Sessant’anni di Europa

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È difficile pretendere che le giovani generazioni – quelle per intenderci che vivono gli anni della connessione perpetua e dei rapporti interpersonali affidati ai social network – si entusiasmino per un’Europa che in questi giorni ricorda e festeggia il raggiungimento dei suoi sessant’anni di esistenza. È vero che è un’Europa che pare si stia ripiegando su sé stessa, timorosa o irritata per i molteplici fattori di ‘disturbo’ che l’attanagliano; ma è altrettanto vero che si fa strada l’idea, se non il compiuto convincimento, che senza di essa il futuro sul quale incombono scenari di difficile interpretazione e prevedibilità, risulterebbe senza dubbio più ostile. Sarebbe necessaria una comprensione storica degli ideali che hanno portato alla nascita dell’Unione. Chi era giovane quando l’Europa è nata, ha vissuto momenti di grande entusiasmo e di fiducia in ciò che il vecchio continente sarebbe divenuto; erano gli anni della Cinquecento, delle Vespe, delle Lambrette e la vita di tutti giorni (ancora dolorose le tracce di una guerra mondiale insensata) si apriva verso scenari di pace, di voglia di ‘fare’, insieme al desiderio di voltar pagina, accantonando litigiosità e ostilità. Ecco perché, ancora, chi era giovane nel 1957, ha recepito questi messaggi di ottimismo e di fiducia reciproca e vorrebbe ne fossero partecipi anche le attuali generazioni europee, le uniche in grado di garantire continuità e sviluppo.

Non sono stati pochi gli uomini politici che hanno portato a compimento l’ideale di un continente unito, sancito dal trattato di Roma del 1957. Alcuni di questi personaggi sono entrati a buon diritto nella storia: Churchill, De Gasperi, Monnet, Schuman, Spaak, Spinelli, per citarne alcuni, ai quali si sono uniti leader lungimiranti di diversa estrazione: combattenti della Resistenza, avvocati, uomini di legge, imprenditori illuminati; senza il loro impegno e le loro motivazioni non vivremmo nel clima di pace e stabilità che oggi diamo per scontato. Le tappe dell’Unione non sono forse note a tutti, ed è un peccato, perché hanno segnato la nascita di ideali e speranze che hanno condotto verso atti concreti a formare quel tessuto di cooperazione che oggigiorno appare come sfilacciato, talvolta mortificato dalla negazione ottusa dei valori iniziali dai quali ha preso avvio. Ai sei Paesi fondatori (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Italia, Germania e Francia) firmatari del trattato romano che oggi malgrado tutto si festeggia, si sono via via aggiunti altri Paesi europei sino a raggiungere il ragguardevole numero di 28 nazioni, con l’ingresso nel 2013 della Croazia. Forse, non senza ragione, si può imputare all’Europa l’errore d’essersi espansa troppo in fretta, senza dar modo ai Paesi nuovi arrivati di entrare nello spirito comunitario che ha animato gli aderenti della prima ora; forse ancora, molti hanno considerato solo i vantaggi, senza valutare anche gli obblighi che l’adesione comportava. Ciò che ha prodotto i disagi e il disorientamento attuali.

Quali i motivi di generale dissenso nei confronti dell’Europa? Alcuni, tra i molti: la Gran Bretagna col suo Brexit (uscirne le costerà circa 60 miliardi e rischierà di ‘perdere’ la Scozia e l’Irlanda del Nord) con l’Ungheria che chiude le frontiere ed erige muri di filo spinato, il cui esempio rischia di coinvolgere altri paesi dell’Est; con la Turchia dell’Imperatore Erdogan che insulta a destra e a manca e minaccia di scatenare l’invasione di migranti per ospitare i quali è lautamente pagata. Poi la nascita e il rafforzamento di movimenti politici che propugnano l’uscita dall’Unione e l’abbandono della moneta unica; con la Spagna che teme di perdere la Catalogna e i paesi Baltici che paventano gli appetiti della Russia, già in parte realizzati con l’Ucraina. Quindi gli Olandesi che sostengono che i soldi europei alle nazioni del sud Europa vengono spesi in vino e sesso; l’indignazione di Spagna, Italia e Grecia è sacrosanta, ma noi ci lamentiamo di esser lasciati soli a fronteggiare l’immane tragedia dei migranti, dando la stura alle poco civili prese di posizione interne, condivise dalla Francia che naviga nelle stesse acque infide, definite ‘populistiche’. Persino il grande Nord europeo, da sempre portato ad esempio di maturità politica e di organizzazione sociale perfetta, non è immune da nuove ondate di dissenso e malessere nei confronti dei ‘legami’ che l’Europa impone. Per finire, crisi economiche, inflazione, mancanza di progetti per il lavoro dei giovani, terrorismo, quadro politico mondiale sempre più ingarbugliato, peggiorano la situazione. Sarà possibile superare questa fase di generalizzati ‘mal di pancia’ e recuperare gli obiettivi iniziali? La speranza e l’augurio di una svolta positiva, dagli ex-giovani (ex 500, Vespe e Lambrette) è genuinamente sincera.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

 

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