La ‘love story’ tra Amore e Psiche

Lucio Apuleio, detto anche il ‘madaurense’ per via del luogo di nascita (Madaura, Algeria, 125 d.C., morto in seguito a Cartagine, Tunisia, nell’anno 170 d.C.) è stato uno scrittore in lingua latina, un filosofo seguace delle teorie di Platone e un retore. Autore di molte opere, tra loro diverse per i temi trattati, è passato alla storia per aver scritto le Metamorfosi che contengono l’avventura umana e insieme divina di Amore e Psiche, una tra le più belle leggende d’amore d’ogni tempo.

Talmente nota, questa storia-leggenda, d’aver ispirato in varie epoche scrittori italiani e stranieri (Boiardo, Boccaccio, Pindemonte, Pascoli ecc.) e romanzieri come La Fontaine, commediografi del calibro di Calderón de la Barca. Quello fra Amore e Psiche appartiene alla schiera degli amori ‘quasi’ impossibili, agli amori contrastati, non di rado dagli esiti finali drammatici. Il Dio Amore (Cupido) si invaghisce e ama perdutamente la bellissima Psiche. Però questo amore nasce con un vincolo ben preciso: per far sì che duri nel tempo, l’innamorata non dovrà mai cercare di vedere il volto dell’amato. Se lo farà, il dio-amante sparirà. Questo per dirlo in parole povere. Ma Apuleio infiora la storia di mille sfumature; la colloca, con la sua facilità descrittiva, tra le grandi vicende umane che prevedono la gioia e il piacere sottostare a vincoli e divieti perché abbiano compimento o continuità. In epoca medievale il mito di Amore e Psiche è arrivato addirittura ad esprimere la credenza che l’anima potesse vivere per l’eternità e che la redenzione appartenesse di diritto a tutti.

Come tutte le favole, anche questa inizia con la fatidica frase: ‘in una città vivevano un Re e una Regina che avevano tre bellissime figlie…’. La favola prosegue dicendo che due meritavano ogni elogio, dato che univano alla bellezza una grazia e un ingegno notevole. Fuori da ogni ‘umana’ possibilità d’espressione era però la terza figlia, per la quale non esistevano parole in grado di magnificarla convenientemente. Vai a dire a una donna, che oltretutto si chiama Venere (dea della bellezza) che esiste una fanciulla così bella e così perfetta e i guai sono assicurati. Bella si, Venere, ma anche terribilmente vendicativa: chiede subito a suo figlio Amore (Cupido) di colpire con i suoi dardi infallibili la fanciulla, per fare in modo che si innamori dell’uomo più brutto e ripugnante della terra. Amore accetta, ma una volta davanti alla giovane donna, rimane così incantato dalla sua grazia, anzi, ‘basito’ a tal punto che si distrae e una delle sue frecce lo colpisce: frittata completata. Amore non vede altra donna che Psiche. Non vede altro che lei, ma non deve farsi vedere a sua volta.

Infatti l’idillio prosegue nel palazzo di Amore (alla larga da Venere) finché una notte Psiche, curiosa come quasi tutte le donne, scopre il volto dell’amato. Una goccia della lampada ad olio cade sul corpo del giovane che, per via del compromesso tradito, si allontana dal palazzo.

Le cose si mettono male per Psiche. Venere, infuriata, sottopone la povera ragazza a prove difficili dalle quali non si poteva sottrarre. Psiche le supera brillantemente, anche grazie all’aiuto di varie divinità, forse intenerite dal dolore di Amore-Cupido o forse per i non idilliaci rapporti intrattenuti con Venere; non è dato sapere. Però la Dea della bellezza non si scoraggia e impone a Psiche un’ultima, definitiva prova: dovrà scendere negli inferi e chiedere a Proserpina un po’ della sua bellezza, per rinvigorire la propria, sciupata da mille traversie. Il viaggio nell’Ade è complicato, difficile: si farà traghettare da Acheronte e calmerà la ferocia di Cerbero, un cane a tre teste, con del cibo. Finalmente ottiene dalla Dea degli inferi un po’ della sua bellezza, con l’obbligo di non aprire, per alcuna ragione, il vaso che la conteneva. Consiglio che Psiche (ah! queste donne) non tiene nella minima considerazione. Dal vaso aperto – che avrebbe dovuto comprendere anche un veleno, come voleva Venere – esce al contrario una nuvola che fa cadere Psiche in un sonno profondo – dal quale verrà svegliata dalle attenzioni di Amore, più Cupido che mai. Amore fa di più: reca con sé Psiche nell’Olimpo, nel quale intenerisce persino Giove (pericoloso come Venere ma per altri motivi); il re degli Dei le fa bere dell’ambrosia e Psiche diviene a sua volta una divinità. La leggenda finisce con una lieta novella: Amore e Psiche avranno una bellissima bimba, alla quale verrà imposto un nome premonitore: Voluttà. Può mancare, a questo punto, la frase ‘e vissero felici e contenti?’ . Nemmeno per sogno. E qui la trovate.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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