All Bengal Women’s Union

del nostro”columnist” Federico Formignani

Quando il monsone impazza, Calcutta diventa una Venezia d’oriente. In brevissimo tempo le strade si trasformano in torrenti impetuosi e nelle principali arterie cittadine auto, moto, carretti e vacche ossute e ciondolanti si spostano in precario equilibrio. Ogni cosa viene avvolta da una nebbiolina viscosa, originata dall’acqua che assorbe lo smog e tutto diventa uniforme, opaco; i colori della città si spengono sotto l’incalzare delle cataratte che cadono dal cielo. È così che, sotto una pioggia incessante, ho scoperto una delle comunità più famose e attive di Calcutta: l’Unione delle Donne del Bengala. Ad essere sinceri, con il mio compagno d’avventura e di viaggio Lucio, eravamo alla ricerca di un luogo ‘asciutto’ nel quale mangiare qualcosa e nel contempo aspettare che il monsone si spostasse verso il Bangla Desh! Al numero 89e di Eliot Road, prossima alla più grande e ‘allagata’ arteria di Bose Road, entriamo in un locale lungo e un po’ buio, con tanti tavoli e un notevole numero di avventori: è il ristorante Suruchi che si vanta anche di essere un Self-Help-Group; gente che fa da sé, dunque; gente cui non manca iniziativa e voglia di fare. Piatti indiani, ottimi e abbondanti, serviti da donne silenziose e affaccendate. Peccato non aver potuto aggiungerci una birra fresca; qui si viaggia solo ad acqua. Per vedere e capire cos’altro si fa (di buono) nella ‘All Bengal’ le donne del ristorante ci invitano a entrare nel portone attiguo (il n° 89) chiedendo di parlare con Manjusree Banerjee, la donna che amministra il grande complesso di Calcutta.

C’è un grande e profondo cortile e tutt’attorno un edificio a più piani, dipinto di verdino. Madame Banerjee ci riceve in un ampio locale del pianterreno zeppo di banconi, armadi in ferro, tende di bambù alle finestre e un nugolo di vivacissime bambine; fuori, in cortile, continua a cadere la pioggia, anche se con minore intensità. Sorseggiando una limonata, mentre Lucio fotografa l’ambiente e gli ospiti che lo popolano, io vengo a sapere l’interessante ‘storia’ di questa ‘Unione’ di donne bengalesi. Storia che ha inizio nel 1932, quando tre giovani donne prostitute, orfane e sfortunate vittime di atrocità fisiche e mentali, vengono accolte nella Casa. Negli anni a seguire il loro numero cresce, ma cresce e migliora anche l’assistenza offerta dalla comunità delle donne indiane. Viene dato loro cibo e ricovero ma anche istruzione e si insegnano mestieri utili tipo sartoria, cucito, cucina. Per alcune di esse, con l’incontro dell’uomo giusto, vengono organizzati matrimoni unitamente a corsi di puericoltura. Il lavoro di assistenza della Casa, precisa madame Banerjee, trae nuovo impulso l’anno seguente quando nel Bengala si approva l’Atto di Soppressione del traffico immorale che diviene Legge. Migliora l’organizzazione generale e nascono nuove opportunità di vita per le ospiti. Sono circa un centinaio le ragazze assistite; per quelle che lasciano la Casa, altre vengono accolte.

Mrs. Banerjee ricorda il grande lavoro svolto dal primo presidente dell’Unione (Mr. Mukherjee) e dalle sue preziose segretarie Mrs. Neely e Mrs. Romla Sinha. Il loro lavoro appassionato ha fatto si che con gli anni l’Unione arrivasse ad assistere, oltre alle donne, anche i bambini abbandonati sui quali era stato commesso abuso o erano stati portati via forzatamente a causa degli eventi politici: ad esempio la spartizione del sub continente indiano in paesi differenti. Ora vengono assistiti, curati, istruiti e invogliati a praticare arti quali la pittura, il disegno la danza. La Casa dispone di una Scuola che viene frequentata anche da bambini e ragazzi della città; si tratta di un istituto riconosciuto dal Governo. Infine, c’è anche una struttura che accoglie gli anziani bisognosi, una casa-albergo di cinquanta posti per donne che non sono in grado di pagare un affitto. Fiore all’occhiello finale: un Centro di Produzione che dispone di scuole di cucina, ristorazione, tessitura, lavori di economia domestica. Non piove più. Alla fine dell’accurata e interessante visita, veniamo circondati da uno stuolo di bambine: chiassose, sorridenti, che fanno a gara per mettersi in posa. Si chinano veloci sulle scarpe mie e di Lucio (tocco rotante e lieve della mano su entrambe le scarpe!). Un’usanza di rispetto e benvenuto. Come contraccambiare? Una carezza breve e leggera sulle testoline dai capelli nerissimi e si ritorna nel caos continuo di Calcutta. ? ff

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