Alaska. Viaggio tra ghiacci artici ed orsi polari

Un’avventura in Alaska, per scopi scientifici ma soprattutto per soddisfare il desiderio di scoperta di un territorio remoto, abitato solo da ghiacci ed orsi.


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Da quando ho cominciato ad appassionarmi di viaggio il grande nord mi ha conquistato. E’ un’attrazione fatale quella che mi lega alle latitudini estreme, alle regioni polari, a quelle zone remote e meno conosciute del nostro pianeta. Ricordo che un giorno di una quindicina di anni fa ad Angmassalik, in Groenlandia dove nascono gli iceberg, conobbi un certo William Knutesen, figlio di Will, uno dei più grandi esploratori artici del secolo scorso. Mi narrò storie leggendarie di popoli e di sopravvivenza, di scoperte e di antiche tradizioni. Un pomeriggio, poco prima che se ne andasse, Will al telefono mi confessò “…una volta che sei stato al grande nord è come se sentissi per sempre l’incantevole voce delle sirene che ti richiamano lassù, nel bianco infinito…”.

Forse è stato proprio da quell’incontro e da queste parole che tre anni fa ho iniziato a lavorare sull’idea di un nuovo viaggio, di un’avventura che potesse farmi scoprire ciò che ho sempre sognato, la vita artica in inverno, la fauna, i popoli di queste terre ed il valore di questo delicato ecosistema sempre più a rischio di estinzione. E così è nato il progetto Arctic Sun on my Path, dal titolo del libro scritto dall’amico William sulla vita di suo padre e poi dalla mia voglia di misurarmi con un ambiente duro, ostile ma tremendamente affascinante. Vivere 35 giorni a temperature che oltrepassano i 50 gradi sotto lo zero è senz’altro un’impresa molto difficile, se poi pensiamo che dobbiamo muoverci nelle zone artiche di Canada e Alaska e tentare l’attraversamento dello stretto di Bering, allora capite bene quanto la voglia di conoscere e scoprire non abbia davvero limiti. Il mezzo utilizzato per questa avventura non poteva che essere la motoslitta, inseparabile compagnia di viaggio. Dal punto di vista fisico, ma soprattutto psicologico, un viaggio del genere ha richiesto una discreta preparazione: training autogeno al mattino prima di alzarsi dal letto e abitudine a sopportare temperature bassissime, soprattutto pensando di lavorare in condizioni estreme. Tutto diventa più duro, più difficile, impegnativo. Immaginate portarsi dietro ogni giorno 30 chili di attrezzatura, fotografare ed effettuare riprese video in mezzo a tempeste di neve a 40 gradi sotto lo zero, quando iniziano a farsi sentire i primi principi di congelamento, quando le batterie si consumano in pochi minuti e quando il gelo che si condensa su lenti e obiettivi non consente di rientrare alla base.

Arctic Sun on my Path inizia proprio da Churchill, nella baia di Hudson, cuore pulsante del Canada artico. Questo villaggio, isolato dal resto del paese e raggiungibile solo via aerea o ferroviaria, è infatti considerato la capitale mondiale degli orsi polari, un avamposto fatto di 900 abitanti e, pensate un po’, da ben 1.000 orsi che ogni anno fra ottobre e novembre ne fanno il loro punto di incontro quando la baia inizia a gelarsi, in attesa delle prossime migrazioni. Nel bel mezzo del niente, ad una quarantina di chilometri circa da qui esiste Wapusk, un territorio libero e sconfinato fino a 14 anni fa quando Micheal e Morris Spence, indiani purosangue, durante una battuta di caccia non scoprirono per caso che le femmine di orso venivamo proprio qui a passare l’inverno e a costruire le loro tane per dare alla luce i cuccioli. Da allora questa zona è divenuta parco nazionale, ha un accesso limitatissimo e con costi esorbitanti. L’unico luogo abitato per un mese all’anno è il Wat’ Chee Lodge, una specie di rifugio, ex-base militare canadese per il quale si sborsano qualcosa come 700 $ a notte a persona per dormire in una camerata di quattro persone, senza acqua corrente ed un paio di latrine come bagno. Ma è uno spettacolo comunque. Solamente una trentina di persone al mondo hanno il privilegio di arrivare fin qui ogni anno dopo una lista di attesa che può durare anche 24 mesi. Ricordo l’emozione di una sera, quando, dopo i dieci minuti necessari per indossare l’abbigliamento polare, ci siamo trovati davanti ad un sorprendente spettacolo. Il cielo si era tinto di mille colori, di un verde intenso e cangiante che danzava come per magia da una parte all’altra della volta celeste. E’ dai tempi di Galileo Galilei che l’aurora boreale fra misticismo e leggenda seduce e affascina. Continuerà a farlo per sempre, oggi come allora.

Fotografare gli orsi polari a mio parere è una vera e propria impresa, uno dei soggetti più impegnativi in assoluto. A differenza di tutti gli altri animali stanno fermi, immobili nella neve a sonnecchiare. Poi d’improvviso si alzano, si scambiano qualche effusione, battono gli occhi di continuo e lentamente se ne vanno. Cinque ore di attesa, 53 gradi sottozero, 2 principi di congelamento al naso e al dito indice, 5 minuti buoni di riprese. Uno sforzo incredibile, una soddisfazione inenarrabile.

La prima missione di Arctic Sun si è compiuta e con risultati eccellenti, la nostra piccola carovana riparte in direzione ovest, alla volta dell’Alaska. Facciamo tappa a Nome, uno dei villaggi più isolati di questo grande paese reso famoso il secolo scorso dalla corsa dell’oro, dove accorsero pionieri in cerca di fortuna a setacciare i suoi ricchissimi filoni auriferi.

Dopo una breve sosta qui dobbiamo rifare un’altra volta le valigie, pronti a volare sulla prossima destinazione. Atterriamo a Wales, un villaggio di 150 anime ancorato sulla costa più occidentale dell’Alaska. E’ uno dei luoghi più remoti e inospitali della terra, battuto dai venti, eroso dai ghiacci e abitato da secoli da cacciatori Inupiat. Non esiste niente in questa piccola comunità: né hotel, chiese, ristoranti o ospedali tanto che ci metteranno a dormire in una multi-purpose house, un incrocio fra una casa del popolo e un centro di accoglienza. Wales è geograficamente il punto più vicino alla Siberia separato dallo stretto di Bering e da piccola Diomede, un’isoletta, anzi poco più di uno scoglio, messo a cavallo sulla linea di cambiamento di data. E’ da qui che 25.000 anni fa passarono i primi nomadi che dalle steppe mongole migrarono nel nuovo continente attraverso un ponte di ghiaccio lungo di 90 chilometri, dando vita ad una nuova razza, ad una nuova cultura, destinata pian piano ad espandersi nel nord-America: gli Inuit, volgarmente chiamati eschimesi. Ed è da qui che inizia la nostra vera avventura tentando di raggiungere in motoslitta Diomede, percorrendo a ritroso il cammino dei veri “uomini”. Clyde ci avvisa che l’unico pericolo a parte il ghiaccio esile sono gli orsi polari, sparsi a decine in quest’area, pericolosi per l’uomo, veloci più di una motoslitta e con un fiuto che arriva fino a 20 miglia di distanza. E con una capacità di mimetizzazione ottima: bianco nel bianco. Non li vedremo mai. Ad un certo punto Clyde si ferma, alza la mano e ci intima lo stop. “Can’t go anywhere from here…” non possiamo andare oltre, il ghiaccio lascia posto all’acqua e proseguire sarebbe pura follia. Little Diomede è li di fronte ai nostri occhi, ad una ventina di miglia. Ci viene da piangere dalla rabbia, dalla delusione. Ma il riscaldamento globale ha vinto, gli scienziati avevano ragione. Facciamo dietro-front e rientriamo alla base per sentire le storie di Clyde che ci dice che solo una generazione fa, quella di sue padre appunto, era uso spostarsi con i cani da slitta o addirittura a piedi dall’isola alle coste. Non possiamo arrenderci, almeno vale la pena di fare qualche ripresa in un luogo così straordinario. Clyde scuote la testa, ci lascia il fucile e ci insegna come sparare agli orsi in caso di attacco, poi ci augura buona fortuna. Torniamo sui nostri passi e ci fermiamo di fronte ad un iceberg gigantesco a scattare immagini. Un banale errore e ci incastriamo fra i ghiacci: la motoslitta si impunta e la slitta a rimorchio si capovolge. Improvvisamente qualcosa cambia, il cielo si offusca, inizia a soffiare il blizzard, il vento gelido del polo nord. La temperatura dai -20 scende a -45 in pochi minuti. Il satellitare ha le batterie ko. Sono momenti duri, non riusciamo a venirne fuori, la motoslitta non si muove e le mani iniziano a perdere progressivamente forza e sensibilità. In un tentativo estremo riusciamo a toglierla dal crepaccio ma siamo a metà dell’opera perché il blizzard ha cancellato ogni traccia, siamo in mezzo al mare ed il villaggio non è più visibile. Zigzagando in mezzo al nulla andiamo verso est, la nebbia inizia a dissolversi ed in lontananza scorgiamo finalmente il profilo della montagna che sovrasta Wales. Non sto a narrarvi l’emozione. Ci siamo abbracciati con gioia quella sera.

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