi nel 2014 in Zambia, ho affrontato ogni scatto con quel rispetto dovuto a chi ti ospita e non, come spesso vedo fare oggi, stravolgendo la scena e “mettendola in ordine”, insomma piegando gli scenari ai dogmi imposti dalle riviste patinate. L’uso del bianco e nero s’inserisce nel lungo filone di quei grandi fotografi e registi (uno per tutti: Ingmar Bergman) che hanno scelto la profondità, il dettaglio e la magia viva della monocromia per i propri capolavori. Sono sempre stato convinto che il colore, per quanto stupendo, distragga e non possa restituire l’animo delle persone, le loro cicatrici e sofferenze, il loro amore.

Sviluppare i miei film e stampare i miei negativi in camera oscura – seguire quindi tutto il processo in prima persona – è sempre stato il mio credo e la mia passione. Nessuno ha mai sviluppato i miei rulli. Non ho ceduto né tentennato di fronte alle sirene consumistiche del digitale. Rifiuto l’idea della resa immediata, sul display sul dorso della macchina, di uno scatto. Per me, lo scatto è sacro e lo sviluppo una magia che si ripete. Durante i miei lunghi viaggi in Africa, talvolta di 3 o 5 mesi, custodisco in un posto fresco della macchina le pellicole, impresse e numerate, per il resto del viaggio e aspetto, come si è fatto per 170 anni, di veder affiorare in camera oscura il risultato del mio “bottino di caccia”. Voglio sapere di avere la pazienza necessaria e rischiare d’aver “sbagliato” qualche scatto – o magari tutto quanto. Sono convinto del fatto che in tal maniera il fotografo si sforzerà in modo particolare, nella composizione e nella tecnica di ripresa, al contrario di un fotografo digitale di media bravura che con un semplice “klick” può cancellare, e rifare, la foto.

Sostiene il filosofo tedesco Walter Benjamin nel suo meraviglioso saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936), che la moltiplicazione delle copie distrugge l’essenza e l’unicità dell’opera d’arte. Benjamin ha coniato il celebre concetto di “Aura”, la quale “vive” in un’opera d’arte unica, ad esempio in un quadro o in una scultura, mentre essa si “decompone” (e va persa) nel caso di una fotografia, per sua natura riproducibile. E’ anche prendendo spunto da questa riflessione di teoria della fotografia che difendo il metodo analogico nel processo fotografico. Infatti, con questa tecnica, l’originale dell’opera, il negativo, rimane unico e la mia opera prende forma in camera oscura a mia discrezione e solamente quando lo decido io. Di conseguenza, e diversamente dalle fotografie digitali, l’immagine analogica non perderà la propria Aura, perché protetta dal rischio di essere moltiplicata, riprodotta, manipolata e distribuita in maniera incontrollata.

Voglio ripartire per ogni viaggio con un nuovo bagaglio di conoscenze studiate a casa ed applicate poi sul campo, senza conoscerne il risultato prima del rientro. E’ il mio modo di onorare l’Ottava Arte, di non darla vinta al consumismo, alla vita frenetica e alla banale manipolazione dell’immagine. E comunque, al di là dell’immensa gioia che si prova in camera oscura quando a fine giornata le stampe definitive sono stese ad asciugare, la qualità di una stampa ai sali d’argento è infinitamente superiore a quella ottenuta da un getto freddo d’inchiostro sparato su un foglio col sistema binario: siamo ancora distanti da un’equiparazione, nel campo della fine art, del procedimento analogico con quello digitale.

Il lavoro di tanti mesi in camera oscura, per 8 ore al giorno, è stato molto stimolante. Con il supporto puntuale di chi mi sta vicino sono riuscito nell’impresa più difficile che si pone di fronte a chi abbia deciso di pubblicare un libro: quella della sintesi tra ciò che è e ciò che non è “da libro”, cioè pubblicabile. Questo delicato passaggio non è da tutti, molti fotografi preferendo lasciare allo stampatore di fiducia la scelta di una tecnica particolare per un dato fotogramma. Di più. L’intenso lavoro in camera oscura è stato per me il barometro del mio stato mentale e fisico in un periodo tragico della mia vita, nel quale ho combattuto un tumore maligno e molto aggressivo. Se stavo bene – non appena stavo bene – lavoravo in camera oscura al mio libro. E quante volte ci sono andato e sono ritornato a casa dopo un’ora appena, incapace di stare in piedi per il tempo necessario! La mia innata curiosità di conoscere, esplorare e vivere, la volontà di pubblicare questo libro mi hanno tirato fuori dalla palude nella quale ero precipitato nel 2011. Oggi sono felice di condividere il mio impegno e sforzo con i lettori. “

Foto Paolo Solari Bozzi | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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