Il Paradiso esiste

di Luca Giordano

Storie di uomini e animali nel cuore del Gran Paradiso, realtà istituita nel 1922 a cui spetta il titolo di più antico Parco Nazionale d’Italia.

Ad ogni tornante una frenata, un cambio di marcia e una ripartenza. La strada asfaltata si inerpica sinuosa e ripida: segnali di pericolo ai lati della carreggiata indicano il possibile attraversamento di animali selvatici, invitando a mantenere una velocità di crociera ridotta. Il villaggio di Cogne, con le sue graziose case in legno ornate da caratteristici tetti in ardesia, è ormai in vista: siamo nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, realtà istituita nel 1922 a cui spetta il titolo di più antico parco nazionale italiano. La storia di questa area protetta, che si estende su cinque vallate a cavallo tra Piemonte e Valle d’Aosta, ha tuttavia inizio molti anni prima, al tempo del “Re cacciatore”: il soprannome che i valligiani affibbiarono a Vittorio Emanuele II dopo averlo visto all’opera sulle loro montagne non lascia adito a dubbi riguardo alle attività che il Re amava svolgere in alta quota. A partire dalla seconda metà del 1800, innamoratosi perdutamente di questo selvaggio angolo di natura, il sovrano vi si recò più volte per raccogliere trofei con cui decorare le opulente sale delle sue fortezze. Ancora oggi, nel castello di Sarre, è possibile ammirare migliaia di corna di stambecco alpino appese alle pareti, ricordi senza vita di quelle antiche gesta.

Per fortuna degli stambecchi il tempo della caccia è ormai passato e questi splendidi ungulati, protetti da una rigida legislazione, sono oggi simbolo indiscusso del Gran Paradiso. Ciò nonostante, non è concesso abbassare la guardia: in diverse circostanze, nel corso dei secoli, gli stambecchi si sono trovati loro malgrado sull’orlo dell’estinzione. La scarsa variabilità genetica derivante da questi continui crolli demografici obbliga i moderni ricercatori a monitorare regolarmente la specie: l’eventuale comparsa di malattie contagiose ad elevato tasso di mortalità potrebbe infatti mettere nuovamente a repentaglio la sopravvivenza della specie nel parco.  Un censimento svolto nel 1993 all’interno del Gran Paradiso ha rivelato la presenza di ben 5000 capi: un numero notevole, che tuttavia si è andato assottigliando negli ultimi 20 anni. Molte sono le teorie che tentano di fornire una spiegazione a questo ennesimo declino. Michele Ottino, direttore dell’area protetta dal 1998, illustra brevemente quella più accreditata, in apparenza legata al cambiamento climatico. “Alla base di tutto sembra ci sia una netta diminuzione del tasso di sopravvivenza invernale dei capretti. A fine giugno, quando i piccoli stambecchi vengono alla luce, l’erba di cui si andranno a nutrire è già stata esposta al sole per parecchio tempo, a causa di un manto nevoso sciolto ormai da settimane: la ridotta qualità del foraggio impedisce ai cuccioli di accumulare le energie necessarie ad affrontare l’inverno, che sempre più spesso risulta loro fatale.”

Il massiccio Levanne

Non sono solo i giovani stambecchi a trovarsi in difficoltà durante la stagione fredda: altre 39 specie di mammiferi, oltre a 101 specie di uccelli, condividono la loro quotidiana lotta per la vita all’interno del parco, mettendo in atto strategie di sopravvivenza tra le più disparate. I camosci alpini contrastano le basse temperature mutando il sottile manto estivo con uno più folto e scuro, che li aiuta a trattenere il calore del sole. L’ermellino, la lepre variabile e la pernice bianca, grazie ad un sorprendente cambio di colorazione, cercano invece di mimetizzarsi con l’ambiente circostante, dominato dal bianco della neve. Diverso è il caso della marmotta, che durante i mesi invernali va in letargo, limitandosi a consumare gradualmente le scorte adipose immagazzinate nella bella stagione.

Una figura dall’andatura risoluta avanza veloce sul sentiero. Ogni tanto si ferma, afferra il binocolo e osserva. Sotto la pesante giacca verde scuro, leggermente ingobbito dal peso dello zaino, si cela uno dei 58 guardaparco del Gran Paradiso. Sono loro, silenziosi e spesso invisibili, a vigilare attenti su 71 mila ettari di territorio riparando le mulattiere, monitorando gli animali ed interagendo con gli escursionisti. Felice Berthod fu tra i primi a rivestire questo ruolo tanto delicato ed importante: dopo essere stato a lungo bracconiere, egli entrò in servizio sotto la gestione illuminata dello storico direttor Videsott, trovando nel parco la propria redenzione. Molti altri furono gli animi che, scossi da una gioventù difficile all’insegna della guerra e delle privazioni, scoprirono la pace interiore insieme a Berthod, adoperandosi per la tutela di questo luogo magico.

Per quanto gli strumenti forniti in dotazione alle moderne guardie siano ben più sofisticati rispetto a quelli del passato e nonostante le corse notturne per sorprendere i cacciatori non risultino più all’ordine del giorno, la passione che spingeva i guardaparco di allora vive ancora in quelli contemporanei. Le sveglie prima dell’alba e le suole degli scarponcini consumate perdurano come simboli di una vita a contatto con la natura, con le sue bellezze e i suoi capricci.

“Quasi 2 milioni di turisti scelgono di visitare il parco ogni anno. Grazie ad una rete di sentieri di 850 km, 9 centri visite e ben 17 rifugi, il Gran Paradiso rappresenta oggi un modello di natura fruibile alla portata di tutti” riferisce il direttor Ottimo con una punta d’orgoglio. Sono davvero pochi, ormai, i luoghi del nostro Paese in cui è possibile incontrare una natura più vera e selvaggia di quella che pulsa ai piedi del Gran Paradiso, cima imponente che con i suoi 4061 metri d’altezza domina l’omonima area protetta: questa ineguagliabile opportunità ci è stata regalata da persone dalla tempra robusta e dal cuore grande, che hanno intrecciato le loro esistenze a quelle selvatiche degli animali, scegliendo di dedicare la loro vita alla salvaguardia del parco più vecchio d’Italia. Spetta a noi, ora, raccoglierne l’eredità. ? lg

Foto Luca Giordano| Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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